Stefano De Servi

Anticoagulation or Antiplatelet Therapy for Device-Detected Atrial Fibrillation

Una signora di 75 anni, con storia di ipertensione e malattia coronarica (eseguita PCI qualche anno prima) riceve in dono uno smart watch e attiva la funzione di elettrocardiogramma. La risposta indica la presenza di fibrillazione atriale. La signora, asintomatica e in buone condizioni generali (un ecocardiogramma effettuato 6 mesi prima mostra buona cinesi ventricolare in assenza di valvulopatie significative) si reca dal suo medico che esegue un elettrocardiogramma e riscontra un ritmo sinusale. È in terapia con Ramipril, Atorvastatina e ASA a bassa dose. Viene perciò richiesta una registrazione ECG con patch della durata di 1 mese: l’indagine mostra ritmo sinusale, con un solo parossismo breve (5 minuti) di fibrillazione atriale. Il CHADS-VAsc è 5 (età 2 punti, ipertensione, storia di malattia coronarica, sesso femminile). Quale terapia consigliereste alla signora? Un anticoagulante o la prosecuzione della terapia antiaggregante? OPZIONE 1 – Terapia anticoagulante orale Jeff S. Healey – Population Health Research Institute, Hamilton Health Sciences, Hamilton, ON, Canada; Division of Cardiology, McMaster University, Hamilton, ON, Canada Il rischio di stroke è inferiore nella fibrillazione atriale subclinica (come quella individuata nella signora), rispetto a quella clinicamente manifesta[1]Healey JS, Connolly SJ, Gold MR, et al. Subclinical atrial fibrillation and the risk of stroke. N Engl J Med 2012; 366: 120-9..  Per questo motivo, nei pazienti in cui l’aritmia era riconosciuta solo da dispositivi indossabili o impiantabili, sono stati eseguiti due studi, il NOAH-AFNET 6 e l’ARTESiA che hanno confrontato rispettivamente edoxaban versus placebo e apixaban versus ASA. Una analisi di sottogruppo del secondo studio[2]Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64 ha mostrato un beneficio dell’anticoagulazione quando il CHADS-VAsc score era >4, con una incidenza di eventi tromboembolici del 2.25% all’anno nei pazienti in ASA che si riducevano del 56% nel gruppo apixaban con un number needed to treat =25. Tuttavia, questi effetti erano associati a un aumento del bleeding maggiore nei pazienti  anticoagulati, anche se il number needed to harm risultava più elevato (n=59). Le Linee Guida Nord Americane raccomandano l’anticoagulazione per un rischio tromboembolico annuo di almeno il 2% (e lo suggeriscono quando è tra 1% e 2%); quindi, nella paziente in esame vi è una indicazione all’anticoagulante secondo Linee Guida. Inoltre, il maggior rischio emorragico, associato all’utilizzo dell’anticoagulante, risulta più attenuato nella paziente in esame rispetto a pazienti non trattati con farmaci antitrombotici, in quanto essa già assumeva ASA, da sospendere dopo l’avvio dell’anticoagulante. Inoltre non va dimenticata l’attitudine dei pazienti a dare la priorità a una prevenzione dello stroke rispetto al rischio di bleeding[3]Lahaye S, Regpala S, Lacombe S, et al. Evaluation of patients’ attitudes towards stroke prevention and bleeding risk in atrial fibrillation. Thromb Haemost 2014; 111: 465-73. OPZIONE 2 – Meglio proseguire con l’antiaggregante piastrinico Paulus Kirchhof – Department of Cardiology, University Heart and Vascular Center Hamburg, University Medical Center Hamburg-Eppendorf, Hamburg, Germany La terapia anticoagulante non appare indicata in quanto il rischio di stroke per la paziente, che ha una fibrillazione atriale subclinica, è di circa l’1% all’anno in base allo studio LOOP[4]Svendsen JH, Diederichsen SZ, Højberg S, et al. Implantable loop recorder detection of atrial fibrillation to prevent stroke (the LOOP study): a randomised controlled trial. Lancet 2021;398: 1507-16. (nota: il calcolo è diverso rispetto al precedente perchè basato su un riferimento differente della letteratura). Inoltre, il burden aritmico è molto basso (5 minuti di fibrillazione individuata in 1 mese di registrazione = 0.012%), osservazione che rende ancora meno probabile un evento tromboembolico e quindi meno efficace una profilassi con anticoagulante[5]Becher N, Metzner A, Toennis T, Kirchhof P, Schnabel RB. Atrial fibrillation burden: a new outcome predictor and therapeutic target. Eur Heart J 2024; 45: 2824-38. A fronte di questa altamente verisimile mancanza di efficacia, il rischio di bleeding risulterebbe comunque più elevato se fosse instaurata una terapia anticoagulante rispetto alla continuazione della terapia antiaggregante. Tuttavia, anche se la decisione iniziale non appare in favore di una terapia anticoagulante, un monitoraggio nel tempo sembra necessario perchè il burden aritmico potrebbe aumentare e con esso il rischio tromboembolico spostando l’ago della bilancia verso una decisione contraria a quella iniziale. Considerazioni conclusive Il caso è controverso, la letteratura di riferimento modesta con risultati talora contrastanti. Il rischio tromboembolico dipende essenzialmente da due fattori nei pazienti con fibrillazione atriale subclinica: il punteggio del CHADS-VAsc score e il burden aritmico. Nella paziente qui presentata il CHADS-VAsc era elevato, ma il burden aritmico molto modesto, il che rende ogni decisione ancora più difficile e opinabile. Una recente meta-analisi degli studi NOAHAFNET 6 e ARTESiA[6]Schnabel RB, Juan Benezet-Mazuecos J, Nina Becher N, et al. Anticoagulation in device-detected atrial fibrillation with or without vascular disease: a combined analysis of the NOAH-AFNET 6 and … Continua a leggere ha mostrato un beneficio dell’anticoagulazione (vedi Journal Map n. 109) quando è presente una storia di malattia cardiovascolare (come nel caso in esame). Si tratta comunque di una analisi post-hoc che genera ipotesi, non certezze. In mancanza di evidenze solide, qualunque decisione terapeutica possa il clinico assumere, in casi simili può essere accettata, purchè ben descritta e motivata. La rivalutazione nel tempo appare essenziale. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Healey JS, Connolly SJ, Gold MR, et al. Subclinical atrial fibrillation and the risk of stroke. N Engl J Med 2012; 366: 120-9. ↑2 Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64 ↑3 Lahaye S, Regpala S, Lacombe S, et al. Evaluation of patients’ attitudes towards stroke prevention and bleeding risk in atrial fibrillation. Thromb Haemost 2014; 111: 465-73 ↑4 Svendsen JH, Diederichsen SZ, Højberg S, et al. Implantable loop recorder detection of atrial fibrillation to prevent stroke (the LOOP study): a randomised controlled trial. Lancet 2021;398: 1507-16. ↑5 Becher N, Metzner A, Toennis T, Kirchhof P, Schnabel RB. Atrial fibrillation burden: a new outcome predictor and therapeutic target. Eur Heart J 2024; 45: 2824-38 ↑6

LEGGI TUTTO »

Oral Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in People with Type 2 Diabetes, According to SGLT2i Use: Prespecified Analyses of the SOUL Randomized Trial.

I risultati di alcuni trial hanno dimostrato gli effetti benefici degli agonisti del recettore GLP-1 (glucagon-like peptide-1) e degli inibitori di SGLT2 (sodium-glucose cotransporter-2) a livello cardiovascolare in pazienti con diabete di tipo 2 o con nefropatia cronica. Per questo motivo le Linee Guida raccomandano l’uso di questi farmaci nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare, indipendentemente dai livelli di glicemia[1]Marx N, Federici M, Schütt K, et al. 2023 ESC guidelines for the management of cardiovascular disease n patients with diabetes. Eur Heart J. 2023;44:4043–4140. doi:10.1093/eurheartj/ehad19214,15..  Nonostante queste raccomandazioni, tali farmaci sono tuttavia raramente usati contemporaneamente, anche perchè l’associazione non è stata valutata in molti studi. Nel trial SOUL (Semaglutide Cardiovascular Outcomes Trial), che ha randomizzato 9.650 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare e/o nefropatia a semaglutide o placebo, il 27% dei pazienti (n=2.596) era già in terapia con inibitori SGLT2, mentre i restanti 7.054 non lo erano. L’outcome primario (MACE nella Figura) era rappresentato da un composito di morte cardiovascolare, infarto e stroke non fatali. Globalmente esso è stato osservato, a un follow-up medio di 47.5 mesi, in un minor numero di pazienti randomizzati a semaglutide rispetto al placebo (hazard ratio -HR- 0.86; 95% CI, 0.77–0.96). Come mostra la Figura, nei pazienti già in terapia con inibitori di SGLT2, gli eventi si sono osservati nell’11% dei pazienti randomizzati a semaglutide e nel 12.2% di quelli nel gruppo placebo (HR, 0.89; 95% CI, 0.71–1.11). In coloro che non avevano in terapia basale gli inibitori di SGLT2, il divario nella percentuale degli eventi è stato maggiore (12.4% versus 14.5%, HR 0.84; 95% CI, 0.74– 0.95) anche se la P di interazione non è risultata significativa (P=0.66). Gli eventi avversi segnalati non sono risultati aumentati nei pazienti che associavano i due tipi di farmaci rispetto alla sola semaglutide associata al placebo. Gli Autori concludono che la semaglutide orale reduce i MACE indipendentemente dall’uso concomitante di inibitori di SGLT2 e che tale combinazione appare sicura. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Marx N, Federici M, Schütt K, et al. 2023 ESC guidelines for the management of cardiovascular disease n patients with diabetes. Eur Heart J. 2023;44:4043–4140. doi:10.1093/eurheartj/ehad19214,15.

LEGGI TUTTO »

Effetti di evolocumab in pazienti ad alto rischio cardiovascolare

È noto che nei pazienti in prevenzione secondaria, l’abbassamento dei livelli di colesterolo LDL – ottenuto con inibitori di PCSK9 riduce la probabilità di eventi successivi. È meno noto, invece, se i pazienti che non abbiano già avuto un evento, ma che abbiano un alto rischio cardiovascolare (diabetici, pazienti con riscontro di patologia aterosclerotica) possano giovarsi dall’uso di questi farmaci che riducono drasticamente i valori di colesterolo LDL.

LEGGI TUTTO »

Terapia antitrombotica dopo impianto di stent coronarico in pazienti con fibrillazione atriale.

Le linee guida raccomandano per i pazienti in fibrillazione atriale già anticoagulati sottoposti ad impianto di stent coronarico, dopo la sospensione precoce dell’ASA alla dimissione, una doppia terapia antitrombotica (anticoagulante, inibitore del recettore P2Y12)(1) da continuare per 6 mesi/1 anno. Una monoterapia con anticoagulante (senza antipiastrinico) è invece raccomandata dopo il primo anno.

LEGGI TUTTO »

Proseguire la terapia anticoagulante anche dopo intervento di ablazione efficace?

Le linee guida raccomandano di proseguire con la terapia anticoagulante per prevenire gli eventi tromboembolici nei pazienti con fibrillazione atriale anche dopo un intervento di ablazione efficace[1]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Lo studio ALONE AF, presentato al congresso ESC 2025[2]Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54, ha iniziato a scalfire questo dogma. Tuttavia, sono necessarie ulteriori evidenze in proposito. Lo studio è stato intrapreso dall’Ottawa Heart Institute in collaborazione con 56 centri di 6 Paesi in 1.284 pazienti sottoposti con successo, almeno 1 anno prima, ad ablazione della fibrillazione atriale (AF). L’età media era 66 anni, più di 1 ablazione era stata eseguita nel 25% dei casi e AF era parossistica in due terzi dei pazienti. Il CHA2DS2VASc score medio era 2.2±1.1, con valori ≥3 nel 32% dei casi. Tutti i pazienti hanno effettuato una indagine di risonanza magnetica (MRI) cerebrale in basale e a 3 anni per individuare stroke embolici silenti (con dimensione di ≥15 mm alla MRI). I criteri di esclusione erano rappresentati da età >85 anni e clearance della creatinina <30 ml/ min, così come erano esclusi i pazienti portatori di valvola meccanica. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: 641 hanno assunto rivaroxaban 15 mg, mentre 643 hanno assunto ASA (dosaggio variabile tra 80 e 120 mg). Lo studio aveva un disegno di superiorità per rivaroxaban (40% di riduzione dell’endpoint primario, ipotizzando una incidenza annuale nel gruppo ASA di 3.5% di stroke, sia manifesto che silente). L’endpoint primario di efficacia (stroke ischemico incluso quello silente ed embolismo arterioso) è stato raggiunto nello 0.31% per anno nel gruppo rivaroxaban e nello 0.66% per anno nel gruppo ASA (rischio relativo 0.56; 95% CI, 0.19-1.65; P= 0.28). Si sono verificati nuovi infarti cerebrali di ampiezza < 15 mm nel 3.9% del gruppo rivaroxaban e nel 4.4% del gruppo ASA (rischio relativo, 0.89; 95% CI, 0.51-1.55). L’endpoint primario di sicurezza (bleeding fatale e maggiore, secondo definizione ISTH) si è verificato nell’1.6% con rivaroxaban e nello 0.6% con ASA a 3 anni (hazard ratio, 2.51; 95% CI, 0.79 -7.95). Il bleeding minore è risultato invece significativamente più elevato nel gruppo rivaroxaban (HR 3.71,95% CI 2.29–6.01). Take home message Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace per fibrillazione atriale, un trattamento con rivaroxaban non ha ridotto significativamente lo stroke (anche silente) rispetto all’ASA. Anche il bleeding maggiore o fatale è apparso non differente tra i due gruppi. Interpretazione dei dati Il dato più rilevante (e inatteso) dello studio risiede nella bassa incidenza di eventi tromboembolici e stroke registrati nella popolazione studiata. Infatti, il composito annualizzato di stroke (incluso quello silente) ed embolismo sistemico è stato pari a 0.31 eventi per 100 pazienti/anno nel gruppo rivaroxaban e pari a 0.66 nel gruppo ASA. Invece, le incidenze osservate in una popolazione analoga (per valori di CHA2DS2-VASc) a quella arruolata nell’OCEAN, ma non sottoposta ad ablazione, risultano superiori (1.6% per la terapia anticoagulante e 3.7% per l’ASA)[3]Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17.. Gli eventi nel trial sono risultati inferiori anche a quelli rilevati nella fibrillazione atriale subclinica (0.85% con terapia anticoagulante, 0.97% per l’ASA)[4]Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. e simili a quelli riscontrati in pazienti con analogo CHA2DS2-VASc score ma senza storia di fibrillazione atriale[5]Kaplan RM, Koehler J, Ziegler PD, Sarkar S, Zweibel S, Passman RS. Stroke risk as a function of atrial fibrillation duration and CHA2DS2-VASc score. Circulation 2019;140:1639-46.. Secondo gli autori questi dati possono essere dovuti al fatto che l’ablazione riduce il burden della fibrillazione atriale e di conseguenza il rischio associato di stroke. È anche possibile che la causa risieda in un “bias di selezione”, in quanto la popolazione studiata era caratterizzata da una bassa prevalenza di stroke in anamnesi. In ogni caso, viste le percentuali riscontrate nei due gruppi, lo studio avrebbe dovuto avere una popolazione di circa 11.000 pazienti per dimostrare la superiorità di rivaroxaban su ASA. Lo studio OCEAN conferma e rafforza i dati dello studio ALONE AF(2), avendo studiato una popolazione più ampia, seguita per un follow-up più lungo (3 anni) e che includeva gli ictus clinicamente silenti grazie all’esecuzione di MRI sistematica. Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace della fibrillazione atriale sono quindi possibili quattro tipi diversi di terapia: anticoagulante, antiaggregante (ASA), nessun farmaco o l’impianto di un dispositivo di occlusione dell’auricola (testato con successo nello studio OPTION che peraltro includeva pazienti a rischio tromboembolico maggiore, essendo il CHA2DS2-VASc score mediano =>3)[6]Wazni OM, Saliba WI, Nair DG, et al. Left atrial appendage closure after ablation for atrial fibrillation. N Engl J Med 2025; 392:1277-87. Nei vari trial l’incidenza annuale di stroke ed embolismo sistemico è stata <1%, attualmente considerata la soglia per intraprendere una terapia anticoagulante[7]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1, ↑7 Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen on catheter and surgical ablation o atrial fibrillation. Europace 2024;26:euae043 ↑2 Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54 ↑3 Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17. ↑4 Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. ↑5 Kaplan RM, Koehler J, Ziegler

LEGGI TUTTO »

Il PARTNER-3 trial a 7 anni di follow-up: c’è differenza nell’evoluzione clinica dei pazienti a basso rischio sottoposti a TAVI rispetto ai chirurgici?

molto anziani e inoperabili, ma attualmente eseguita anche in pazienti a rischio meno elevato, ha mostrato risultati sovrapponibili a quelli della cardiochirurgia tradizionale sino a 5 anni di follow-up. . Tuttavia, nei pazienti a basso rischio, che sono più giovani e hanno una maggiore attesa di vita, è importante prolungare il periodo di follow-up per confermare il buon funzionamento (o evidenziare il malfunzionamento) delle protesi utilizzate per la TAVI.

LEGGI TUTTO »

I betabloccanti sono utili nei pazienti con infarto miocardico e FE conservata?

I betabloccanti sono stati per molti anni un pilastro della terapia farmacologica dopo un infarto miocardico, sulla base di studi eseguiti in era precedente la riperfusione. Evidenze recenti hanno fornito risultati apparentemente contradditori . Una metaanalisi di questi studi, focalizzata sui pazienti con FE moderatamente depressa (40-49%) ha mostrato l’efficacia di questa terapia, per un endpoint composito di morte per ogni causa, nuovo infarto miocardico e scompenso cardiaco((Rossello X, Prescott EIB, Kristensen AMD, et al. β Blockers after myocardialinfarction with mildly reduced ejection fraction: an individual patient data metaanalysisof randomised controlled trials. Lancet 2025;406:1128-37.)). Tuttavia, non è noto se vi possa essere un beneficio da una terapia betabloccante nei pazienti con FE conservata (≥50%).

LEGGI TUTTO »

Un inibitore orale di PCSK9: l’enlicitide.

L’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HFH) colpisce un individuo ogni 250 persone ed è caratterizzata dal precoce manifestarsi di malattie cardiovascolari. . La risposta ai farmaci ipolipemizzanti orali è modesta e solo gli inibitori di PCSK9 sono in grado di ridurre i valori di colesterolo LDL (LDL-C) entro termini accettabili riducendo il rischio di eventi. . Tuttavia, la loro formulazione iniettabile ne limita l’uso. L’enlicitide è un farmaco a formulazione orale che si lega al PCSK9 plasmatico e ne impedisce l’interazione con il recettore epatico delle LDL, conservandone quindi l’integrità ed evitandone la degradazione lisosomiale.

LEGGI TUTTO »

Costo-efficacia della digossina rispetto ai betabloccanti nel paziente scompensato in fibrillazione atriale permanente

Circa la metà dei pazienti in fibrillazione atriale (AF) che hanno una AF permanente, sono spesso anziani e hanno scompenso cardiaco. In tali pazienti, ci sono pochi studi recenti di confronto tra farmaci routinariamente utilizzati per il controllo della frequenza cardiaca, quali i betabloccanti e la digossina. Lo studio RAte control Therapy Evaluation in permanent Atrial Fibrillation (RATE-AF) ha paragonato la digossina a basso dosaggio con i betabloccanti, mostrando una riduzione degli eventi cardiaci, delle ospedalizzazioni e una migliore…

LEGGI TUTTO »

Rischio residuo dopo pci nei pazienti in terapia statinica: pesa di più il valore di proteina c reattiva o il colesterolo LDL?

Valori elevati di colesterolo LDL predispongono alla ricomparsa di eventi cardiovascolari in pazienti coronaropatici sottoposti a PCI e trattati con statine. Anche una infiammazione subclinica, espressa da livelli pur modicamente elevati di proteina C reattiva (PCR) ad alta sensibilità, si correla con un maggior rischio di eventi ricorrenti. .  I dati in letteratura non sono numerosi e non permettono di stabilire con certezza una correlazione indipendente tra valori di colesterolo LDL, marker di infiammazione e successive complicanze cliniche….

LEGGI TUTTO »
Cerca un articolo
Gli articoli più letti
Rubriche
Leggi i tuoi articoli salvati
La tua lista è vuota