La prevenzione secondaria nei pazienti con infarto miocardico acuto (AMI) si basa anche sull’utilizzo di famaci antipiastrinici. Tuttavia, l’intensità di tale trattamento deve bilanciare il rischio emorragico, legato alla terapia, con il rischio di nuovi eventi ischemici. I criteri proposti dall’Academic Research Consortium (ARC) per la definizione del rischio emorragico(1) includono, tuttavia, alcuni parametri (come l’anemia, l’insufficienza renale, l’età) che condizionano fortemente anche l’evenienza di complicanze ischemiche. Tali criteri appaiono quindi utili non solo per una definizione del bleeding risk, ma più generalmente rappresentano uno strumento olistico per valutare la prognosi del paziente. La loro applicazione alle casistiche selezionate dei trial clinici, ma anche ai grandi registri che includono pazienti “all comers”, può permettere di verificarne ulteriormente l’importanza clinica.