Editoriale

Quale strategia antitrombotica utilizzare dopo impianto di dispositivo di chiusura dell’auricola?

La chiusura percutanea dell’auricola sinistra (left atrial appendage closure, LAAC) rappresenta una strategia consolidata per la prevenzione degli eventi tromboembolici nei pazienti con fibrillazione atriale non valvolare e controindicazione alla terapia anticoagulante orale a lungo termine. . Nonostante l’efficacia della procedura, la gestione antitrombotica nella fase precoce rimane uno dei problemi più complessi: il dispositivo non è ancora completamente endotelizzato e il rischio di trombosi correlata al device (device-related thrombosis, DRT) rimane clinicamente rilevante. La DRT è una complicanza infrequente ma non…

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Significato prognostico dell’infarto periprocedurale in pazienti con sindrome coronarica acuta senza sopraslivellamento del tratto ST.

L’angioplastica coronarica percutanea (PCI) rappresenta la strategia di rivascolarizzazione più frequentemente utilizzata nei pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA), sottoposti a trattamento invasivo. Negli ultimi dieci anni, i progressi nelle tecniche e nei dispositivi di rivascolarizzazione, insieme al miglioramento delle terapie farmacologiche, hanno ridotto il rischio di complicanze ischemiche periprocedurali, come la trombosi acuta di stent. Tuttavia, l’elevazione dei biomarker cardiaci dopo PCI resta un fenomeno ancora comune e può riflettere un ampio spettro di situazioni: dall’embolizzazione distale di detriti ateromasici all’occlusione di rami secondari, dalla dissecazione coronarica al mancato ripristino del flusso distale, fino a incrementi enzimatici di verosimile scarso significato clinico in assenza di qualsiasi complicanza procedurale.

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Stenosi aortica severa e amiloidosi cardiaca: come trattare questi pazienti a rischio molto elevato?

Negli ultimi anni, la crescente attenzione verso le forme complesse di insufficienza cardiaca strutturale ha portato alla rivalutazione di condizioni cliniche un tempo considerate marginali o di difficile inquadramento terapeutico. Tra queste, la coesistenza di stenosi aortica (AS) e amiloidosi cardiaca da transtiretina (ATTR-CA) rappresenta un modello paradigmatico di “dual pathology” in cui la sovrapposizione di due processi patologici distinti impone una revisione sostanziale delle strategie cliniche e terapeutiche.

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Debulking delle vegetazioni nei pazienti sottoposti a rimozione di dispositivi elettronici impiantati. Una tecnologia vincente?

Lo studio retrospettivo riporta una casistica di 42 pazienti, raccolta in 3 centri (Mount Sinai Hospital, New York, Allegheny Health Network, Pittsburgh, Pennsylvania, Southlake Regional Health Centre Newmarket, Ontario) tra aprile 2015 e febbraio 2025, sottoposti a espianto di dispositivi elettronici (23 pacemaker, 19 defibrillatori) infetti con presenza di vegetazioni di dimensioni >1 cm (media 2.1 ± 0.6 cm). In 12 pazienti è stato utilizzato un dispositivo di debulking delle vegetazioni tramite aspirazione (PMD), munito di una cannula esterna (22F, inserita attraverso un introduttore di 26F in vena femorale) e una interna con terminazione a imbuto, pieghevole sino a 180 gradi per approcciare la vegetazione e capace di estrarre sino a 30 mL a ogni aspirazione (Figura). La manovra è stata eseguita sotto guida ecografica transesofagea.

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Sono differenti le placche non-culprit dei pazienti STEMI rispetto ai NSTEMI?

Durante un infarto miocardico acuto (IMA), la coronarografia permette di individuare la lesione responsabile del quadro clinico, definita lesione culprit, consentendo il trattamento mediante angioplastica e impianto di stent (PCI). È ampiamente dimostrato che la rivascolarizzazione completa delle lesioni coronariche stenosanti non responsabili (NCL), se angiograficamente o funzionalmente rilevanti, può migliorare la prognosi, con evidenze più consistenti nei pazienti con infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), rispetto a quelli senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI)…

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Ematopoiesi clonale a potenziale indeterminato (CHIP): un fattore di rischio per lo scompenso

Inquadramento L’ematopoiesi clonale a potenziale indeterminato (CHIP) è un fenomeno comune negli anziani (10%-20%), e consiste in mutazioni di alcuni geni di cellule staminali del midollo osseo deputati alla regolazione epigenetica (come DNMT3A, TET2, ASXL1) o alla riparazione del DNA (come TP53 e PPM1D) che conducono alla formazione di un clone per la produzione di cellule ematopoietiche senza causare una patologia ematologica conclamata, ma associato a un aumentato rischio di sviluppare malattie cardiovascolari[1]Jaiswal S, Fontanillas P, Flannick J, et al. Age-related clonal hematopoiesis associated with adverse outcomes. N Engl J Med. 2014;371:2488-2498. doi:10.1056/NEJMoa1408617.  Recentemente, CHIP è emerso come un fattore di rischio per lo sviluppo di scompenso cardiaco (HF), soprattutto a frazione di eiezione conservata[2]Schuermans A, Honigberg MC, Raffield LM, et al. Clonal hematopoiesis and incident heart failure with preserved ejection fraction. JAMA Netw Open.2024;7:e2353244-e2353244. … Continua a leggere. Esistono tuttora incertezze sul ruolo specifico di alcuni geni meno comuni nel determinare il rischio di HF, così come non risulta chiaro se tale rischio venga mediato da alcune comorbilità quali la malattia coronarica, il diabete tipo 2, la fibrillazione atriale, la nefropatia cronica, anch’esse correlate alla CHIP. Lo studio in esame Lo scopo del lavoro è stato quello di testare quali varianti genetiche di CHIP si correlino con lo sviluppo di HF e se l’eventuale associazione osservata sia mediata da alcune comorbilità. A tal fine sono stati studiati 417.616 individui inclusi nel database UK Biobank tra il 2006 e il 2010 e seguiti sino al 2020 (età media 56.1 anni, il 56.2% erano donne). I partecipanti, al momento dell’inclusione non erano affetti da HF, nè da altre patologie correlate con CHIP e potenziale successivo sviluppo di HF (quali coronaropatia, fibrillazione atriale, diabete tipo 2, nefropatia cronica). Tutti erano stati sottoposti a sequenziamento dell’intero esoma (Whole Exome Sequencing -WES-), con analisi di tutte le regioni codificanti (esoni) del DNA per identificare la frequenza delle mutazioni genetiche associate a CHIP. Complessivamente in 13.836 individui (3.3%) sono state individuate varianti genetiche associate a CHIP: le più frequenti sono DNMT3A (osservata nel 63.5% dei casi) seguita da TET2 (14.4%) e ASXL1 (10.3%), varianti deputate alla regolazione epigenetica. Meno rappresentati i geni deputati alla riparazione del DNA (4.3%), quelli del spliceosoma (essenziale nel processo di formazione dell’RNA messaggero, 3.0%), e JAK2 (codifica per la proteina omonima e controlla la crescita e la proliferazione delle cellule emopoietiche, 0.8%). I soggetti “CHIP carriers” avevano un profilo cardiovascolare peggiore, una PA più elevata e uno status socio-economico più basso rispetto ai non portatori.Ad un follow-up mediano di 11.1 anni, si è sviluppato HF nell’1.7% della popolazione. CHIP è risultato associato, all’analisi multivariata, con HF (HR aggiustato -a- 1.27; 95% CI,1.15-1.40; P<.001).Tale associazione era piuttosto debole per DNMT3A (aHR, 1.15; 95% CI, 1.00-1.31; P=.04), mentre è risultata più significativa per le altre varianti, cioè quelle non-DNMT3A (aHR, 1.52; 95% CI, 1.33-1.75; P<.001, vedi Figura). L’analisi di mediazione ha permesso di verificare se lo sviluppo di HF fosse mediato dalle comorbilità (lo sviluppo di coronaropatia, fibrillazione atriale, diabete di tipo 2 e nefropatia cronica), oppure dipendente dalle varianti genetiche. È stata utilizzata un’analisi con propensity matching tra soggetti con ognuna delle 4 comorbilità e gli individui con varianti CHIP e si è osservata l’incidenza di HF nel tempo. La percentuale di mediazione di tutti 4 fattori combinati sullo sviluppo di HF è risultata del 28.2%. Take home message I risultati di questo studio di coorte suggeriscono che CHIP, soprattutto se correlato alle varianti non-DNMT3A, si associa allo sviluppo di scompenso cardiaco. Alcune comorbilità, anch’esse associate a CHIP, spiegano solo poco più di un quarto di tale associazione. CHIP è pertanto un fattore di rischio per scompenso e rappresenta un nuovo target terapeutico. Interpretazione dei dati L’argomento è di grande rilevanza clinica anche se appare piuttosto insolito per i cardiologi. In effetti, la ricerca clinica sui CHIP ha inizialmente riguardato gli ematologi per individuare le origini delle leucemie, ma si è sorprendentemente estesa ai cardiologi, allorchè è emersa la relazione tra la presenza di varianti genetiche che inducono l’ematopoiesi clonale e lo sviluppo di alcune patologie cardiache. Gli sviluppi clinici sono ancora poco noti, essendo la ricerca clinica in fase iniziale. La popolazione cui si rivolge è quella dei soggetti anziani, che manifestano la presenza di CHIP in percentuali piuttosto alte (10%-20% dopo i 70 anni). I contributi in questo ambito si stanno arricchendo rapidamente di nuove osservazioni, talune sorprendenti e dalle conseguenze cliniche interessanti. Un’analisi dello studio ASPREE[3]McQuilten ZK, Thao LTP, Bick AG, et al. Clonal hematopoiesis and cardiovascular disease and bleeding risk and the effectiveness of aspirin. JAMA Cardiol. 2025. doi:10.1001/jamacardio.2025.3756 ha notato come pazienti CHIP inclusi in quello studio di prevenzione primaria avessero un rischio aumentato di bleeding, un’osservazione che potrebbe avere notevoli riflessi terapeutici, soprattutto nella popolazione coronaropatica in prevenzione secondaria. Sono state avanzate ipotesi di trattamento anti-infiammatorio in pazienti CHIP. Infatti, alcune varianti genetiche attivano l’inflammasoma NLRP3 con conseguente secrezione da parte dei macrofagi di interleuchina (IL) 1-beta e IL-6, successiva infiammazione miocardica e rimodellamento fibrotico. Lo studio HERMES, attualmente in corso, sta valutando gli effetti di ziltivekimab, un inibitore di IL-6, in pazienti con HFpEF e con HFmrEF. È interessante l’osservazione che alcuni farmaci, come la metformina, riducano l’espansione di una variante DNMT3A, mentre la colchicina ridurrebbe l’espansione clonale di CHIP non-DNMT3A. Dobbiamo ancora conoscere molto di questa patologia prima di poterne derivare delle conseguenze pratiche sul piano clinico. Come scrivono Chiu e Libby, CHIP è un fattore di rischio alla ricerca di una “roadmap”, una definizione diagnostica senza un chiaro percorso terapeutico davanti a sè[4]Chiu N, Libby P. New Bleeding Signal in Clonal Hematopoiesis-White Cells, Red Flags. JAMA Cardiol 2025; 10:1235-1237. doi:10.1001/jamacardio.2025.3744. Editoriale: “CREST-2: una svolta necessaria nel trattamento della stenosi carotidea asintomatica” A cura di: Alberto Bramucci, Diego Moniaci – S.C. Chirurgia Vascolare, Dipartimento Area Chirurgica, Azienda Sanitaria Locale Città di Torino “Ospedale San Giovanni Bosco”, Torino Il recente trial pubblicato sul New England Journal of Medicine, CREST-2[5]Brott TG, Howard G, Lal BK, et al. Medical management and revascularization for asymptomatic carotid stenosis.

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Come trattare la tachicardia ventricolare nei pazienti con cardiomiopatia ischemica e impianto di ICD: farmaci o ablazione?

Lo scarto tra utilizzo effettivo della FFR (Fractional Flow Reserve) nella pratica clinica e le raccomandazioni delle Linee Guida sullo studio funzionale delle stenosi coronariche intermedie nei pazienti con sindromi coronariche croniche (classe 1 A nelle Linee Guida ESC 2024) rimane elevato. Nella routine quotidiana di molti laboratori di emodinamica e per molti singoli operatori, la valutazione visiva dell’angiogramma resta la base per le decisioni terapeutiche nonostante ne siano ben dimostrati i limiti sia per la variabilità della stima soggettiva delle stenosi epicardiche sia per la scarsa correlazione tra “criticità” angiografica ed effettiva ischemia nel territorio sottostante (mismatch tra anatomia e ischemia). Di fronte alla coronarografia di un singolo paziente la scelta terapeutica migliore resta …

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Rischio aritmico nel prolasso mitralico con disgiunzione mitro-anulare: effetti del trattamento chirurgico.

Il prolasso della valvola mitrale (MVP), la più frequente patologia valvolare nei Paesi occidentali, è generalmente a prognosi benigna, ma può complicarsi con una progressiva insufficienza valvolare. .  Vi è poi un sottogruppo di pazienti che sviluppano aritmie ventricolari minacciose. . Questi pazienti possono presentare alcune caratteristiche distintive, quali una disgiunzione anulo-mitralica (distacco dell’anulus dalla giunzione atrioventricolare postero-laterale), prolasso di entrambi i lembi, extrasistolia ventricolare frequente, inversione delle onde T ed un “late-gadolinium enhancement” della parete infero-laterale o dei muscoli papillari all’indagine MRI. Non è chiaro se questi pazienti presentino un rischio aritmico elevato anche dopo un intervento di chirurgia valvolare riparativa o sostitutiva. Infatti tale rischio potrebbe persistere…

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Come valutare la natriuresi nei pazienti scompensati in terapia diuretica orale

L’ASA rappresenta storicamente il trattamento antiaggregante di scelta a lungo termine per la prevenzione secondaria di eventi cardiovascolari nei pazienti con malattia aterosclerotica coronarica (CAD). La base scientifica per l’utilizzo dell’ASA nei pazienti con CAD è datata alla fine degli anni Ottanta con la pubblicazione dello studio ISIS-2 (Second International Study of Infarct Survival) che randomizzò 17.187 pazienti con infarto miocardico (MI) a ricevere un trattamento con streptokinasi, ASA, entrambi i trattamenti precedenti o placebo. Nell’ISIS-2, il trattamento con l’ASA risultò associato a una riduzione relativa del rischio di mortalità vascolare del 20% rispetto al placebo. L’ISIS-2 e altri studi successivi stabilirono in maniera consistente il vantaggio dell’ASA a basse dosi rispetto al placebo sulla riduzione della mortalità vascolare nei pazienti con CAD. Di conseguenza, considerata l’ampia disponibilità, il profilo di sicurezza e il basso costo, l’ASA divenne il cardine del trattamento farmacologico a lungo termine nei pazienti con CAD o dopo rivascolarizzazione coronarica percutanea (PCI). Successivamente…

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Biforcazioni del tronco comune sottoposte a PCI: quale strategia tecnica seguire?

Non esistono dati definitive su quale sia la miglior tecnica per il trattamento con PCI delle stenosi distali del tronco comune, in particolare se debba essere utilizzato il “provisional stenting” trattando inizialmente solo il ramo principale (ed eventualmente il ramo secondario in caso di dissezione o di presenza di stenosi significativa) oppure trattare direttamente i due vasi con stenting. Lo studio EBC MAIN study…

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