Settembre 9, 2021

Impatto di bleeding e infarto miocardico sulla mortalità per ogni causa nel paziente coronaropatico: una analisi temporale

Inquadramento Qual è il peso prognostico di un infarto miocardico (MI) e di un sanguinamento maggiore nei pazienti con sindrome coronarica acuta (ACS) o malattia coronarica sottoposta ad angioplastica coronarica (PCI)? Uno studio importante basato su un’ampia casistica, pubblicato qualche anno fa[1]Valgimigli M, Costa F, Lokhnygina Y, et al. Trade-off of myocardial infarction vs. bleeding types on mortality after acute coronary syndrome: Lessons from the Thrombin Receptor Antagonist for … Continua a leggere aveva risposto al quesito indicando che l’impatto sulla mortalità a seguito di uno di questi eventi è analogo. Da qui il compito, talora arduo, del cadiologo clinico soprattutto nella prevenzione secondaria delle ACS: personalizzare la terapia antitrombotica nel singolo paziente tenendo conto del rischio preminente del paziente, sia esso ischemico o emorragico. Tuttavia non è ancora chiaro se il peso prognostico varia a seconda che gli eventi ischemici o emorragici avvengano a ridosso della fase acuta o nel corso del successivo follow-up. Lo studio in esame Metanalisi comprendente 141.059 pazienti inclusi in 16 studi (mediana età 63.7 anni 63% ACS, 91% trattati con PCI). Globalmente il rischio di mortalità era simile per MI e bleeding maggiore (valutato con scala BARC ≥3) con hazard ratio -HR- 4.10 (95% CI, 3.34-5.03) e 4.44 (95% CI, 3.02-6.52) rispettivamente.Considerando solo gli eventi precoci (periprocedurali o entro 30 giorni dall’evento indice) il rischio di mortalità appariva maggiore per bleeding rispetto a MI, mentre rimaneva simile per gli eventi tardivi (vedi Tabella). Se si includevano nella analisi, tuttavia, solo gli studi randomizzati non si notava alcuna differenza prognostica tra bleeding e MI, anche considerando solo gli eventi precoci. Take home message Le emorragie e gli MI si associano a un analogo aumento del rischio di mortalità, tuttavia una emorragia precoce potrebbe comportare una prognosi peggiore rispetto a un MI precoce. Interpretazione dei dati Lo studio ribadisce l’equivalenza di MI e bleeding per quanto riguarda il rischio di mortalità per ogni causa, confermando analisi precedenti[2]Valgimigli M, Costa F, Lokhnygina Y, et al. Trade-off of myocardial infarction vs. bleeding types on mortality after acute coronary syndrome: Lessons from the Thrombin Receptor Antagonist for … Continua a leggere. Il maggior peso prognostico del bleeding precoce rispetto a MI conferma i dati dello studio MATRIX sull’importanza di evitare il sanguinamento periprocedurale utilizzando l’accesso radiale rispetto a quello femorale[3]Valgimigli M, Gagnor A, Calabró P, et al. Radial versus femoral access in patients with acute coronary syndromes undergoing invasive management: A randomised multicentre trial. Lancet. … Continua a leggere. Va anche ricordato che gli MI precoci sono spesso procedurali, eventi che non incidono sull’outcome successivo quanto gli MI spontanei, come dimostra anche la recente analisi dello studio ISCHEMIA[4]Chaitman BR, Alexander KP, Cyr DD, et al. Myocardial Infarction in the ISCHEMIA Trial. Impact of Different Definitions on Incidence, Prognosis, and Treatment Comparisons. Circulation. … Continua a leggere. Non sorprende perciò che il peso prognostico del bleeding procedurale sia superiore rispetto a quello degli MI. L’opinione di Fabio Mangiacapra Università Campus Bio-Medico di Roma Negli ultimi mesi è stata spesso proposta la metafora del nostro Paese visto come una barca che naviga tra due scogli: da una parte l’epidemia da SARS-COV-2 e dall’altra il disastro socio-economico derivante dalle misure di contenimento del virus. La navigazione in acque incerte, e talvolta burrascose, è pratica quotidiana da molto tempo per i Cardiologi interventisti e clinici che si cimentano con la scelta del trattamento ottimale in pazienti con sindrome coronarica acuta e/o sottoposti ad angioplastica coronarica. La ricerca di un equilibrio tra il rischio di eventi ischemici ed emorragici si basa su valutazioni individuali legate alle caratteristiche e alla storia clinica del singolo paziente, che spesso sfuggono alla logica dei grandi trial. La meta-analisi di Raffaele Piccolo ci aiuta però a identificare alcuni importanti punti di riferimento nella scelta della nostra rotta. La definizione dell’impatto prognostico di un sanguinamento, che risulta simile a quello di un infarto, impone un livello di attenzione quanto meno omogeneo nei confronti di queste due complicanze. È rassicurante che, grazie all’avanzamento tecnologico in fatto di device, l’esposizione alla doppia terapia antiaggregante piastrinica possa essere oggi ridotta al minimo (30 giorni o anche meno) dopo l’impianto di molti tipi di stent, senza che questo rappresenti necessariamente un elemento di aumentato rischio di complicanze ischemiche. Inoltre, come emerge in modo chiaro dalla letteratura, mentre le misure volte a ridurre gli eventi emorragici si traducono in un beneficio in termini di mortalità, le strategie preventive nei confronti degli eventi ischemici non si associano a un inequivocabile incremento di sopravvivenza. Alla luce di ciò, un atteggiamento più prudente in termini di elargizione di terapia antiaggregante potente e/o prolungata, possibilmente deciso sulla base di test genetici o di funzione piastrinica[5]Galli M, Benenati S, Capodanno D, Franchi F, Rollini F, D’Amario D, Porto I, Angiolillo DJ. Guided versus standard antiplatelet therapy in patients undergoing percutaneous coronary intervention: a … Continua a leggere, potrebbe essere auspicabile. L’ipotesi di un maggior peso prognostico delle emorragie precoci, rispetto agli infarti peri-procedurali che sembra emergere dallo studio in esame, impone ulteriori riflessioni. Bisogna innanzitutto ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità di privilegiare l’accesso radiale come principale misura non farmacologica per la prevenzione delle complicanze emorragiche (e non solo[6]Andò G, Cortese B, Russo F, et al. MATRIX Investigators. Acute Kidney Injury After Radial or Femoral Access for Invasive Acute Coronary Syndrome Management: AKI-MATRIX. J Am Coll Cardiol. 2017 May … Continua a leggere). L’evidenza a favore dell’approccio radiale in confronto a quello femorale, che emerge dalla letteratura e dalla pratica clinica di ciascuno di noi, è ormai inconfutabile. Tuttavia, la prevenzione dei sanguinamenti precoci non deve far distogliere l’attenzione dall’infarto periprocedurale che continua ad avere un peso prognostico rilevante[7]Bulluck H, Paradies V, Barbato E, et al. Prognostically relevant periprocedural myocardial injury and infarction associated with percutaneous coronary interventions: a Consensus Document of the ESC … Continua a leggere, e che rappresenta il vero tallone d’Achille dell’angioplastica coronarica nei confronti del trattamento conservativo, almeno nel contesto delle sindromi coronariche croniche. L’utilizzo dell’approccio radiale e di terapie farmacologiche aggiuntive (antitrombotiche e non), mirate alla protezione

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Fibrillazione atriale e deterioramento della funzione cognitiva: i dispositivi di chiusura dell’auricola possono essere una soluzione?

Inquadramento I pazienti in fibrillazione atriale hanno un rischio maggiore di sviluppare deterioramento cognitivo rispetto a pazienti di pari età in cui l’aritmia non sia presente e tale rischio appare indipendente da un eventuale evento ictale. L’utilizzo di anticoagulanti orali diretti (DOAC) sembra associarsi a un minor rischio di sviluppo di demenza rispetto all’utilizzo di warfarin[1]Silva RMFLD, Miranda CM, Liu T, Tse G, Roever L. Atrial fibrillation and risk of dementia: epidemiology, mechanisms, and effect of anticoagulation. Front Neurosci. 2019;13. DOI: … Continua a leggere. Quale possa essere l’evoluzione delle funzioni cognitive nei pazienti in cui sia stato impiantato un dispositivo di chiusura dell’auricola (LAAO) rispetto ai pazienti in terapia anticoagulante non è tuttavia noto. Lo studio in esame In 98 pazienti con fibrillazione atriale sottoposti ad ablazione dell’aritmia e trattati con LAAO (n=50, CHA2DS2-VASc score 3.30±1.43, uso di DOAC metà dose per 6 mesi e successivamente solo ASA) o con anticoagulazione orale (OAC, n=48, CHA2DS2-VASc score 2.73±1.25, 40 in terapia continua con DOAC e 8 con warfarin la funzione cognitiva è stata studiata con il Montreal Cognitive Assessment test (MoCA, molto sensibile nell’individuare anche lievi alterazioni della funzione cognitiva sulla base ditest di memoria, concentrazione, linguaggio e orientamento temporo-spaziale) al basale e a 1 anno di follow-up contestualmente alla analisi della qualità di vita. I risultati (che mostravano un decadimento cognitivo nel follow-up solo nel gruppo DOAC e nessuna differenza nella qualità di vita tra i due gruppi) sono riportati nella Tabella. All’analisi multivariata, essere in terapia con OAC risultava un predittore indipendente di riduzione del punteggio del test di funzione cognitiva. Take home message Una significativa differenza è stata osservata tra i due gruppi nella risposta al test di funzione cognitiva, con una riduzione del punteggio a un anno solo nel gruppo trattato con OAC. La qualità di vita è migliorata significativamente e senza differenze in entrambi i gruppi. Interpretazione dei dati I risultati dello studio sono provocatori e necessitano di conferma su più ampi numeri utilizzando un disegno di randomizzazione. Gli Autori indicano, come chiave di lettura dei loro dati, che il progressivo decadimento delle funzioni cognitive potrebbe dipendere da microinfarti a partenza dall’auricola o da microemorragie cerebrali, complicanze potenzialmente associate alla terapia anticoagulante. La chiusura dell’auricola, eliminando la fonte emboligena e la necessità di una terapia anticoagulante a piena dose, avrebbe ridotto queste possibili cause di deterioramento cognitivo. Una conferma di questa ipotesi sarebbe stata possibile se il protocollo dello studio avesse incluso immagini seriate di risonanza magnetica cerebrale. L’opinione di Claudio Tondo Dipartimento di Elettrofisiologia Clinica&Cardiostimolazione, Centro Cardiologico Monzino, IRCCS Dipartimento di Scienze Biochimiche, Chirurgiche e Odontoiatriche, Università degli Studi di Milano Il target terapeutico per la cura della fibrillazione atriale non è solo il mantenimento del ritmo sinusale, ma anche la riduzione significativa delle complicanze a essa legate e, in particolare, il rischio tromboembolico. La possibile microembolia asintomatica viene considerata elemento critico per il manifestarsi progressivo di demenza in pazienti con fibrillazione atriale, anche tra coloro che mantengono terapia anticoagulante. In particolare, la terapia con warfarin non assicurando un livello terapeutico costante potrebbe favorire la formazione di microemboli. Ma anche l’uso dei nuovi farmaci anticoagulanti come i DOAC, pur assicurando un minor rischio di stroke e di demenza rispetto al warfarin, potrebbero non azzerare la possibilità di sviluppo di demenza. Negli ultimi decenni, la chiusura dell’auricola sinistra è divenuta l’alternativa terapeutica più efficace per ridurre il rischio tromboembolico e di emorragia maggiore nei pazienti con intolleranza o controindicazioni alla terapia anticoagulante cronica[2]EHRA/EAPCI expert consensus statement on catheter-based left atrial appendage occlusion. Meier B, Blaauw Y, Khattab AA, Lewalter T, Sievert H, Tondo C, Glikson M; Document Reviewers. Europace. 2014 … Continua a leggere. Nello studio in esame del gruppo di Andrea Natale et al. si riportano i dati prospettici sulle modificazioni delle funzioni cognitive comparando pazienti con fibrillazione atriale in terapia anticoagulante e pazienti sottoposti a LAAO. I pazienti sono stati tutti sottoposti ad ablazione transcatetere della fibrillazione atriale mediante il medesimo approccio, ma un gruppo ha continuato la terapia anticoagulante, mentre nell’altro successivamente è stata chiusa meccanicamente l’auricola sinistra con il sistema Watchman[3]Gasperetti A, Fassini G, Tundo, Zucchetti M, Dessanai M, Tondo C. A left atrial appendage closure combined procedure review: Past, present, and future perspectives. Cardiovasc Electrophysiol. 2019 … Continua a leggere. I DOAC sono stati utilizzati in oltre l’80% dei pazienti del gruppo in terapia anticoagulante. Per la valutazione della funzione cognitiva, gli Autori si sono basati sul MoCA, che viene considerato un metodo fondamentale per la valutazione dello stato cognitivo. La normalità dello stato cognitivo veniva riconosciuto in condizioni basali in oltre il 60% dei pazienti di entrambi i gruppi. Questo non è un dato clinico confortante, forse suggerendo che la presenza della aritmia, ancor prima dell’intervento ablativo, potrebbe aver già favorito delle microembolie cerebrali in una frazione non indifferente di pazienti. Il dato alquanto sorprendente dello studio è che oltre il 55% dei pazienti, in terapia con anticoagulanti che in condizioni basali presentavano uno score MoCA normale, al follow up di 12 mesi mostravano segni di possibile iniziale patologia cognitiva. In contrasto, il 91% dei pazienti sottoposti a chiusura meccanica dell’auricola sinistra mantenevano al followup parametri di normale funzione cognitiva. Inoltre, pur correggendo i dati (in relazione a età, sesso e tipo di fibrillazione atriale), l’analisi multivariata ha confermato che la terapia anticoagulante continuativa rappresentava un fattore indipendente predittivo di decadimento cognitivo a 1 anno di follow up. I risultati di questo studio sono alquanto stimolanti per la discussione clinica riguardo la prevenzione effettiva del rischio tromboembolico nei pazienti con fibrillazione atriale sottoposti a procedura ablativa. Infatti, assumendo che il successo della procedura ablativa sia stato il medesimo nei due gruppi di pazienti (la qualità di vita è apparsa simile nei due gruppi), l’eliminazione dell’aritmia non costituisce, di fatto, elemento predittivo di riduzione del rischio tromboembolico o, comunque, di microeventi ischemici che possano portare al rischio di demenza. Questo sarebbe tanto più vero, quanto più è complicata l’aritmia (fibrillazione atriale persistente con dilatazione atriale sinistra). Tutto ciò confermerebbe il ruolo critico

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Qual è il ruolo della “quantitative flow ratio” nella diagnostica della malattia coronarica?

Inquadramento La “quantitative flow ratio” (QFR) è una tecnica radiologica che utilizza una metodologia basata sulla fluidodinamica computazionale per calcolare con accuratezza la “fractional flow reserve” (FFR) dalla angiografia coronarica, ovviando all’utilizzo invasivo di guidine con segnale pressorio intracoronarico durante iperemia indotta da adenosina. Non ci sono in letteratura correlazioni tra i valori di QFR e i risultati provenienti da metodiche di imaging che valutino la perfusione miocardica con tecniche scintigrafiche (SPECT) o con la tomografia a emissione di positroni (PET). Lo studio in esame In questa analisi dello studio PACIFIC[1]Danad I, Raijmakers PG, Driessen RS, et al. Comparison of coronary CT angiography, SPECT, PET, and hybrid imaging for diagnosis of ischemic heart disease determined by fractional flow reserve. JAMA … Continua a leggere 208 pazienti hanno eseguito due stress test con imaging di perfusione miocardica (SPECT e PET) seguiti da coronarografia selettiva. Dei 552 vasi interrogati per i quali era stata misurata la FFR, si è potuta ottenere la QFR solo nel 52% dei casi (268/552). La correlazione tra FFR e QFR era buona sia globalmente (R=0.79; p<0.001) che per le lesioni definite come intermedie (R=0.76; p<0.001). I valori di sensibilità, specificità e area sotto le curve ROC (AUC) sono mostrati nella Tabella e sono risultati superiori per QFR rispetto a SPECT e PET. Confronto tra QFR, scintigrafia miocardica e PET nello studio PACIFIC. QFR SPECT PET. Take home message La QFR ha dimostrato di possedere un valore diagnostico superiore rispetto agli stress test di imaging perfusionale per definire una stenosi emodinamicamente significativa. Interpretazione dei dati La QFR è una tecnica molto promettente perchè in grado di ottenere dalla coronarografia le informazioni funzionali che attualmente richiedono l’utilizzo di FFR o di “instantaneous wave-free ratio” (iFR). Sorprende nello studio attuale la bassa percentuale dei vasi coronarici per i quali si è potuto misurare QFR (52%). Vi è da dire, peraltro, che la coronarografia nello studio PACIFIC non è stata eseguita seguendo il protocollo che è necessario applicare per questa tecnica radiologica. Altre analisi dedicate hanno mostrato percentuali molto più alte. Va comunque ricordato che sino a quando non ci sarà uno studio che documenti la non-inferiorità, in termini di outcome, di una strategia decisionale basata sull’utilizzo di QFR nei confronti di una strategia basata su FFR, tale tecnica non potrà essere considerata sostitutiva di FFR. In altre parole sarà necessario per QFR lo stesso percorso metodologico applicato all’utilizzo di iFR nei confronti di FFR[2]Gotberg M, Christiansen EH, Gudmundsdottir IJ, et al. Instantaneous wave‐free ratio versus fractional flow reserve to guide PCI. N Engl J Med. 2017; 376:1813–1823.. L’opinione di Paolo Calabrò ed Elisabetta Moscarella UOC Cardiologia, AORN Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, Cattedra di Cardiologia, Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali, Università della Campania “L. Vanvitelli” La cardiopatia ischemica (CAD) e le sue conseguenze rimangono a oggi le principali cause di morte e invalidità permanente nella maggior parte dei paesi[3]Kaptoge S, Pennells L, De Bacquer D, et al. World Health Organization cardiovascular disease risk charts: revised models to estimate risk in 21 global regions. Lancet Glob Health … Continua a leggere. Nei pazienti con infarto miocardico acuto (IMA) il trattamento percutaneo, mediante angioplastica coronarica (PCI) e impianto di stent delle lesioni colpevoli dell’infarto, è universalmente riconosciuto come gold standard. Al contrario, nei pazienti con CAD cronica la dimostrazione della presenza di ischemia miocardica (stenosi funzionalmente significative) è di primaria importanza per porre indicazione alla rivascolarizzazione. Tuttavia, la valutazione angiografica della severità della malattia coronarica presenta numerosi limiti in quanto sia la valutazione visiva che l’analisi coronarica quantitativa hanno mostrato una scarsa correlazione con la significatività funzionale delle stenosi coronariche. Tecniche invasive di valutazione funzionale (come la FFR) richiedono l’utilizzo di guide di pressione intracoronariche che rendono la procedura non priva di rischi[4]Moscarella E, Gragnano F, Cesaro A, et al. Coronary Physiology Assessment for the Diagnosis and Treatment of Coronary Artery Disease. Cardiol Clin. 2020 Nov;38(4):575-588. doi: … Continua a leggere. Per tale motivo recentemente si è posto molto interesse a un nuovo strumento meno invasivo, per valutare il significato funzionale di lesioni coronariche, ossia la QFR. Da questo presupposto nascono le premesse per questo sottostudio del PACIFIC, che prova a dare una risposta alla seguente domanda: può la valutazione funzionale invasiva mediante QFR essere in grado di identificare stenosi funzionalmente significative al pari della misurazione con tecniche non invasive (PET e SPECT)? Secondo il disegno dello studio, l’FFR è stato utilizzato come standard di riferimento. Lo studio ha dimostrato una migliore accuratezza diagnostica della QFR rispetto alle tecniche non invasive. In realtà alcune considerazioni devo essere fatte. Innanzitutto, un dato importante da considerare è la percentuale piuttosto elevata (48%) di vasi in cui la QFR non è stata calcolabile. C’è da sottolineare, tuttavia, che nello studio in questione non vi era un protocollo standardizzato di acquisizione delle immagini angiografiche per il calcolo della QFR. Infatti, il rate di insuccesso di calcolo della QFR in studi con protocollo standardizzato è nettamente inferiore (circa il 5%), ma comunque più elevato del rate di insuccesso delle tecniche non invasive (1.9% con PET). È auspicabile, quindi, che per i pazienti ad alto rischio di CAD che vengono sottoposti a coronarografia precoce la QFR venga analizzata online e in caso di immagini non analizzabili ci sia la possibilità di ricorrere ad altri test funzionali invasivi per poter definire il percorso terapeutico del paziente. Infine, dal punto di vista del paziente con CAD stabile, è comprensibile il desiderio di evitare una procedura invasiva che presenta un rischio di complicanze (infarto, stroke o anche morte) basso ma non uguale a zero. Tuttavia, un campo di applicazione sicuramente promettente è rappresentato dai pazienti con IMA e riscontro di stenosi su coronarie non responsabili dell’infarto, in cui la valutazione funzionale mediante QFR durante la procedura indice può rappresentare un metodo semplice e rapido in grado di stabilire quali lesioni debbano eventualmente essere trattate, velocizzando in tal modo il percorso terapeutico dei pazienti, e riducendo tempi e costi di ospedalizzazione. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Danad I, Raijmakers PG, Driessen RS, et al. Comparison

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2018 ESC/EACTS Guidelines on myocardial revascularization

Secondo queste Linee Guida in pazienti suscettibili di rivascolarizzazione sia chirurgica che percutanea e comunque basso rischio chirurgico e… Domanda 1 …stenosi del tronco comune e Syntax score <22, la PCI quale classe di raccomandazione ha 1) I 2) IIA 3) IIB Domanda 2 …stenosi del tronco comune e Syntax score >32, la PCI quale classe di raccomandazione ha? 1) I 2) IIB 3) III Domanda 3 …diabete con malattia di 3 vasi coronarici principali e Syntax score >22, la PCI quale classe di raccomandazione ha? 1) I 2) IIB 3) III Domanda 4 …assenza di diabete con malattia di 3 rami coronarici principali e Syntax score >22, la PCI quale classe di raccomandazione ha? 1) I 2) IIB 3) III Domanda 5 …malattia di 2 vasi coronarici principali (di cui uno con stenosi prossimale della arteria discendente anteriore) la PCI che classe di raccomandazione ha? 1) I 2) IIA 3) IIB Ripassiamo le Linee Guida Per partecipare al Quiz di cultura cardiologica e prendere visione delle risposte corrette, clicchi qui: https://it.research.net/r/BSR9PRV

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Impact of QRS duration on left ventricular remodelling and survival in patients with heart failure.

Nei pazienti con scompenso cardiaco, la durata del QRS rappresenta un importante fattore prognostico. Tuttavia, il timing ottimale per l’impianto di dispositivi di re-sincronizzazione cardiaca (CRT) in aggiunta all’ottimizzazione della terapia medica (GDMT) rimane poco definito e rappresenta l’oggetto del presente studio. Gli Autori hanno analizzato 214 pazienti consecutivi con disfunzione ventricolare sinistra (frazione di eiezione [EF] ≤35%) di cui 116 pazienti con QRS “stretto” (NQRS) e 98 con QRS “largo” (WQRS, di cui 40 sottoposti a CRT entro 1 anno). Tutti i pazienti sono stati sottoposti a ecocardiogramma di controllo a 12 mesi. In assenza di CRT, i pazienti con WQRS presentavano con minor frequenza rimodellamento inverso del ventricolo sinistro rispetto a quelli con NQRS, con differenze significative per quanto riguarda la ΔEF (2 vs. 9%, P<0,001), la variazione del diametro e del volume telesistolico (2 vs. 4.5 mm, P=0.038 e 12.6 vs. 25.0 ml, P=0.054), del volume telediastolico (7.3 vs. 12.2 ml, P=0.071). Tredici (24%) pazienti con WQRS avevano raggiunto una EF superiore al 35% in assenza di CRT; tuttavia, nessun paziente ha presentato evidenza di EF superiore al 50%.

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Gender Issues in Italian Catheterization Laboratories: The Gender‐CATH Study.

Abstract Background: Women represent an increasing percentage of interventional cardiologists in Italy compared with other countries. However, gaps exist in understanding and adapting to the impact of these changing demographics. Methods and results: We performed a national survey to analyze demographics, genderbased professional difference, needs in terms of catheterization laboratory (Cath‐Lab) abstention, and radiation safety issues in Italian Cath‐Lab settings. A survey supported by the Italian Society of Interventional Cardiology (Società Italiana di Cardiologia Interventistica–Gruppo Italiano di Studi Emodinamici SICI‐GISE) was mailed to all SICI‐GISE members. Categorical data were compared using the χ2 test. P<0.05 was considered significant. There were 326 respondents: 20.2% were <35 years old, and 64.4% had >10 years of Cath‐Lab experience. Notably, 26.4% were women. Workload was not gender‐influenced (women performed “on‐call” duty 69.8% versus men 68.3%; P=0.97). Women were more frequently unmarried (22.1% women versus 8.7% men; P=0.002) and childless (43.9% versus 56.1%; P<0.001). Interestingly, 69.8% of women versus 44.6% of men (P<0.001) argued that pregnancy/breastfeeding negatively impacts professional skill development and career advancement. For Cath‐Lab abstention, 38.9% and 69.6% of respondents considered it useful to perform percutaneous coronary intervention robotic simulations and “refresh‐skill” sessions while they were absent or on return to work, respectively, without gender differences. Overall, 80% of respondents described current radioprotection counseling efforts as inadequate and not gender specific. Finally, 26.7% faced some type of job discrimination, a significantly higher proportion of whom were women. Conclusion: Several gender‐based differences exist or are perceived to exist among interventional cardiologists in Italian Cath‐Labs. Joint strategies addressing Cath‐Lab abstention and radiation exposure education should be developed to promote gender equity in interventional cardiologists. Intervista a Chiara Bernelli Cardiology Department, Interventional Cardiology Unit, Ospedale Santa Corona, ASL2 Sistema Sanitario Liguria, Italy. Gentile dottoressa Bernelli, qual è il take home message della vostra analisi? La nostra survey, “The Gender Issues in Cath-Lab”, estesa a tutti i cardiologi interventisti italiani iscritti alla società scientifica SICI-GISE, condotta nell’anno 2018, ha voluto analizzare eventuali differenze di genere nei Cath-Lab italiani, cercando di individuare potenziali bisogni segnalati dai Cardiologi interventisti.Il divario di genere, infatti, è ancora ampio in alcune sottospecialità della medicina, quali la cardiologia interventistica, in cui l’esposizione radiologica gioca un ruolo chiave. Un totale di 326 cardiologi interventisti hanno aderito alla survey: il 20,2% aveva <35 anni e il 64,4% più di 10 anni di esperienza lavorativa in Cath-Lab. Un quarto della popolazione (26,4%) era costituita da donne.I “take home message” emersi con questo sondaggio, che per la prima volta è andato a esaminare anche le caratteristiche di vita privata degli interventisti italiani, sono stati molteplici e importanti. Si conferma a oggi una preponderanza del sesso maschile nei Cath-Lab, ma abbiamo notato un’inversione di rotta: vi è un aumento della popolazione femminile nei Cath-Lab, nelle più giovani fasce di età, una realtà molto importante se confrontata con altri paesi. In Italia abbiamo, infatti, una maggiore percentuale di giovani donne interventiste, rispetto agli altri paesi UE e non UE[1]Khan MS, Mahmood S, Khan SU, Fatima K, Khosa F, Sharma G, Michos ED. Women training in cardiology and its subspecialties in the United States: a decade of little progress in representation. … Continua a leggere[2]Burgess S, Shaw E, Ellenberger K, Thomas L, Grines C, Zaman S. Women in medicine: addressing the gender gap in interventional cardi- ology. J Am Coll Cardiol. 2018;72:2663–2667.[3]Burgess S, Shaw E, Zaman S. Women in cardiology. Circulation. 2019;139:1001–1002.[4]Capranzano P, Kunadian V, Mauri J, Petronio AS, Salvatella N, Appelman Y, Gilard M, Mikhail GW, Schüpke S, Radu MD, et al. Motivations for and barriers to choosing an interventional cardiology … Continua a leggere.Un altro dei principali “take home message” emersi è il seguente: l’assenza di un supporto predefinito in caso di astensione dal Cath-Lab, riguardante entrambi i sessi. Per la prima volta è stato affrontato il tema di astensione dal Cath-Lab e il potenziale impatto sulla formazione sia per i giovani che hanno appena intrapreso un percorso formativo, sia per il mantenimento degli skill anche nei soggetti che hanno già completato l’attività di training. Sono state ipotizzate diverse opzioni per colmare questo gap. Un ulteriore importante messaggio derivato è relativo al tema della radioprotezione: esso rimane ancora carente. Non esiste un counselling specialistico per sessi volto a prevenire le potenziali complicanze associate all’esposizione radiologica non solo in termini di prevenzione tumorale, ma in termini di riduzione di malattie degenerative e potenziale infertilità. Infine, ma non ultimo, come già noto in precedenti lavori e in similitudine con altre nazioni, le donne rispetto agli uomini soffrono di maggiore discriminazione sulla vita lavorativa nonostante un simile carico lavorativo (svolgimento “guardia cardiologica attiva” e di reperibilità). Inoltre, pagano sulla vita privata: hanno meno frequentemente famiglia e figli. Dalla survey risulta che ci sono più cardiologhe interventiste non sposate che tra i colleghi uomini. Questo potrebbe dipendere dalla più giovane età della popolazione femminile rispetto a quella maschile oppure ci sono cause differenti?Il tema del differente status civile tra uomini e donne cardiologi interventisti è oggetto ampiamente conosciuto anche in realtà europee e americane[5]Khan MS, Mahmood S, Khan SU, Fatima K, Khosa F, Sharma G, Michos ED. Women training in cardiology and its subspecialties in the United States: a decade of little progress in representation. … Continua a leggere[6]Burgess S, Shaw E, Ellenberger K, Thomas L, Grines C, Zaman S. Women in medicine: addressing the gender gap in interventional cardi- ology. J Am Coll Cardiol. 2018;72:2663–2667.[7]Burgess S, Shaw E, Zaman S. Women in cardiology. Circulation. 2019;139:1001–1002.[8]Capranzano P, Kunadian V, Mauri J, Petronio AS, Salvatella N, Appelman Y, Gilard M, Mikhail GW, Schüpke S, Radu MD, et al. Motivations for and barriers to choosing an interventional cardiology … Continua a leggere. In linea con questi dati, il nostro sondaggio ha dimostrato come le donne interventiste Italiane siano più frequentemente single e non sposate. Questo può essere ovviamente secondario a un effetto bias, legato al fatto che le donne interventiste che hanno partecipato alla survey sono più frequentemente giovani e spesso il periodo formativo e l’inizio dell’attività in Cath-Lab coincide per le donne nell’età critica per investire

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