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La prevenzione secondaria nei pazienti con infarto miocardico acuto (AMI) si basa anche sull’utilizzo di famaci antipiastrinici. Tuttavia, l’intensità di tale trattamento deve bilanciare il rischio emorragico, legato alla terapia, con il rischio di nuovi eventi ischemici. I criteri proposti dall’Academic Research Consortium (ARC) per la definizione del rischio emorragico(1)  includono, tuttavia, alcuni parametri (come l’anemia, l’insufficienza renale, l’età) che condizionano  fortemente anche l’evenienza di complicanze ischemiche. Tali criteri appaiono quindi utili non solo per una definizione del bleeding risk, ma più generalmente rappresentano uno strumento olistico per valutare la prognosi del paziente. La loro applicazione alle casistiche selezionate dei trial clinici, ma anche ai grandi registri che includono pazienti “all comers”, può permettere di verificarne ulteriormente l’importanza clinica.

Sono stati analizzati i dati di 2.078.948 soggetti inclusi in 133 coorti di 39 Paesi in 6 continenti partecipanti al Global Cardiovascular Risk Consortium. I soggetti sono stati categorizzati in base alla presenza o meno di 5 fattori di rischio modificabili: ipertensione (PA sistolica ≥130 mmHg), fumo (almeno 1 sigaretta o sigaro o pipa al dì definito abituale, oppure occasionale se inferiore), diabete (storia clinica o laboratorio), peso corporeo (sottopeso BMI 25), dislipidemia (colesterolo non-HDL ≥130 mg/dl) a 50 anni e seguiti sino all’età di 90 anni se viventi. I vari database sono stati armonizzati definendo le variabili in accordo con il progetto MONICA/MORGAM. L’incidenza di malattia cardiovascolare...

Lo studio internazionale condotto in centri prevalentemente olandesi ha incluso 1.146 pazienti STEMI (età media 63 anni, 78% maschi) multivasali, randomizzandoli a una esecuzione, in un’unica procedura, di PCI sia della lesione culprit che di quelle non culprit utilizzando, per individuare le lesioni limitanti il flusso, la tecnica iFR (n=556) oppure limitandosi alla sola lesione culprit nella procedura indice e rivascolarizzando, entro le successive 3 settimane, le lesioni non culprit sulla base dei risultati di un test provocativo (adenosina o regadenoson) basato sull’imaging di risonanza magnetica (MRI, n=587). Pazienti in classe Killip III e IV, così come quelli in cui la PCI primaria non fosse stata efficace (mancato raggiungimento di flusso TIMI III finale) venivano esclusi dallo studio. Sono state individuate all’angiografia 1.5 stenosi non-culprit >50% per paziente con Syntax score medio residuo di 7. Lo studio ipotizzava....

Lo studio di coorte multicentrico longitudinale ha riguardato 6.120 pazienti con HCM inseriti nel registro internazionale SHaRe . Tutti i pazienti hanno avuto uno studio genetico in base al quale sono stati suddivisi in HCM-S (n=3.082, pari al 50%) e HCM-NS (n=3.038, pari al 50%). Il follow-up mediano è stato di 5.3 anni. Nei primi, l’età alla diagnosi era minore (38 vs 54 anni,  P<0.001), era più frequentemente rappresentato il sesso femminile (43% vs 36%) e vi era un più elevato Sudden Death Risk Score mediano secondo ESC (2.3% versus 1.8%;  P<0.001); tuttavia, essi avevano ....

Nell’introduzione Kevin Vernoy di Maastricht sottolinea come la terapia di resincronizzazione cardiaca, attraverso la stimolazione biventricolare (BIVP) in pazienti con insufficienza cardiaca,

L’insufficienza mitralica (IM) funzionale atriale è una entità clinica distinta, recentemente riconosciuta, caratterizzata da un allarga mento dell’anello valvolare secondario a una dilatazione atriale con una incidenza che aumenta all’aumentare dell’età. Benchè il trattamento sia chirurgico, la riparazione percutanea...

Nell’introduzione, Barbato e Gallinoro dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma osservano come alla base delle sindromi coronariche acute (ACS) vi sia una rottura o erosione di una placca vulnerabile, generalmente non limitante il flusso. Negli ultimi anni, una considerevole mole di dati, ottenuti soprattutto con l’utilizzo dell’imaging intra-coronarico, ha cercato di individuare le caratteristiche morfologiche di tali placche così da poter mettere in atto terapie preventive riguardo alla loro potenziale instabilizzazione. Inoltre, recenti studi....

Inquadramento La trombosi del ventricolo sinistro (LVT) è evenienza non rara nell’infarto miocardico acuto, soprattutto a sede anteriore, anche con il trattamento

Lo studio ha incluso 941 pazienti (età media 65 anni, 81% erano maschi, 49% con anamnesi di infarto miocardico e il 18% con fibrillazione atriale) con ICM (coronaropatia ostruttiva documentata alla coronarografia e associata a disfunzione FE definita in base a FE <50%). Tutti pazienti avevano eseguito una risonanza magnetica (RMN) per evidenziare aree cicatriziali in base alla presenza di “late gadolinium enhancement - LGE - tra il 2015 e il 2022. Di questi, 193 avevano eseguito un intervento di rivascolarizzazione (CABG n=117, PCI n=76) entro 90 giorni dalla RMN (“early revascularization group), con una rivascolarizzazione completa nel 76% dei casi, mentre 748 erano stati rivascolarizzati dopo 90 giorni o mai rivascolarizzati (“no early revascularization group”). La FE era del 33% nei pazienti rivascolarizzati precocemente e 36% nel gruppo non rivascolarizzato (P =0.01). Alla RMN un segmento di miocardio è stato considerato vitale se la transmuralità della cicatrice era ≤50%. Utilizzando il software CARAT gli operatori interagivano con un diagramma coronarico personalizzato per indicare severità, lunghezza e sede delle stenosi coronariche. Per ogni segmento miocardico...

Lo studio è il primo, relativamente ampio, di confronto tra farmaci in pazienti con cardiomiopatia ipertrofica non ostruttiva. Il messaggio è clinicamente rilevante in quanto conferisce una superiorità a verapamil rispetto a bisoprololo sulla base dei risultati del test cardiopolmonare che ha mostrato una riduzione del picco di VO2 con il betabloccante, mentre è stata osservata alcuna variazione significativa di tale parametro durante la terapia con il calcio-antagonista non diidropiridinico. Poichè il picco di VO2 è correlato alla portata cardiaca (ed è predittore di eventi in questa patologia) è verisimile che la differenza osservata tra i due farmaci sia dipendente dal diverso effetto sulla frequenza cardiaca di picco, decisamente inferiore con bisoprololo rispetto a verapamil. L’aumentato volume telediastolico, osservato durante trattamento con bisoprololo, riflette verosimilmente...

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