Lo studio ha considerato 209.108 sciatori svedesi che, tra il 1989 ed il 2011, abbiano partecipato e completato, nella loro vita, almeno 1 volta la famosa Vasaloppet, una gara di sci da fondo che si svolge annualmente, la prima domenica di marzo, su un percorso di 90 Km. I dati di follow-up in questi sciatori, riguardanti l’incidenza di impianto di pacemaker e la mortalità, sono stati confrontati con quelli di 532.290 non-sciatori, utilizzando il Swedish National Patient Register. Gli sciatori hanno mostrato una maggior incidenza di bradicardia [aHR aggiustato per diabete, scompenso, cardiopatia ischemica, fibrillazione atriale], 1.19 [95% CI, 1.05–1.34]) e di impianto di pacemakers (aHR, 1.17 [95% CI, 1.04–1.31]) rispetto ai non-sciatori: tale associazione riguardava solo gli sciatori di sesso maschile (circa il 60% della casistica) mentre nelle donne (circa il 40%) non era presente. L’indicazione a pacemaker era prevalentemente una “sick sinus syndrome” negli sciatori ed un BAV di terzo grado nei non-sciatori. L’incidenza di impianto di pacemaker era maggiore negli sciatori con migliori performance durante la Vasaloppet (cioè compiuta più velocemente) mentre era minore negli sciatori più lenti e nei non-sciatori (Figura, pannello A). Gli sciatori avevano una mortalità ridotta rispetto ai non-sciatori (aHR, 0.16 [95% CI, 0.15–0.17]) indipendentemente dalla necessità di un impianto di pacemaker (Figura, pannello B). Nelle sciatrici non si riscontravano tutte queste differenze osservate negli sciatori.Non vi sono apparenti motivi per queste discrepanze osservate tra i due sessi: gli autori ipotizzano che possano sussistere differenze nel regime di training tra sciatori e sciatrici, in termini di carico e di intensità di lavoro. In conclusione, lo studio mostra che gli sciatori fondisti, soprattutto quelli con le maggiori prestazioni, hanno una maggiore incidenza di bradicardia con necessità di impianto di pacemaker nel loro futuro; tale necessità non comporta tuttavia una minore attesa di vita.


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