PCI

Nefropatia acuta da mezzo di contrasto dopo pci: quanto può servire uno score di rischio per predirne l’insorgenza?

La nefropatia acuta da contrasto (AKI) è una nota e temuta complicanza delle procedure di PCI. Al suo verificarsi contribuiscono la presenza di comorbilità, in particolare una malattia cronica renale preesistente e il diabete, la complessità delle procedure, la quantità di mezzo di contrasto iniettato. Per ridurre e mitigare l’incidenza di questo fenomeno, che ha un peso prognostico non trascurabile, gli operatori impiegano una serie di accorgimenti quali l’utilizzo di mezzi di contrasto a bassa osmolarità, l’espansione del volume, la sospensione cautelativa di alcuni farmaci. Per predire l’insorgenza di AKI sono stati proposti numerosi score di rischio, alcuni tuttavia un po’ datati, altri complessi e di non facile utilizzo.

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L’infarto miocardico dopo angioplastica coronarica: quale definizione utilizzare?

L’infarto miocardico periprocedurale (PPMI) è una complicanza non infrequente delle procedure di angioplastica coronarica (PCI) che limita l’impatto clinico favorevole della procedura. Ne sono state proposte alcune definizioni che differiscono tra loro, sia per le soglie di incremento postprocedurale della troponina (cTn), che per la presenza o meno di criteri ancillari che indichino il rischio di complicanze angiografiche o di nuova ischemia miocardica. Tuttavia, non c’è consenso su quale definizione utilizzare, anche se si concorda sull’impatto prognostico che una corretta definizione deve avere, in particolare sulla successiva mortalità cardiovascolare. Il problema non è di poco conto, in quanto l’incidenza di PPMI può variare dal 2% al 18% in base alle diverse definizioni, modificando, a seconda di quella utilizzata, il risultato di trial che confrontino la PCI sia con la terapia medica che con il bypass aortocoronarico.

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Danno da riperfusione: ruolo dell’emorragia intramiocardica

Introduzione Benché sia acquisito che la riperfusione permetta di ridurre l’area infartuale con modalità tempo-dipendente, è altresì noto che in taluni casi essa possa paradossalmente associarsi al fenomeno della “reperfusion injury” che causa un ulteriore danno miocardico, responsabile di un aumento dell’area infartuale (“infarct surge”)[1] Yellon DM, Hausenloy DJ. Myocardial reperfusion injury. N Engl J Med. 2007;357:1121–1135.. L’ostruzione microvascolare (MVO), che può persistere anche dopo una riperfusione apparentemente efficace, può complicarsi con la distruzione del microcircolo con conseguente emorragia intramiocardica (IMH), causa di ulteriore danno microvascolare, estensione dell’area ipossica per effetto compressivo o per tossicità diretta. Non ci sono studi, tuttavia, che abbiano illustrato la concatenazione degli eventi che portano al fenomeno dell’infarct surge e all’espansione dell’area necrotica. Lo studio in esame Lo studio si compone di una parte clinica, condotta in 70 pazienti STEMI e di una parte sperimentale (17 modelli canini disponibili per l’analisi). Nella prima, la cinetica del rilascio di troponina (ottenuta con prelievi seriati) dopo PCI risultava differente nei pazienti in cui la risonanza magnetica (MRI, eseguita a 6-8 giorni dall’evento acuto e ripetuta a 6-8 mesi) mostrava la presenza di IMH. La presenza di IMH determinava un picco più elevato entro le prime 12 ore, mentre nei pazienti senza IMH avveniva entro 24 ore.Nella parte sperimentale dello studio, negli animali (con arteria discendente anteriore legata e poi riperfusa a 3 ore) che presentavano IMH alla MRI (eseguita ogni 24-48 ore sino al settimo giorno e ripetuta a 8 settimane) la riperfusione induceva un’espansione dell’area necrotica coinvolgente l’epicardio, fenomeno non evidente quando IMH non era presente (P<0.001). L’infarct size era simile nei due gruppi di animali a 1 ora dalla riperfusione, ma risultava più ampio a 72 ore se IMH era presente (P<0.01). Il “myocardial salvage” a 7 giorni dalla riperfusione (calcolato come % del volume infartuale misurato utilizzando il “late gadolinium enhancement” rispetto al volume dell’area a rischio calcolata dalla PET eseguita con ammonio 13) risultava significativamente maggiore se IMH non era presente, vedi Tabella. Take home message L’emorragia miocardica è una determinante fondamentale dell’ampiezza finale dell’area infartuale. Essa assume quindi un ruolo clinico rilevante e dovrà essere oggetto di interventi atti a ridurne l’incidenza e le conseguenze negative. Interpretazione dei dati Discutendo i dati dello studio, gli Autori commentano come il “fronte d’onda” dell’emorragia intramiocardica provochi un vero e proprio tsunami, annullando il beneficio prodotto dalla riperfusione iniziale: infatti se la MVO senza IMH porta a una espansione della area infartuale iniziale di circa il 20% nei giorni successivi alla riperfusione, la presenza di IMH comporta una espansione dell’80%. Quindi nell’era moderna della rivascolarizzazione, l’entità della necrosi finale dipende non solo dalla ampiezza della area a rischio e dal tempo di ischemia, ma anche dal danno iatrogeno della riperfusione. Benché la presenza di IMH possa dipendere dalla durata dell’ischemia, i dati sperimentali di questo studio (in tutti i modelli canini il tempo di ischemia era simile) mostrano come altri fattori, tuttora non noti, possono determinare questa temibile complicanza. Compito della ricerca futura sarà quello di identificarli per poter instaurare terapie efficaci. L’opinione di Gianluca Campo e Antonella Scala UO Cardiologia, Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara Negli ultimi venti anni la prognosi del paziente con infarto miocardico è notevolmente cambiata grazie ai progressi nell’ambito dell’angioplastica primaria. L’istituzione territoriale di reti ben strutturate per la gestione e lo smistamento dei pazienti con infarto miocardico acuto verso centri con emodinamica 24/7, ha permesso di ridurre significativamente i tempi symptom’s onset to-balloon e door-to balloon. L’ottimizzazione della terapia medica di fase acuta (in particolare della terapia antitrombotica) ha ulteriormente contributo alla riduzione dell’estensione finale dell’infarct size e della mortalità ospedaliera per infarto[2]Ibanez B, James S, Agewall S, et al. 2017 ESC Guidelines for the management of acute myocardial infarction in patients presenting with ST-segment elevation. Eur Heart J. 2018;39:119-177.. Tuttavia, la pratica clinica quotidiana ci rammenta spesso che non tutti i pazienti rispondono alla terapia riperfusiva allo stesso modo. Non tutti i pazienti, sebbene precocemente riperfusi, tornano a casa con una frazione d’eiezione conservata. Ancora una quota non trascurabile di pazienti, nonostante i nostri sforzi in sala di emodinamica e in UTIC, viene dimesso con una estesa necrosi e va incontro a rimodellamento cardiaco con plurimi accessi per scompenso cardiaco. Fino al 50% dell’estensione finale dell’infarct size di questi pazienti, è riconducibile ai complessi fenomeni molecolari e cellulari che riconduciamo al cosiddetto “danno da ischemia-riperfusione”[3]Heusch G, Gersh BJ. The pathophysiology of acute myocardial infarction and strategies of protection beyond reperfusion: a continual challenge. Eur Heart J. 2017;38:774-784.. In termini banali, una quota di cardiomiociti che erano ancora vivi al momento della riperfusione (sebbene ischemici) vengono uccisi da una serie di fenomeni molecolari che la stessa riperfusione innesca. Questo non significa che si sarebbero “salvati” senza riperfusione, ma solo che abbiamo, purtroppo, perso una parte del beneficio che potevamo apportare al paziente. I fenomeni riconducibili al danno da ischemia-riperfusione sono molteplici spaziando dalle aritmie indotte dalla riperfusione, al miocardio “stordito” (myocardial stunning), al danno da riperfusione letale (mitocondrio-mediato) e all’ostruzione microvascolare[4]Davidson SM, Ferdinandy P, Andreadou I, et al. Multitarget Strategies to Reduce Myocardial Ischemia/Reperfusion Injury: JACC Review Topic of the Week. J Am Coll Cardiol. 2019;73:89-99..Il microcircolo coronarico gioca in questo contesto un ruolo fondamentale, rappresentando il reale effettore del destino del miocardio soggetto a insulto da ischemia-riperfusione: al momento del ripristino del flusso coronarico il microcircolo sarà bersaglio dei detriti derivanti dalla placca, degli aggregati cellulari, con una conseguente possibile disgregazione del letto vascolare e sviluppo di emorragia intramiocardica[5]Ibáñez B, Heusch G, Ovize M, Van de Werf F. Evolving therapies for myocardial ischemia/reperfusion injury. J Am Coll Cardiol. 2015;65:1454-71..Ting Liu et al., in questo studio, hanno valutato il ruolo dell’emorragia intramiocardica nel determinare l’estensione finale dell’area infartuata dopo riperfusione coronarica. In modo rigoroso è stata eseguita una fase di studio osservazionale su pazienti con infarto ST sopra (STEMI) sottoposti a rivascolarizzazione coronarica, valutazione della cinetica della troponina e valutazione della presenza di emorragia intramiocardica mediante risonanza magnetica cardiaca (MRI). A questa prima fase è seguita una seconda

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Short Duration of DAPT Versus De-Escalation After Percutaneous Coronary Intervention for Acute Coronary Syndromes.

Objectives: The aim of this study was to compare short dual antiplatelet therapy (DAPT) and de-escalation in a network meta-analysis using standard DAPT as common comparator.

Background: In patients with acute coronary syndrome (ACS) undergoing percutaneous coronary intervention (PCI), shortening DAPT and de-escalating to a lower potency regimen mitigate bleeding risk. These strategies have never been randomly compared.

Methods: Randomized trials of DAPT modulation strategies in patients with ACS undergoing PCI were identified. All-cause death was the primary outcome. Secondary outcomes included net adverse cardiovascular events (NACE), major adverse cardiovascular events, and their components. Frequentist and Bayesian network meta-analyses were conducted. Treatments were ranked on the basis of posterior probability. Sensitivity analyses were performed to explore sources of heterogeneity.

Results: Twenty-nine studies encompassing 50,602 patients were included. The transitivity assumption was fulfilled. In the frequentist indirect comparison, the risk ratio (RR) for all-cause death was 0.98 (95% CI: 0.68-1.43). De-escalation reduced the risk for NACE (RR: 0.87; 95% CI: 0.70-0.94) and increased major bleeding (RR: 1.54; 95% CI: 1.07-2.21). These results were consistent in the Bayesian meta-analysis. De-escalation displayed a >95% probability to rank first for NACE, myocardial infarction, stroke, stent thrombosis, and minor bleeding, while short DAPT ranked first for major bleeding. These findings were consistent in node-split and multiple sensitivity analyses. Conclusions: In patients with ACS undergoing PCI, there was no difference in all-cause death between short DAPT and de-escalation. De-escalation reduced the risk for NACE, while short DAPT decreased major bleeding. These data characterize 2 contemporary strategies to personalize DAPT on the basis of treatment objectives and risk profile.

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Benefit of Extended Dual Antiplatelet Therapy Duration in Acute Coronary Syndrome Patients Treated with Drug Eluting Stents for Coronary Bifurcation Lesions (from the BIFURCAT Registry).

Abstract Optimal dual antiplatelet therapy (DAPT) duration for patients undergoing percutaneous coronary intervention (PCI) for coronary bifurcations is an unmet issue. The BIFURCAT registry was obtained by merging two registries on coronary bifurcations. Three groups were compared in a two-by-two fashion: short-term DAPT (≤6 months), intermediate-term DAPT (6-12 months) and extended DAPT (>12 months). Major adverse cardiac events (MACE) (a composite of all-cause death, myocardial infarction (MI), target-lesion revascularization and stent thrombosis) were the primary endpoint. Single components of MACE were the secondary endpoints. Events were appraised according to the clinical presentation: Chronic Coronary Syndrome (CCS) versus Acute Coronary Syndrome (ACS). 5.537 patients (3.231 ACS, 2306 CCS) were included. After a median follow-up of 2.1 years (IQR 0.9- 2.2), extended DAPT was associated with a lower incidence of MACE compared with intermediate-term DAPT (2.8% versus 3.4%, adjusted HR 0.23 [0.1-0.54], p<0.001), driven by a reduction of all-cause death in the ACS cohort. In the CCS cohort, an extended DAPT strategy was not associated with a reduced risk of MACE. In conclusion, among real-world patients receiving PCI for coronary bifurcation, an extended DAPT strategy was associated with a reduction of MACE in ACS but not in CCS patients. Keywords: Dual atiplatelet theraphy; percutaneous coronary intervention; coronary bifurcation lesions. Intervista a Ovidio De Filippo Dipartimento di Scienze Mediche, Divisione di Cardiologia, Università di Torino Dottor De Filippo qual è iI take home message del vostro studio? Innanzitutto, tengo a ringraziare per la possibilità concessa di discutere di questo lavoro che è stato frutto di una notevole unione di forze tra due gruppi di ricerca, italiano e coreano, consentendo di ottenere il più grande registro esistente di pazienti trattati per biforcazioni coronariche. Il messaggio principale, che deriva dai risultati, è che nonostante un’attenzione sempre maggiore in ambito clinico e scientifico ai pazienti HBR (High Bleeding Risk), vi sono ancora dei setting in cui una DAPT estesa (oltre i 12 mesi) può fare la differenza in termini di eventi cardiovascolari avversi. In particolare, nel nostro studio, che ha incluso oltre 5.000 pazienti trattati con angioplastica percutanea su lesioni coronariche in biforcazione, una DAPT estesa per più di 12 mesi si associa a una riduzione di MACE nei pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta (ACS), ma non in quelli sottoposti a rivascolarizzazione per sindrome coronarica cronica (CCS). Il beneficio della DAPT estesa per oltre 12 mesi nei pazienti ACS è stato confermato in tutti i sottogruppi analizzati (strategia di PCI a due stent o provisional, lesioni del tronco comune o meno, e DAPT score > o < di 2). Viceversa, in nessuno dei sottogruppi elencati è emerso un beneficio legato alla DAPT estesa nei pazienti con CCS. I vostri risultati mostrano come nei pazienti sottoposti a PCI con impianto di DES per una lesione in biforcazione, una DAPT prolungata oltre i 12 mesi si associa a un migliore outcome a distanza rispetto a DAPT di durata intermedia (6-12 mesi) nei pazienti con presentazione clinica di ACS, ma non in quelli con CCS. Tenere conto della presentazione clinica iniziale del paziente è quindi ancora molto importante nel prescrivere una appropriata durata di DAPT nei pazienti sottoposti a stenting coronarico? Questo è il punto cruciale dello studio e merita una riflessione. Nel tempo, il miglioramento delle caratteristiche degli stent coronarici (in termini di spessore degli struts, delle modalità di rilascio del farmaco, della composizione dei polimeri, ecc.) ha fatto in modo che la DAPT, inizialmente necessaria e raccomandata per prevenire la complicanza più temibile legata all’impianto dei DES, ovvero la trombosi dello stent, diventasse invece una terapia da cui ci si attende un beneficio sistemico in termini di protezione da eventi aterotrombotici. Nell’analisi del solo registro coreano COBIS, che aveva arruolato prevalentemente pazienti trattati con DES di prima generazione, gli Autori riscontravano un beneficio della DAPT prolungata in termini di mortalità per tutte le cause e di infarto del miocardio, a prescindere dalla modalità di presentazione clinica (ACS o CCS). Quando invece il COBIS è stato fuso con il registro italiano RAIN, che invece inglobava una coorte di pazienti trattati con DES di nuova generazione, è emerso invece quanto risultato dallo studio in oggetto, ovvero che la presentazione clinica modula il beneficio atteso dalla DAPT estesa per oltre i 12 mesi. In altre parole, l’avvento di stent coronarici sempre più performanti ha probabilmente fatto sì che le caratteristiche e i fattori di rischio aterosclerotico del paziente, più che quelle legate allo stent, rappresentino il nodo cruciale sul quale bisogna farsi guidare nella scelta dell’intensità e durata della DAPT, perfino in scenari complessi come le biforcazioni coronariche. Un paziente che soffre di ACS è un paziente con una malattia aterosclerotica aggressiva, che probabilmente ha delle caratteristiche che determinano l’instabilità delle placche coronariche e che, pertanto, ha un rischio di recidiva di eventi aterotrombotici superiore rispetto ai pazienti che invece soffrono di coronaropatia stabile. Una delle limitazioni della vostra analisi è l’assenza di una valutazione del bleeding, un dato che penalizza generalmente DAPT più prolungate. Secondo la sua esperienza (non solo clinica, ma da esperto della letteratura a riguardo) come ci si deve comportare per quanto riguarda la durata della DAPT nei pazienti sottoposti a impianto di DES su biforcazione, ma con caratteristiche di “high bleeding risk”? Sicuramente l’assenza degli eventi di bleeding nel registro, insieme alla prescrizione della DAPT basata su scelta clinica e non randomizzata, rappresentano le limitazioni principali dello studio. Per cercare di inferire il beneficio atteso dalla DAPT prolungata, anche nei pazienti ad alto rischio emorragico, è stata condotta una sottoanalisi dividendo la popolazione in base al DAPT score, confermando i risultati dell’analisi principale come detto sopra. Negli ultimi anni la letteratura si è molto concentrata sui pazienti ad alto rischio emorragico e oggi sappiamo con certezza che i sanguinamenti al follow-up hanno un’implicazione prognostica pari, se non addirittura superiore, agli eventi aterotrombotici. In merito alla domanda credo che lo studio e i dati di letteratura suggeriscano una risposta: la complessità della procedura di rivascolarizzazione (biforcazioni, procedure del tronco comune, lunghezza degli stent) fornisce

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STEMI tardivo: quale vantaggio dalla rivascolarizzazione?

L’argomento è tuttora di grande attualità, poichè rappresenta una area clinica di incertezza nella quale evidenze provenienti da studi randomizzati sono carenti. Le Linee Guida della Società Europea di Cardiologia (ESC) indicano anche in questi pazienti, che giungano all’osservazione 12-48 ore dall’inizio dei sintomi, l’utilizzo della PCI primaria con una classe di raccomandazione IIa, evidenza B ((Ibanez B, James S, Agewall S, et al. 2017 ESC guidelines for the management of acute myocardial infarction in patients presenting with ST-segment elevation: the Task Force for the Management of Acute Myocardial Infarction in Patients Presenting With ST-Segment Elevation of the European Society of Cardiology (ESC). Eur Heart J. 2018;39:119–177. )).

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Utilizzo della fractional flow reserve (FFR) per valutare il risultato finale della angioplastica coronarica. I risultati di uno studio randomizzato

La FFR è utilizzata per individuare le stenosi di grado intermedio all’angiografia che sono emodinamicamente significative e, perciò, trattabili con angioplastica coronarica (PCI). L’utilizzo invece di FFR post-PCI per giudicare il risultato della procedura è poco praticato, sia perchè il suo significato non è validato da ampi studi, sia perchè un risultato subottimale della procedura è spesso attribuito alla presenza di una malattia diffusa dei rami coronarici non generalmente trattabile.

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Rivascolarizzazione con bypass e angioplastica nel paziente coronaropatico con scompenso cardiaco: una analisi del registro SCAAR.

Nei pazienti con cardiopatia ischemica e scompenso cardiaco la rivascolarizzazione con bypass aortocoronarico (CABG) migliora la prognosi rispetto alla terapia medica ottimale, come dimostrato dallo studio STICH ((Velazquez EJ, Lee KL, Jones RH, et al. Coronary-artery bypass surgery in patients with ischemic cardiomyopathy. N Engl J Med 2016;374:1511–1520. )). Non esiste, tuttavia, analoga documentazione per l’angioplastica coronarica (PCI) che è peraltro la modalità di rivascolarizzazione più ampiamente effettuata. Inoltre, non vi è alcuno studio di confronto tra CABG e PCI in questa popolazione ad alto rischio.

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Early prognostic stratification and identification of irreversibly shocked patients despite primary percutaneous coronary intervention.

I determinanti prognostici nei pazienti con infarto miocardico acuto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) e shock cardiogeno (CS) sono tutt’oggi poco definiti e rappresentano l’oggetto del presente studio. Gli Autori hanno analizzato 1.222 pazienti STEMI sottoposti ad angioplastica coronarica primaria (PPCI) in un registro retrospettivo, di cui 7.5% con CS.

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