Stefano De Servi

Hypertrophic cardiomyopathy: prevalence of disease-specific red flags

La cardiomiopatia ipertrofica (HCM) è la più comune forma di cardiomiopatia su base ereditaria ed è caratterizzata da un fenotipo eterogeneo. La defizione eziologica della causa dell’ipertrofia è cruciale per la messa in atto di trattamenti specifici. Poichè molti disordini su base genetica e non genetica possono presentarsi con un fenotipo HCM, la Società Europea di Cardiologia ha richiamato l’importanza di individuare elementi diagnostici (red flags) che possano aiutare la diagnosi di forme specifiche e guidarne il trattamento , un approccio la cui utilità clinica non è stata del tutto dimostrata nella pratica quotidiana. Gli autori hanno studiato una serie di 818 pazienti con diagnosi clinica di HCM, osservata in 4 centri europei. Una malattia sarcomerica (definita dalla presenza di una variante patogenetica di un gene codificante una proteina sarcomerica) è stata individuata in 318 pazienti (39%); una fenocopia non ereditaria era…

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The adipokine hypothesis of heart failure with a preserved ejection fraction: a novel framework to explain pathogenesis and guide treatment.

La review sostiene l’ipotesi che la patogenesi dello scompenso a FE conservata (HFpEF) risieda in un eccessivo sviluppo del tessuto adiposo viscerale che subisce una trasformazione disfunzionale che comporta la secrezione di molecole di segnale (adipokine), che causano una infiammazione sistemica e conseguente espansione del volume plasmatico, ipertrofia e fibrosi cardiaca (Figura). Le adipokine sono raggruppate in 3 domini: il primo comprende le adipokine con azione protettiva, secrete dagli adipociti nelle persone magre, mentre sono soppresse quando l’adiposità è eccessiva; il secondo include…

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The adipokine hypothesis of heart failure with a preserved ejection fraction: a novel framework to explain pathogenesis and guide treatment

Intervista a: Patrizia Presbitero Prof.ssa Presbitero quali sono le maggiori novità risultanti dalle nuove Linee Guida? 1) Una delle novità riguarda la classificazione del rischio: nelle linee guida del 2018 presentate dall’organizzazione mondiale della sanità (WHO) il rischio si divideva in I-II-III e IV a seconda della gravità sia di presentazione clinica (NYHA) che anatomica ed emodinamica, in queste linee guida ribattezzate WHO 2.0 si raggruppano le diverse cardiopatie (congenite, cardiomiopatie, aritmie etc.) e poi per ognuna di queste si classifica il rischio. È infatti evidente che una malattia come la tetralogia di Fallot, se ben operata, senza difetti residui, senza aritmie è classe I o II, ma se ha un’insufficienza polmonare residua grave con magari un ventricolo destro disfunzionante sarà una classe III o addirittura IV. 2) Si raccomanda che tutti i pazienti in classe WHO 2.0 II-III, che sono la maggioranza delle gravide cardiopatiche, siano valutate prima della gravidanza. Anche il BNP dovrebbe essere valutato prima della gravidanza nelle donne con HF di qualsiasi eziologia. 3) Viene inserito un capitolo del tutto nuovo sulle conseguenze a distanza della gravidanza complicata nelle donne “normali” (preeclampsia, disordini ipertensivi, diabete gestazionale, parto pre-termine), che riflette i dati più recenti di follow-up su queste condizioni che mostrano un aumentato rischio CV e che necessitano di un follow-up a distanza. 4) L’indicazione alla valvuloplastica mitralica percutanea prima della gravidanza passa da un’area valvolare di 1.0 cm2 a 1.5 cm2 e durante la gravidanza in pazienti anche con scarsi sintomi se la pressione sistolica polmonare è > 50 mmHg nonostante terapia medica. 5) L’indicazione alla bioprotesi nelle donne giovani in età fertile passa dalla classe IIa alla Ib (verosimilmente dovuto all’alto rischio trombotico con le valvole meccaniche in gravidanza da un lato e dall’altro dalla disponibilià dell’intervento percutaneo di revalving in caso di degenerazione della bioprotesi). 6) Trattare le SCA in gravidanza come le SCA al di fuori della gravidanza, compreso l’uso della DAPT utilizzando clopidogrel e non ticagrelor o prasugrel per l’aumentato rischio fetale. Emerge il concetto di Pregnancy Heart Team. Può fornirci i dettagli e la sua utilità? L’Heart Team, già presente nelle Linee Guida precedenti e formato da ginecologo, cardiologo e anestesista, nelle nuove Linee Guida viene allargato a seconda dei casi a cardiochirurghi, cardiologi interventisti, nefrologi, ematologi, genetisti, etc. L’Heart Team deve essere presente soprattutto nelle condizioni ad alto rischio (classe WHO 2.0 III-IV). Infatti, non viene più menzionato nemmeno per i pazienti in classe IV l’aborto terapeutico, ma diventa classe I la discussione in Heart Team e con il paziente circa la decisione di proseguire o meno la gravidanza anche nei pazienti a rischio più elevato). Quindi, il coinvolgimento della donna correttamente informata, in questi casi diventa fondamentale nella scelta di portare avanti la gravidanza. Ci sono poi alcune patologie in cui l’Heart Team diventa essenziale: ad esempio nel proseguire una seconda gravidanza in pazienti con aortopatie, cardiomiopatie o cardiopatie congenite complesse (es. circolazione di Fontan). L’ipertensione polmonare non è più una controindicazione assoluta di per sè, ma va discusso l’alto rischio di eventi avversi incoraggiando un processo decisionale anche prima della gravidanza con la donna in Heart Team. Una problematica frequente in gravidanza riguarda il trattamento di ipertensione preesistente o di nuova comparsa. Può darci informazioni su come deve comportarsi il clinico alla luce delle linee guida? È diventato classe Ib ottenere in gravidanza valori di PA sistolica <140 mmHg e diastolica < 90 mmHg e valutare per preeclampsia tutte le pazienti con PA che superino questi valori secondo lo schema seguente: sui farmaci da utilizzare in gravidanza (es. labetalolo, nifedipina e metildopa) e l’utilizzo di ASA a basse dosi in prevenzione di pre-eclampsia nelle donne a rischio moderato-alto non ci sono differenze rispetto alle Linee Guida precedenti. Un altro aspetto controverso riguarda la gestione della terapia anticoagulante nelle gestanti che abbiano una precisa indicazione (es. portatrici di valvola meccanica). Quali sono le raccomandazioni delle linee guida al riguardo?  Nelle Linee Guida precedenti si raccomandava nelle pazienti ad alto rischio (es. portatrici di valvole meccaniche) di proseguire VKA per tutta la gravidanza se la dose giornaliera di VKA era <5 mg oppure convertire a LMWH nel I trimestre e a termine di gravidanza. Le nuove Linee Guida lasciano l’alternativa anche se in classe II b di proseguire durante il II e III trimestre la LMWH sempre che sia disponibile il monitoraggio dell’anti-fattore X con l’aggiustamento della dose, previa discussione in Heart Team e con la paziente sui rischi. Come tutte le Linee Guida, le nuove terminano con i “Gaps in evidence”. Quali sono secondo lei gli aspetti che meritano una maggiore attenzione e necessità di approfondimento da parte della comunità scientifica cardiologica? Essendo le Linee Guida sulle cardiopatie in gravidanza sempre condizionate da consenso di esperti o studi osservazionali su serie più o meno ampie di pazienti e quasi mai da studi randomizzati, è necessario che la comunità scientifica e i singoli centri continuino a raccogliere e condividere dati. Le conseguenze della gravidanza nei congeniti adulti operati o no, che rappresentano nei paesi occidentali la maggior parte delle pazienti, sono ancora poco chiare, in particolare nelle aortopatie o nei ventricoli destri sistemici. Altrettanto non chiari sono i cut-off di rischio per l’ipertensione polmonare (diverso è 60 mmHg di PAPs in un DIA operato rispetto a un DIV con sindrome di Eisenmenger). Riguardo l’utilizzo in gravidanza dei DOAC, che potrebbero essere un importante passo in avanti nel trattamento anticoagulante, non ci sono ricerche nemmeno sperimentali in corso. Bisognerebbe infine unire i dati per individuare la normalità dei valori di BNP e troponina in gravidanza.

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Quale protesi utilizzare per la TAVI nelle stenosi aortiche severe in valvole bicuspidi?

La bicuspidia valvolare aortica (BAV) è una patologia congenita presente in circa l’1-2% della popolazione generale. Questi pazienti presentano nella vita adulta alterazioni della valvola, per lo più stenosi, che si manifesta mediamente una decina di anni prima di quella presente nei pazienti con valvola tricuspide. Vi sono tuttavia pazienti con BAV nei quali la manifestazione clinica compare più tardivamente e sono quindi potenziali candidati a TAVI. Benchè alcuni studi come il PARTNER 3 e l’EVOLUT LOW RISK abbiano escluso i pazienti con BAV e le linee guida raccomandino la chirurgia in questi pazienti…

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Disfunzione di protesi meccanica in sede mitralica o aortica: chirurgia o fibrinolisi?

L’impianto di protesi valvolari meccaniche richiede un’anticoagulazione continua con antagonisti della vitamina K (VKA). Tuttavia, tale terapia è spesso effettuata senza i necessari controlli nei Paesi a risorse limitate, rendendo frequente il fenomeno della trombosi della protesi. In India è stata osservata un’incidenza di tale fenomeno nel 13% dei pazienti portatori di doppia valvola meccanica nel cuore sinistro, causa di elevata mortalità a un follow-up di 5 anni. . Il trattamento di tale complicanza può essere effettuata attraverso l’infusione lenta di un farmaco fibrinolitico (attivatore del plasminogeno tissutale t-PA), oppure eseguendo un nuovo intervento chirurgico. Non è mai stato eseguito un trial di confronto tra queste due opzioni. 

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Terapia betabloccante nei pazienti con infarto miocardico recente e frazione di eiezione conservata o lievemente depressa: finalmente un pò di chiarezza?

La terapia betabloccante è chiaramente indicata nei pazienti con infarto miocardico (MI) e FE <40%, per i quali vi è una forte raccomandazione delle linee guida. Più controverso, invece, il suo utilizzo nei pazienti che, dopo un MI, hanno una FE conservata (≥50%) oppure moderatamente depressa (40-49 %) in quanto gli studi in proposito sono stati eseguiti in era pre-riperfusiva...

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Ruolo prognostico dell’insufficienza tricuspidalica nei pazienti sottoposti a riparazione percutanea di insufficienza mitralica con mitraclip

Inquadramento È noto che la presenza di insufficienza tricuspidalica (TR) nei pazienti con insufficienza mitralica, sottoposta a intervento di riparazione percutanea (TEER), condiziona una prognosi sfavorevole a distanza[1]Yzeiraj E, Bijuklic K, Tiburtius C, et al. Tricuspid regurgitation is a predictor of mortality after percutaneous mitral valve edge-to-edge repair. EuroIntervention 2017;12:e1817–24. … Continua a leggere. Tuttavia, tale evidenza viene da studi che hanno una casistica limitata e che, inoltre, non approfondiscono la relazione tra le eventuali variazioni di TR post-procedurali e l’outcome. Una migliore comprensione di questi fenomeni può consentire di valutare la necessità di riparazione anche della valvola tricuspide ed, eventualmente, programmarne l’esecuzione[2]Sisinni A, Taramasso M, Praz F, et al. Concomitant transcatheter edge-to-edge treatment of secondary tricuspid and mitral regurgitation: an expert opinion. JACC Cardiovasc Interv 2023;16:127–39. … Continua a leggere. Lo studio in esame Il registro giapponese OCEAN-Mitral ha incluso 3.764 pazienti sottoposti a TEER con impianto di MitraClip per insufficienza mitralica sia degenerativa che secondaria tra aprile 2018 e giugno 2023. I pazienti sono stati divisi in 4 gruppi a seconda che ci fosse o meno TR significativa (definita almeno di grado moderato all’indagine ecocardiografica) pre-procedura e/o post-procedura: I pazienti con TR new-onset o residua avevano età più avanzata, STS score più elevato e presentavano con maggior frequenza fibrillazione atriale rispetto agli altri gruppi. La severità del rigurgito mitralico era maggiore con TR significativa pre-procedura, mentre l’intervento di TEER è risultato non efficace (rigurgito mitralico post-procedura >2 +) in una percentuale maggiore di pazienti con TR new-onset o residua. L’outcome primario (morte cardiovascolare o ospedalizzazione per scompenso) a una mediana di follow-up di 15.3 mesi (morte cardiovascolare o ospedalizzazione per scompenso) nei 4 gruppi è mostrato in Tabella: esso è stato peggiore nei pazienti con TR new-onset (HR aggiustato 1.83, 95% CI: 1.39–2.40) e TR residua (HR 1.45, 95% CI: 1.23–1.72) rispetto ai pazienti del primo gruppo (no TR), mentre i pazienti con TR normalizzata avevano un outcome simile ai no TR (HR aggiustato 0.82, 95% CI: 0.65–1.04). TRPG diminuiva significativamente in tutti i quattro gruppi dopo la procedura, a eccezione dei pazienti con TR new-onset. Come per la presenza di TR, anche TRPG risultava associato all’outcome solo quando valutato dopo la procedura. Take home message L’insufficienza tricuspidalica residua, ma non quella pre-intervento, si associa a un outcome sfavorevole dopo intervento di riparazione percutanea della mitrale. Un’analisi accurata post-intervento può permettere di pianificare il tipo di trattamento dell’insufficienza tricuspidalica residua. Interpretazione dei dati I dati forniti dall’analisi di questo ampio registro giapponese hanno rilevanti implicazioni pratiche. Dati precedenti della letteratura avevano enfatizzato l’importanza di trattare anche l’insufficienza tricuspidalica, quando severa, in concomitanza con l’intervento di TEER con MitraClip(3). In un confronto non randomizzato tra 2 registri, l’internazionale TriValve e il tedesco TRAMI, i pazienti inclusi nel primo ebbero un trattamento concomitante percutaneo di entrambe le insufficienze valvolari, mentre quelli inclusi nel secondo furono trattati solo per l’insufficienza mitralica.[3]Mehr M, Karam N, Taramasso M, et al. Combined tricuspid and mitral versus isolated mitral valve repair for severe MR and TR: an analysis from the TriValve and TRAMI registries. JACC Cardiovasc Interv … Continua a leggere La sopravvivenza nel follow-up fu più elevata nei pazienti in cui furono trattate entrambe le patologie valvolari. Tuttavia, vi è da osservare che il confronto non era randomizzato, riguardava circa un centinaio di pazienti per gruppo e vi erano differenze cliniche rilevanti tra i due gruppi di pazienti (ad esempio la FE del ventricolo sinistro era più bassa nei pazienti del registro tedesco). Pur essendo i dati emersi dall’analisi del registro giapponese convincenti, vi è da osservare che un’insufficienza tricuspidalica di nuova insorgenza riguardava una percentuale piuttosto ridotta (8.7%) di pazienti che non avevano una patologia tricuspidalica significativa. In essi si osservava anche un aumento del gradiente ventricolo atriale destro, non evidenziato negli altri gruppi. Sembrerebbe quindi che l’effetto emodinamico della procedura percutanea di riparazione mitralica abbia avuto in questi pazienti un effetto paradossalmente negativo. Gli Autori non offrono possibili spiegazioni a riguardo: tra le possibili ipotesi può aver giocato un ruolo la coesistenza di fibrillazione atriale (presente nel 70% dei pazienti con rigurgito tricuspidalico “new-onset” post-intervento rispetto al 52% dei pazienti con assenza di rigurgito tricuspidalico sia prima che dopo l’intervento), un’insufficienza mitralica almeno moderata al termine della procedura di TEER (21% versus 11%) oltre all’età più avanzata (80 versus 78 anni) e alla maggiore presenza di fragilità clinica (59% versus 52%). Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Yzeiraj E, Bijuklic K, Tiburtius C, et al. Tricuspid regurgitation is a predictor of mortality after percutaneous mitral valve edge-to-edge repair. EuroIntervention 2017;12:e1817–24. https://doi.org/10.4244/EIJ-D-16-00909. ↑2 Sisinni A, Taramasso M, Praz F, et al. Concomitant transcatheter edge-to-edge treatment of secondary tricuspid and mitral regurgitation: an expert opinion. JACC Cardiovasc Interv 2023;16:127–39. https://doi.org/10.1016/j. jcin.2022.11.022 ↑3 Mehr M, Karam N, Taramasso M, et al. Combined tricuspid and mitral versus isolated mitral valve repair for severe MR and TR: an analysis from the TriValve and TRAMI registries. JACC Cardiovasc Interv 2020;13:543–50. https://doi. org/10.1016/j.jcin.2019.10.023.

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Progressi della terapia medica nel trattamento dei pazienti con cardiomiopatia ischemica: quali possibili conseguenze?

Inquadramento La disfunzione ventricolare sinistra su base ischemica è una causa frequente di mortalità e di ospedalizzazione per scompenso. Rimuovere il substrato di questa patologia, trattando le arterie coronarie stenotiche, è stato considerato un mezzo potenzialmente efficace di migliorare la prognosi dei pazienti. Sono stati eseguiti due studi randomizzati per verificare questa ipotesi: il primo, lo STICHES, ha dimostrato una superiorità dell’intervento di bypass aortocoronarico (CABG) di ridurre la mortalità a 10 anni (ma non a 5 anni) rispetto alla terapia medica[1]Velazquez EJ, Lee KL, Jones RH, et al. Coronary-Artery bypass surgery in patients with ischemic cardiomyopathy. N Engl J Med 2016;374:1511–20. https://doi.org/10.1056/NEJMoa1602001; il secondo, il più recente REVIVEDBCIS2, ha fallito l’obbiettivo in quanto non è stata osservata alcuna differenza in un endpoint composito (mortalità e ospedalizzazione per scompenso) a 3.4 anni di follow-up tra un gruppo randomizzato a PCI e uno a terapia medica ottimale[2]Perera D, Clayton T, ÒKane PD, et al. Percutaneous revascularization for ischemic left ventricular dysfunction. N Engl J Med 2022;387:1351–60. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2206606.  Non è chiaro se queste disuguaglianze siano dipese da una difforme efficacia dei due strumenti di rivascolarizzazione, dalle differenti popolazioni studiate o da una evoluzione della terapia medica, divenuta ora più competitiva nei confronti delle metodiche di rivascolarizzazione. Lo studio in esame Sono stati analizzati i dati individuali dei pazienti inclusi negli studi randomizzati STICHES, eseguito tra il 2002 e il 2007 e REVIVED-BCIS2, eseguito tra il 2013 e il 2020. Globalmente i pazienti erano 1.912 in 4 gruppi così suddivisi: I pazienti nel gruppo MT REVIVED erano meno frequentemente in classe NYHA III-IV (23%) rispetto a quelli nel gruppo MET-STICHES (37%). Era stato impiantato un defibrillatore nel 22% del gruppo MT-REVIVED, rispetto al 3% dei pazienti in MT-STICHES (p>0.001). L’outcome primario (mortalità, ospedalizzazione per scompenso) nella popolazione globale è mostrato nella Figura: gli eventi si sono verificati in misura maggiore nel gruppo MT-STICHES. Nella popolazione “propensity-score matched” (calcolato su età, sesso, diabete, nefropatia cronica, FE) l’outcome primario è stato raggiunto con minore frequenza nel gruppo MTREVIVED che nel gruppo MT-STICHES (HR 0.46 0.34–0.62, p<.001). Rispetto a quest’ultimo gruppo, anche CABG STICHES (0.62 0.45–0.84, p=.002) e PCI REVIVED (HR 0.61 0.43–0.87 p=.007) hanno avuto un outcome migliore. I pazienti nel gruppo CABG-STICHES non hanno ricevuto un beneficio rispetto ai pazienti del gruppo PCI-REVIVED, sia nella popolazione globale che in quella “propensity-matched”. Considerando la mortalità per ogni causa e quella cardiovascolare, esse sono state più elevate nel gruppo MT-STICHES rispetto a tutti gli altri gruppi. L’evenienza di infarto miocardico è stata invece inferiore nel gruppo CABG-STICHES rispetto a tutti gli altri tre gruppi (sia nella popolazione globale che quella “propensity-matched”). Take home message I pazienti con cardiomiopatia ischemica in terapia medica nelle studio REVIVED-BCIS2 hanno avuto una prognosi migliore rispetto a quelli inclusi nello studio STICHES, sia in terapia medica che rivascolarizzati con bypass aortocoronarico. I progressi attuali compiuti nel trattamento medico di questi pazienti rendono problematica l’applicabilità pratica di risultati di trial eseguiti in epoche precedenti. Interpretazione dei dati Il messaggio principale dello studio consiste nell’aver evidenziato un miglioramento dell’outcome dei pazienti con cardiomiopatia ischemica, trattati con la sola terapia medica nel periodo intercorso tra l’esecuzione dello STICHES trial (che ha arruolato tra gli anni 2002 e 2007) e il REVIVED BCIS2 trial (che arruolato tra il 2013 e il 2020). Anche se non si può negare che sia attualmente disponibile una serie di nuovi farmaci che hanno positivamente influito sulla prognosi di questi pazienti (eplerenone, sacubitril/valsartan, gli inibitori SGLT2 empaglifozin e dapaglifozin) gli Autori forniscono poche informazioni sull’utilizzo di questi farmaci nel trial più recente. Le informazioni disponibili riguardano i betabloccanti, gli inibitori del sistema reninaangiotensina e gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi, con percentuali non molto dissimili di utilizzo nei due trial in questione. L’unica differenza accertata riguarda l’impianto di defibrillatore, certamente più frequentemente utilizzato nello studio più recente, anche se il numero di morti improvvise non è riportato. Vi è da sottolineare che il database comune ai due trial, così come presentato nelle tabelle del manoscritto, è piuttosto scarno e non esclude che vi siano differenze cliniche tra le due popolazioni randomizzate. Inoltre va segnalato che vi era un maggior numero di pazienti in classe NYHA III e IV nei pazienti STICHES rispetto a quelli inclusi nel REVIVED BCIS2, mentre altre variabili prognosticamente importanti non sono menzionate (differente utilizzo di diuretici? differente volumetria ventricolare? differente estensione di aree cicatriziali con conseguente diverso rischio aritmico?). I confronti di dati storici possono essere utili quando compiuti all’interno di una stessa tipologia di trattamento (ad esempio pazienti trattati con PCI in epoche diverse) per individuare i progressi compiuti in quell’ambito, ma non debbono mai essere applicati per confrontare metodologie differenti di trattamento. Ad esempio, dal presente studio risulterebbe, all’analisi “propensity-matched”, che la mortalità per ogni causa sarebbe stata significativamente minore nei pazienti trattati con PCI nello studio più recente (REVIVE BCIS2) rispetto a quella osservata con bypass aortocoronarico nello studio STICHES. Non esistono studi di confronto tra le due tecniche di rivascolarizzazione che abbiano mai mostrato un dato simile. Una delle conseguenze dello studio, sottolineano gli Autori, riguarda la problematicità di applicare nella pratica routinaria attuale i risultati dello studio STICHES, visto che i progressi della terapia medica (che costituiva il gruppo di confronto rispetto alla rivascolarizzazione con bypass) hanno consentito di migliorare notevolmente la prognosi dei pazienti con cardiomiopatia ischemica. Tuttavia, questa obiezione potrebbe valere per tutti gli studi che necessitino di tempi prolungati sia per l’arruolamento che per il follow-up. Inoltre, anche i pazienti operati possono giovarsi dei progressi della terapia medica senza contare i potenziali miglioramenti della tecnica chirurgica (si pensi ad esempio a un maggior utilizzo dei condotti arteriosi e un ricorso più frequente a procedure intraoperatorie di ablazione in pazienti affetti da fibrillazione atriale). Editoriale: “Terapia medica associata o meno a rivascolarizzazione coronarica nella disfunzione ventricolare sinistra ischemica: la metanalisi dei dati a livello individuale degli studi REVIVED-BCIS2 e STICHES” A cura di: Marcello Galvani – Fondazione Cardiologica Myriam Zito Sacco, Forlì La disfunzione ischemica del ventricolo sinistro

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Resincronizzazione cardiaca: risultati a lungo termine

Inquadramento La resincronizzazione cardiaca, associata a defibrillatore, ha una raccomandazione di classe I[1]Heidenreich PA, Bozkurt B, Aguilar D, et al. 2022 AHA/ACC/HFSA guideline for the management of heart failure: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee … Continua a leggere in pazienti con scompenso cardiaco in classe NYHA II o superiore nonostante una terapia ottimale, FE ≤35%, presenza di blocco di branca sinistra e durata del QRS ≥150 msec indipendentemente dalla eziologia della cardiomiopatia (ischemica o non-ischemica). Le analisi a lungo termine dello studio MADITCRT[2]Goldenberg I, Kutyifa V, Klein HU, et al. Survival with cardiac-resynchronization therapy in mild heart failure. N Engl J Med. 2014;370(18):1694–1701 hanno mostrato un beneficio analogo per i pazienti con origine ischemica e anche nonischemica della cardiomiopatia, ma gli studi con follow-up sino a 10 anni sono pochi. Lo studio in esame Analisi retrospettiva di pazienti sottoposti a resincronizzazione cardiaca e a simultaneo impianto di defibrillatore, secondo le indicazioni delle Linee Guida, presso la Mayo Clinic tra il 2001 e 2022. In base alla eziologia della cardiomiopatia, i 729 pazienti sono stati divisi in due gruppi: L’età media e le comorbilità, inclusa la presenza di fibrillazione atriale, erano più frequenti tra i pazienti con ICM. È stato effettuato un doppio “propensity matching” utilizzando una serie di variabili (età, sesso, FE, eziologia della cardiomiopatia, durata QRS, tipo di blocco BBS vs non-BBS) e comorbilità associate (ipertensione, diabete, nefropatia cronica di almeno stadio 3), seguito da una analisi multivariata. Sono stati così confrontati 305 pazienti per ciascun gruppo. Erano tuttavia presenti differenze significative nei due gruppi “matchati” (per i pazienti ICM età maggiore, fibrillazione atriale più frequente, sesso femminile meno rappresentato). Le curve di sopravvivenza di Kaplan-Meier mostrano una sopravvivenza superiore per NICM rispetto a ICM (log-rank P<0.0001, Figura), con una sopravvivenza media di 16.1 anni per NICM e 9.1 anni per ICM. All’analisi multivariata, i predittori di sopravvivenza sono risultati essere un’età più giovane, FE più alta, sesso femminile, morfologia del QRS tipo BBS (ma non la durata del QRS), l’assenza di fibrillazione atriale, diabete, nefropatia cronica. Take home message Nei pazienti sottoposti a resincronizzazione cardiaca con impianto di defibrillatore, la sopravvivenza a lunga distanza è migliore per quelli che non hanno una eziologia ischemica. I predittori di sopravvivenza sono una morfologia dell’ECG a tipo BBS, una età minore all’impianto e il sesso femminile, l’assenza di fibrillazione atriale e di comorbilità. Interpretazione dei dati L’ originalità del lavoro risiede nell’aver riportato dati di sopravvivenza a lungo termine in una popolazione (cardiomiopatie sottoposte a resincronizzazione cardiaca e impianto di defibrillatore) per la quale i dati disponibili in letteratura si riferiscono a follow-up di più breve durata. Peraltro, l’analisi della casistica della Mayo Clinic conferma un maggior rischio per la popolazione con cardiomiopatia ischemica, già evidenziato, per follow-up di durata compresa tra 6 e 48 mesi, da una meta-analisi di oltre 12.000 pazienti seguiti per periodi variabili tra 6 e 48 mesi[3]Chen JS, Niu XW, Chen FM, Yao YL. Etiologic impact on difference on clinical outcomes of patients with heart failure after cardiac resynchronization therapy: a systematic review and meta-analysis. … Continua a leggere. Secondo gli Autori, la mortalità più alta nei pazienti con cadiomiopatia ischemica potrebbe dipendere da un più alto rischio di base di questi pazienti che, pur derivando lo stesso beneficio relativo dalla resincronizzazione rispetto ai pazienti con cardiomiopatia non ischemica, avrebbero una sopravvivenza comunque inferiore. Un’altra conferma, che viene dallo studio presente, è il miglior risultato clinico che si ottiene con la resincronizzazione nei pazienti con blocco di branca sinistra rispetto a quelli con blocchi di altro tipo (blocco di branca destra, blocchi intraventricolari). Una meta-analisi[4]       Bilchick KC, Kamath S, DiMarco JP,Stukenborg GJ. Bundle-branch block morphology and other predictors of outcome after cardiac resynchronization therapy in medicare patients.Circulation. … Continua a leggere precedente aveva già mostrato questo dato, pur se osservato a un follow-up piu breve (40 mesi). Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Heidenreich PA, Bozkurt B, Aguilar D, et al. 2022 AHA/ACC/HFSA guideline for the management of heart failure: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee on clinical practice guidelines. J Am Coll Cardiol. 2022;79(17):e263–e421 ↑2 Goldenberg I, Kutyifa V, Klein HU, et al. Survival with cardiac-resynchronization therapy in mild heart failure. N Engl J Med. 2014;370(18):1694–1701 ↑3 Chen JS, Niu XW, Chen FM, Yao YL. Etiologic impact on difference on clinical outcomes of patients with heart failure after cardiac resynchronization therapy: a systematic review and meta-analysis. Medicine (Baltimore). 2018;97(52):e13725 ↑4        Bilchick KC, Kamath S, DiMarco JP,Stukenborg GJ. Bundle-branch block morphology and other predictors of outcome after cardiac resynchronization therapy in medicare patients.Circulation. 2010;122(20):2022–2030

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The year in cardiovascular medicine 2024: the top 10 papers in interventional cardiology

1. Vrints C, Andreotti F, Koskinas KC et al. 2024 ESC Guidelines for the management of chronic coronary syndromes. Eur Heart J 2024;45: 3415–537.  Chronic Coronary Syndromes are a range of clinical presentations or syndromes that arise due to structural and/or functional alterations related to chronic diseases of the coronary arteries and/or microcirculation. These alterations can lead to transient, reversible, myocardial demand vs blood supply mismatch resulting in hypoperfusion (ischaemia), usually (but not always) provoked by exertion, emotion or other stress, and may manifest as angina, other chest discomfort, or dyspnoea, or be asymptomatic. Although stable for long periods, chronic coronary diseases are frequently progressive and may destabilize at any moment with the development of an ACS.  2. Gao XF, Ge Z, Kong XQ, et al. Intravascular ultrasound vs angiography-guided drugcoated balloon angioplasty: the ULTIMATE III trial. JACC Cardiovasc Interv 2024; 17: 1519–28.  This study demonstrated that IVUS-guided drug-coated balloon angioplasty is associated with a lower late lumen loss in patients with a de novo coronary lesion compared with angiography guidance. 3. Gao X, Tian N, Kan J, et al. Drug-coated balloon angioplasty of the side branch during provisional stenting: the multicenter randomized DCB-BIF trial. J Am Coll Cardiol 2025;85:1–15. In patients with simple and true coronary bifurcation lesions undergoing provisional stenting, main vessel stenting with a drugcoated balloon for the compromised side branch resulted in a lower 1-year rate of the composite outcome compared with an non-coated balloon intervention for the side branch. The high rates of periprocedural myocardial infarction, which occurred early and did not lead to revascularization, are of unclear clinical significance. 4. Park SJ, Ahn JM, Kang DY, et al. Preventive percutaneous coronary intervention versus optimal medical therapy alone for the treatment of vulnerable atherosclerotic coronary plaques (PREVENT): a multicentre, open-label, andomized controlled trial. Lancet 2024;403:1753–65. In patients with non-flow-limiting vulnerable coronary plaques, preventive percutaneous coronary intervention reduced major adverse cardiac events arising from high-risk vulnerable plaques, compared with optimal medical therapy alone. Given that PREVENT is the first large trial to show the potential effect of the focal treatment for vulnerable plaques, these findings support consideration to expand indications for percutaneous coronary intervention to include non-flowlimiting, high-risk vulnerable plaques. 5. Møller JE, Engstrøm T, Jensen LO, et al. Microaxial flow pump or standard care in infarct-related cardiogenic shock. N Engl J Med 2024;390: 1382–93. The routine use of a microaxial flow pump with standard care in the treatment of patients with STEMI-related cardiogenic shock led to a lower risk of death from any cause at 180 days than standard care alone. The incidence of a composite of adverse events was higher with the use of the microaxial flow pump. 6. Jørgensen TH, Thyregod HGH, Savontaus M, et al. Transcatheter aortic valve implantation in low-risk tricuspid or bicuspid aortic stenosis: the NOTION-2 trial. Eur Heart J 2024;45:3804–14.  Among low-risk patients aged ≤75 years with severe symptomatic aortic stenosis, the rate of the composite of death, stroke, or rehospitalization at 1 year was similar between TAVI and surgery. Transcatheter aortic valve implantation outcomes in young bicuspid AS patients warrant caution and should be further investigated. 7. Lønborg J, Jabbari R, Sabbah M, et al. PCI in patients undergoing transcatheter aortic-valve implantation. N Engl J Med 2025;392:217–27. Among patients with coronary artery disease who were undergoing TAVI, PCI was associated with a lower risk of a composite of death from any cause, myocardial infarction, or urgent revascularization at a median follow-up of 2 years than conservative treatment. 8. Généreux P, Schwartz A, Oldemeyer JB, et al. Transcatheter aortic-valve replacement (TAVR) for asymptomatic severe aortic stenosis. N Engl J Med 2025;392:217–27.   Among patients with asymptomatic severe aortic stenosis, a strategy of early TAVR was superior to clinical surveillance in reducing the incidence of death, stroke, or unplanned hospitalization for cardiovascular causes. 9. Baldus S, Doenst T, Pfister R, et al. Transcatheter repair versus mitral-valve surgery for secondary mitral regurgitation. N Engl J Med 2024; 391:1787–98. Among patients with heart failure and secondary mitral regurgitation, transcatheter edge-to-edge repair was noninferior to mitralvalve surgery with respect to a composite of death, rehospitalization for heart failure, stroke, reintervention, or implantation of an assist device in the left ventricle at 1 year. 10. Jaber WA, Gonsalves CF, Stortecky S, et al. Large-bore mechanical thrombectomy versus catheter-directed thrombolysis I n the management of intermediate-risk pulmonary embolism: primary results of the PEERLESS randomized controlled trial. Circulation 2025;151:260–73. PEERLESS met its primary end point in favor of large-bore mechanical thrombectomy Windows compared with catheter-directed thrombolysis in treatment of intermediaterisk pulmonary embolism. Large-bore mechanical thrombectomy had lower rates of clinical deterioration and/or bailout and postprocedural intensive care unit use compared with catheter-directed thrombolysisT, with no difference in mortality or bleeding.

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