Impella

Confronto dell’outcome clinico e dei costi associati all’utilizzo di device microassiale ventricolare sinistro vs contropulsatore aortico nei pazienti con infarto miocardico complicato da shock cardiogeno

Il trattamento dello shock cardiogeno è un ambito della cardiologia in cui i progressi degli ultimi decenni sono stati modesti. A tutt’oggi, l’utilizzo dei dispositivi di assistenza ventricolare non è standardizzato e gli studi randomizzati, che non sono affatto numerosi, non sono riusciti a mostrarne un beneficio. Nel caso di infarto miocardico con shock cardiogeno (AMICS), il contropulsatore aortico (IABP) è il dispositivo di riferimento (pur con una raccomandazione di livello basso, classe IIb nelle Linee Guide ESC) tuttavia il suo utilizzo di routine è chiaramente controindicato dalle medesime Linee Guide (classe III).

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I dispositivi di supporto meccanico sono utili nell’angioplastica coronarica ad alto rischio?

Inquadramento Le Linee Guida sulla rivascolarizzazione miocardica della Società Europea di Cardiologia[1]Neumann FJ, Sousa-Uva M, Ahlsson A, et al. 2018 ECS/EACTS guidelines on myocardial revascularization. Eur. Heart J. 2018. non raccomandano (Classe III livello di evidenza B) l’utilizzo routinario del contropulsatore aortico (IABP) nei pazienti con infarto miocardico acuto complicato da shock cardiogeno e sottoposti ad angioplastica coronarica (PCI), mentre non vi sono evidenze riguardo l’utilizzo di altri dispositivi di supporto circolatorio meccanico (DSM). Inoltre, queste Linee Guida non prendono in considerazione i pazienti stabili ma a elevato rischio procedurale (cosiddetti pazienti “CHIP”, cioè Complex High-risk Indicated Percutaneous Coronary Interventions). Le Linee Guida nordamericane[2]Levine GN, Bates ER, Blankenship JC, et al. 2011ACCF/AHA/SCAI guideline for percutaneous coronary intervention: a report of the American College of Cardiology Foundation/American Heart Association … Continua a leggere pongono l’utilizzo di dispositivi di supporto emodinamico nei pazienti ad alto rischio in classe IIb con livello di evidenza C, ma senza indicare quale dispositivo sia preferibile. Negli studi di confronto tra Impella e IABP nessuna differenza significativa è stata osservata[3]Ouweneel DM, Eriksen E, Sjauw KD, et al. Percutaneous mechanical circulatory support versus intra-aortic balloon pump in cardiogenic shock after acute myocardial infarction. J Am Coll Cardiol. … Continua a leggere[4]O’Neill WW, Kleiman NS, Moses J, et al. A prospective, randomized clinical trial of hemodynamic support with Impella 2.5 versus intraaortic balloon pump in patients undergoing high-risk … Continua a leggere, ma non esiste uno studio di confronto diretto tra Impella e assenza di DSM (“no-DSM”) nelle procedure complesse di PCI o nello shock cardiogeno. Lo studio in esame Sono stati identificati 9 studi randomizzati comprendenti globalmente 1.996 pazienti (262 pazienti trattati con Impella, 989 con IABP e 745 “no-DSM”; 6 studi in pazienti con infarto acuto con o senza shock, 3 studi in PCI elettive ad alto rischio). Inoltre sei studi confrontavano IABP e no-DSM, mentre tre studi confrontavano IABP e Impella. L’endpoint primario di efficacia era la mortalità totale intraospedaliera e a 30 giorni, mentre quello di sicurezza le complicanze emorragiche e vascolari. I risultati hanno mostrato che l’utilizzo sia dell’Impella che dell’IABP non ha prodotto differenze significative rispetto a “no-DSM” riguardo all’endpoint di efficacia, mentre l’utilizzo dell’Impella è risultato associato a un aumento significativo delle complicanze emorragiche e l’IABP di quelle vascolari. I risultati dei confronti diretti e indiretti, ottenuti con meta-analisi “network”, sono riportati nella Tabella. Take home message Non si è osservata alcuna riduzione di mortalità sia con IABP che con Impella rispetto a “no-DSM” in pazienti sottoposti a PCI ad alto rischio o per shock cardiogeno. Interpretazione dei dati Gli Autori sottolineano alcuni aspetti della analisi nella discussione del lavoro. Nella maggior parte degli studi è stato usato Impella 2.5, che avrebbe potuto non offrire una adeguata portata cardiaca, mentre ora è disponibile Impella 5 (che tuttavia necessita di un introduttore 23 French, anziché 13 French, esponendo il paziente a ulteriore rischio emorragico o di complicanze vascolari). Inoltre essi segnalano che in alcuni studi di pazienti in shock, Impella è stato inserito dopo PCI anziché preventivamente limitandone probabilmente i benefici. Vi è da osservare che la numerosità del campione analizzato globalmente è modesta e che di conseguenza gli intervalli di confidenza risultano molto ampi. Confortante la tendenza degli odds ratio a mostrare un beneficio di IABP e Impella nei confronti di una assenza di supporto, anche se non viene raggiunta la significatività statistica. Il maggior rischio emorragico e di complicanze con Impella impone ulteriori affinamenti tecnologici per ridurre le dimensioni del dispositivo. L’opinione di Ferdinando Verbella Direttore Dipartimento Medico e S.C. Cardiologia Rivoli Torino ASLTO3 Regione Piemonte, Responsabile Emodinamica ASLTO3 e Azienda Ospedaliera Universitaria San Luigi Orbassano (TO) I punti di forza di questo studio sono rappresentati dalla numerosità dei pazienti, dalla rigorosa selezione dei lavori inclusi, tutti studi randomizzati, e dall’avere messo a confronto il trattamento con l’Impella e la terapia medica, su cui non sono stati pubblicati studi. I punti deboli, come gli stessi Autori hanno sottolineato, e che caratterizzano le metanalisi, sono l’eterogeneità nella definizione e della valutazione dei criteri d’inclusione e degli endpoint e l’assenza di analisi “patient level”: dati emodinamici, strategie di rivascolarizzazione adottate (trattamento solo del vaso colpevole o di tutti i vasi con stenosi critiche nella stessa procedura) e accesso vascolare (percutaneo o chirurgico a seconda del dispositivo utilizzato). Il punto debole principale di questo studio è però rappresentato dall’inclusione di 2 popolazioni assolutamente differenti tra di loro: da un lato pazienti in shock cardiogeno, e quindi con necessità di un supporto emodinamico atto a sostenere le funzioni vitali, dall’altro pazienti stabili e sottoposti a procedure elettive, per i quali il supporto emodinamico è utile per prevenire l’instabilità emodinamica durante interventi complessi. Considerando che lo shock cardiogeno è un processo che non dipende solo dall’insufficienza meccanica di pompa, ma coinvolge anche fattori ormonali e infiammatori[5]Reynolds HR, Hochman J. Cardiogenic shock: current concepts and improving outcomes. Circulation 2008; 117: 689-697., è improbabile che un dispositivo di assistenza ventricolare sinistra, per quanto sofisticato, possa da solo ridurre la mortalità in pazienti con shock refrattario alla terapia medica. Diverso è il contesto nei CHIP, dove l’assistenza ventricolare sinistra può prevenire l’instabilità emodinamica nelle PCI complesse e quindi può consentire di ottenere una rivascolarizzazione completa in una percentuale più alta di pazienti. Lo studio conferma, inoltre, i dati di un’analisi retrospettiva del registro cardiovascolare nazionale americano (NCDR) che ha utilizzato la metodica statistica “propensity score” su 1.600 pazienti che hanno evidenziato una più elevata frequenza di morte intraospedaliera (45% vs 34.1%) e di sanguinamenti maggiori (31.3% vs 16%) nel gruppo Impella rispetto al gruppo IABP[6]Dhruva SS, Ross JS, Mortazavi BJ, et al. Association of use of an intravascular microaxial left ventricular assist device vs intra-aortic balloon pump with in-hospital mortality and major bleeding … Continua a leggere. Sulla base delle conoscenze attualmente in nostro possesso possiamo concludere che, per la sua diffusione, la facilità di utilizzo, il basso costo e la relativa bassa frequenza di complicanze gravi, l’IABP mantiene ancora un ruolo centrale, ancorché con tutti i suoi limiti, nel trattamento di

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Unloading del ventricolo sinistro in pazienti con shock cardiogeno trattati con ECMO: è utile associare IMPELLA?

Inquadramento Lo shock cardiogeno è tuttora gravato da alta mortalità. Nei casi avanzati, in cui la terapia farmacologica non riesce a contrastare la ridotta perfusione tissutale, l’utilizzo dell’ECMO (extracorporeal membrane oxygenation) fornisce un supporto circolatorio e respiratorio spesso in grado di interrompere la spirale negativa innescata dalla ipoperfusione che conduce all’exitus. Tuttavia, una complicanza dell’ECMO è l’aumento del post-carico, conseguenza della perfusione aortica retrograda. Ne può risultare una difficoltà alla eiezione del ventricolo sinistro, con aumento delle pressioni di riempimento e conseguente edema polmonare e ipossiemia. Una metanalisi recente di studi osservazionali [1]Russo JJ, Aleksova N, Pitcher I, et al. Left ventricular unloading during extracorporeal membrane oxygenation in patients with cardiogenic shock. J Am Coll Cardiol. 2019;73: 654–662. doi: … Continua a leggere ha mostrato come l’utilizzo di supporti meccanici capaci di determinare “unloading” del ventricolo sinistro (contropulsatore aortico, drenaggio per via transettale dell’atrio sinistro, o lmpella) in pazienti già in ECMO possa ridurre la mortalità. Lo studio in esame In questo studio multicentrico è stata raccolta una casistica retrospettiva di pazienti con shock cardiogeno (63% per infarto miocardico, 67% con precedente arresto cardiaco) trattati con ECMO. In una analisi “propensity-matched”, 255 pazienti che avevano ricevuto anche “unloading” con Impella (gruppo ECMELLA) mostravano un beneficio in termini di mortalità, rispetto a un analogo numero di pazienti non trattati con Impella (solo ECMO, vedi Tabella) che era indipendente da età, sesso, precedente arresto cardiaco e valori di lattato, con risultati significativi solo per il gruppo in cui ECMELLA veniva messo in atto precocemente. A fronte di questo beneficio le complicanze, in particolare quelle emorragiche e vascolari, risultavano più elevate nel gruppo ECMELLA (Tabella). Take home message L’utilizzo di Impella associato a ECMO (ECMELLA) ha ridotto la mortalità rispetto al solo impiego di ECMO in pazienti con shock cardiogeno, pur in presenza di un maggior numero di complicanze rilevanti. Lo studio, in attesa di conferme da studi randomizzati, depone a favore di una strategia di unloading del ventricolo sinistro, ma sottolinea anche l’importanza di una sorveglianza accurata degli accessi vascolari per ottimizzare il rapporto rischio/beneficio. Interpretazione dei dati Lo studio è stato condotto su un’ampia casistica ed è il primo ad affrontare, con metodologia rigorosa, due strategie di supporto meccanico in pazienti in shock cardiogeno. I risultati hanno una forte plausibilità dal punto di vista fisiopatologico e sembrano avvalorare l’ipotesi che l’unloading del ventricolo sinistro associato a ECMO abbia un impatto favorevole sulla prognosi di questi pazienti critici. Il limite dello studio è, ovviamente, l’assenza di randomizzazione per cui i due gruppi, anche se ben “matchati” sulla base di dati clinici e metabolici, potrebbero differire per variabili non considerate nell’analisi e potenzialmente correlate al decorso clinico. È verosimile, ad esempio, che l’utilizzo di ECMELLA piuttosto che di solo ECMO sia perseguito da centri che hanno una maggiore esperienza nel trattamento di pazienti in shock cardiogeno. Resta inoltre irrisolto il problema del timing dell’inserimento di Impella, in quanto i sottogruppi con utilizzo precoce o tardivo del dispositivo avevano numerosità differente, influenzando in tal modo la significatività statistica. Non trascurabile, infine, il maggior numero di complicanze nel gruppo ECMELLA, aspetto che gli operatori dovrebbero approfondire per ridurne il numero e l’impatto clinico. L’opinione di Carlo Trani UOC di Cardiologia Interventistica e Diagnostica Invasiva, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, IRCCS Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma Nonostante i notevoli progressi terapeutici degli ultimi anni, la mortalità ospedaliera dei pazienti che si presentano con shock cardiogeno o dopo arresto cardiocircolatorio resta particolarmente elevata. Nelle forme più gravi di shock cardiogeno, i presidi farmacologici si sono dimostrati poco efficaci. L’assistenza cardiocircolatoria meccanica con VA-ECMO rappresenta il sistema più efficace per mantenere la perfusione degli organi vitali. Tuttavia, questo effetto benefico sulla perfusione avviene a scapito di un marcato aumento dell’afterload cardiaco. E l’aumento dell’afterload e del conseguente lavoro cardiaco risulta particolarmente dannoso nei pazienti con infarto miocardico acuto, perché l’incremento del consumo di ossigeno miocardico aggiunge danno al danno e contrasta il recupero della funzione cardiaca. Dal punto di vista fisiopatologico, l’associazione di un dispositivo di unloading del ventricolo sinistro al VA-ECMO appare quindi molto sensato e in letteratura esistono evidenze a favore, seppur derivanti da studi quasi esclusivamente retrospettivi e su popolazioni di pazienti molto limitate. Lo studio di Schrage et al, uno studio multicentrico internazionale retrospettivo recentemente pubblicato su Circulation nel 2020, riporta l’outcome a 30 giorni di 686 pazienti consecutivi ricoverati per shock cardiogeno in 16 centri di 4 nazioni. Nello specifico, lo studio ha messo a confronto 2 popolazioni di pazienti, 255 trattati con solo VA-ECMO e 255 in cui al VA-ECMO è stato associato l’impianto di Impella (ECMELLA), selezionate e rese omogeneee con il metodo del propensity matching. Il risultato dello studio è stato che i pazienti del gruppo ECMELLA hanno avuto una mortalità significativamente inferiore (58.3% vs 65.7%, p 0.03), nonostante le complicanze (emorragie severe, ischemia degli arti inferiori e sindrome compartimentale addominale necessitanti intervento chirurgico e insufficienza renale che ha richiesto emodialisi) siano state significativamente più frequenti rispetto al gruppo trattato col solo VA-ECMO. Questo risultato, sebbene il propensity match non possa completamente eliminare i limiti dello studio retrospettivo, appare particolarmente significativo. Una tale riduzione della mortalità associata all’uso dell’Impella, nonostante l’aumentata incidenza di complicanze gravi, rappresenta un segnale molto positivo. E lascia spazio a un ulteriore margine di miglioramento dal momento che almeno alcune delle complicanze potrebbero essere messe in relazione alla tecnica d’impianto, anche considerando l’intervallo temporale in cui i pazienti sono stati arruolati (2013-2019 per il gruppo ECMELLA). Appare infatti evidente che al di là delle complicanze emorragiche, più strettamente collegate allo stato di anticoagulazione, una quota rilevante di complicanze deriva dagli accessi vascolari. Tali complicanze vascolari potrebbero, da un lato, essere prevenute da un affinamento della tecnica d’impianto e dall’altro venir trattate meno invasivamente per via endovascolare evitando il ricorso alla chirurgia, che di per sè rappresenta un rischio proibitivo per pazienti in condizioni già critiche. L’esperienza acquisita negli ultimi anni dai cardiologi interventisti, specialmente con la sostituzione valvolare aortica transcatetere (TAVI), nella gestione degli accessi

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