Inquadramento
La popolazione inclusa nell’analisi è composta da 119.480 pazienti di eta ≥66 in fibrillazione atriale (osservati tra il gennaio 2008 e il gennaio 2022) nei quali era stata iniziata una terapia anticoagulante, escludendo coloro che avessero una storia di neoplasia o di bleeding oppure fossero in dialisi o avessero una malattia La popolazione inclusa nell’analisi è composta da 119.480 pazienti di eta ≥66 in fibrillazione atriale (osservati tra il gennaio 2008 e il gennaio 2022) nei quali era stata iniziata una terapia anticoagulante, escludendo coloro che avessero una storia di neoplasia o di bleeding oppure fossero in dialisi o avessero una malattia valvolare. L’età media risultava di 77 anni, il 52% erano maschi, il 69% era in anticoagulante orale diretto e il 31% in warfarin. Il bleeding nei 2 anni successivi all’inclusione nello studio veniva certificato in base a ricovero ospedaliero, visita al Pronto Soccorso o prescrizione medica ed era osservato nel 21.8% dei pazienti, a una mediana di 266 giorni dall’inizio dell’anticoagulazione. Nei 2 anni successivi all’inizio dell’anticoagulazione, sono state diagnosticate neoplasie in 5.800 pazienti (4.9%), di cui 2.000 (34.5%) diagnosticate dopo un episodio di bleeding. Le neoplasie più comuni erano le colorettali (n = 431), polmonari (n=344) e prostatiche (N = 256). Usando modelli di regressione, il bleeding era associato con il rischio di avere una neoplasia (hazard ratio [HR], 4.0 [95% CI, 3.8–4.3; P<0.001). I vari HR per le neoplasie gastrointestinali, genitourinarie e polmonari diagnosticate concordanti per sede di sanguinamento erano più elevati ed espressi nella Tabella. Dei 5.800 pazienti in cui è stata diagnosticata una neoplasia, la stadiazione era disponibile in 3.026: escludendo il tumore della mammella (non associato a bleeding) uno stadio 4 era osservato nel 28.0% di coloro che avevano avuto bleeding versus 34.0% di quelli senza precedente bleeding (P<0.001). Tra gli 8.612 pazienti con bleeding gastrointestinale, un accertamento endoscopico ha avuto luogo nel 24.6% dopo l’episodio di bleeding, mentre il 9.8% l’ha ricevuto prima della complicanza emorragica valvolare. L’età media risultava di 77 anni, il 52% erano maschi, il 69% era in anticoagulante orale diretto e il 31% in warfarin. Il bleeding nei 2 anni successivi all’inclusione nello studio veniva certificato in base a ricovero ospedaliero, visita al Pronto Soccorso o prescrizione medica ed era osservato nel 21.8% dei pazienti, a una mediana di 266 giorni dall’inizio dell’anticoagulazione. Nei 2 anni successivi all’inizio dell’anticoagulazione, sono state diagnosticate neoplasie in 5.800 pazienti (4.9%), di cui 2.000 (34.5%) diagnosticate dopo un episodio di bleeding. Le neoplasie più comuni erano le colorettali (n = 431), polmonari (n=344) e prostatiche (N = 256). Usando modelli di regressione, il bleeding era associato con il rischio di avere una neoplasia (hazard ratio [HR], 4.0 [95% CI, 3.8–4.3; P<0.001). I vari HR per le neoplasie gastrointestinali, genitourinarie e polmonari diagnosticate concordanti per sede di sanguinamento erano più elevati ed espressi nella Tabella. Dei 5.800 pazienti in cui è stata diagnosticata una neoplasia, la stadiazione era disponibile in 3.026: escludendo il tumore della mammella (non associato a bleeding) uno stadio 4 era osservato nel 28.0% di coloro che avevano avuto bleeding versus 34.0% di quelli senza precedente bleeding (P<0.001). Tra gli 8.612 pazienti con bleeding gastrointestinale, un accertamento endoscopico ha avuto luogo nel 24.6% dopo l’episodio di bleeding, mentre il 9.8% l’ha ricevuto prima della complicanza emorragica.

Take home message
Nei pazienti anticoagulati per fibrillazione atriale la comparsa di complicanze emorragiche è fortemente associata a una nuova diagnosi di neoplasia. In tali casi la neoplasia è spesso a uno stadio precoce di evoluzione, dato che sottolinea l’importanza di accertamenti diagnostici tempestivi, piuttosto che attribuire l’emorragia a un effetto collaterale della terapia in atto.
Interpretazione dei dati
Il dato più rilevante di questo studio risiede nel fatto che il bleeding occorso dopo l’inizio di una terapia anticoagulante, se avviene a livello gastrointestinale, genitourinario o respiratorio, può indirizzare verso una diagnosi anticipata di neoplasia concordante con la sede del sanguinamento. In tal modo i pazienti possono essere trattati più precocemente e verosimilmente avere un outcome migliore. Purtroppo lo studio manca di un follow-up successivo alla diagnosi della patologia neoplastica, quindi non vengono forniti dati sulla evoluzione clinica dei pazienti. Se si considerano i bleeding gastrointestinali, di gran lunga i più frequenti, essi si sono verificati in 8.612 pazienti (il 7.2% della popolazione anticoagulata). Di questi, il 5.5% ha avuto una diagnosi di neoplasia colorettale con circa un terzo dei casi diagnosticato dopo l’episodio emorragico. Per le neoplasie in altra sede, la percentuale osservata di pazienti diagnosticati dopo un episodio di bleeding è stata minore (16.2% per le neoplasie genito-urinarie e 12.1% per le neoplasie polmonari). Gli autori, commentando i loro dati, osservano come molti pazienti dopo un episodio di sanguinamento non svolgono accertamenti diagnostici che avrebbero potuto condurre a una diagnosi più precoce della neoplasia. Infatti solo il 24.6% dei pazienti con bleeding gastrointestinale ha ricevuto un accertamento endoscopico dopo la complicanza emorragica e il 47.7% dei pazienti con emorragia genitourinaria ha effettuato una cistoscopia. Sottovalutare un episodio emorragico in un paziente in terapia anticoagulante, considerandolo come un atteso effetto collaterale della terapia, può ritardare una diagnosi di neoplasia, maggiormente curabile se scoperta in uno stadio precoce.
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