Stefano De Servi

Progressi della terapia medica nel trattamento dei pazienti con cardiomiopatia ischemica: quali possibili conseguenze?

Inquadramento La disfunzione ventricolare sinistra su base ischemica è una causa frequente di mortalità e di ospedalizzazione per scompenso. Rimuovere il substrato di questa patologia, trattando le arterie coronarie stenotiche, è stato considerato un mezzo potenzialmente efficace di migliorare la prognosi dei pazienti. Sono stati eseguiti due studi randomizzati per verificare questa ipotesi: il primo, lo STICHES, ha dimostrato una superiorità dell’intervento di bypass aortocoronarico (CABG) di ridurre la mortalità a 10 anni (ma non a 5 anni) rispetto alla terapia medica[1]Velazquez EJ, Lee KL, Jones RH, et al. Coronary-Artery bypass surgery in patients with ischemic cardiomyopathy. N Engl J Med 2016;374:1511–20. https://doi.org/10.1056/NEJMoa1602001; il secondo, il più recente REVIVEDBCIS2, ha fallito l’obbiettivo in quanto non è stata osservata alcuna differenza in un endpoint composito (mortalità e ospedalizzazione per scompenso) a 3.4 anni di follow-up tra un gruppo randomizzato a PCI e uno a terapia medica ottimale[2]Perera D, Clayton T, ÒKane PD, et al. Percutaneous revascularization for ischemic left ventricular dysfunction. N Engl J Med 2022;387:1351–60. https://doi.org/10.1056/NEJMoa2206606.  Non è chiaro se queste disuguaglianze siano dipese da una difforme efficacia dei due strumenti di rivascolarizzazione, dalle differenti popolazioni studiate o da una evoluzione della terapia medica, divenuta ora più competitiva nei confronti delle metodiche di rivascolarizzazione. Lo studio in esame Sono stati analizzati i dati individuali dei pazienti inclusi negli studi randomizzati STICHES, eseguito tra il 2002 e il 2007 e REVIVED-BCIS2, eseguito tra il 2013 e il 2020. Globalmente i pazienti erano 1.912 in 4 gruppi così suddivisi: I pazienti nel gruppo MT REVIVED erano meno frequentemente in classe NYHA III-IV (23%) rispetto a quelli nel gruppo MET-STICHES (37%). Era stato impiantato un defibrillatore nel 22% del gruppo MT-REVIVED, rispetto al 3% dei pazienti in MT-STICHES (p>0.001). L’outcome primario (mortalità, ospedalizzazione per scompenso) nella popolazione globale è mostrato nella Figura: gli eventi si sono verificati in misura maggiore nel gruppo MT-STICHES. Nella popolazione “propensity-score matched” (calcolato su età, sesso, diabete, nefropatia cronica, FE) l’outcome primario è stato raggiunto con minore frequenza nel gruppo MTREVIVED che nel gruppo MT-STICHES (HR 0.46 0.34–0.62, p<.001). Rispetto a quest’ultimo gruppo, anche CABG STICHES (0.62 0.45–0.84, p=.002) e PCI REVIVED (HR 0.61 0.43–0.87 p=.007) hanno avuto un outcome migliore. I pazienti nel gruppo CABG-STICHES non hanno ricevuto un beneficio rispetto ai pazienti del gruppo PCI-REVIVED, sia nella popolazione globale che in quella “propensity-matched”. Considerando la mortalità per ogni causa e quella cardiovascolare, esse sono state più elevate nel gruppo MT-STICHES rispetto a tutti gli altri gruppi. L’evenienza di infarto miocardico è stata invece inferiore nel gruppo CABG-STICHES rispetto a tutti gli altri tre gruppi (sia nella popolazione globale che quella “propensity-matched”). Take home message I pazienti con cardiomiopatia ischemica in terapia medica nelle studio REVIVED-BCIS2 hanno avuto una prognosi migliore rispetto a quelli inclusi nello studio STICHES, sia in terapia medica che rivascolarizzati con bypass aortocoronarico. I progressi attuali compiuti nel trattamento medico di questi pazienti rendono problematica l’applicabilità pratica di risultati di trial eseguiti in epoche precedenti. Interpretazione dei dati Il messaggio principale dello studio consiste nell’aver evidenziato un miglioramento dell’outcome dei pazienti con cardiomiopatia ischemica, trattati con la sola terapia medica nel periodo intercorso tra l’esecuzione dello STICHES trial (che ha arruolato tra gli anni 2002 e 2007) e il REVIVED BCIS2 trial (che arruolato tra il 2013 e il 2020). Anche se non si può negare che sia attualmente disponibile una serie di nuovi farmaci che hanno positivamente influito sulla prognosi di questi pazienti (eplerenone, sacubitril/valsartan, gli inibitori SGLT2 empaglifozin e dapaglifozin) gli Autori forniscono poche informazioni sull’utilizzo di questi farmaci nel trial più recente. Le informazioni disponibili riguardano i betabloccanti, gli inibitori del sistema reninaangiotensina e gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi, con percentuali non molto dissimili di utilizzo nei due trial in questione. L’unica differenza accertata riguarda l’impianto di defibrillatore, certamente più frequentemente utilizzato nello studio più recente, anche se il numero di morti improvvise non è riportato. Vi è da sottolineare che il database comune ai due trial, così come presentato nelle tabelle del manoscritto, è piuttosto scarno e non esclude che vi siano differenze cliniche tra le due popolazioni randomizzate. Inoltre va segnalato che vi era un maggior numero di pazienti in classe NYHA III e IV nei pazienti STICHES rispetto a quelli inclusi nel REVIVED BCIS2, mentre altre variabili prognosticamente importanti non sono menzionate (differente utilizzo di diuretici? differente volumetria ventricolare? differente estensione di aree cicatriziali con conseguente diverso rischio aritmico?). I confronti di dati storici possono essere utili quando compiuti all’interno di una stessa tipologia di trattamento (ad esempio pazienti trattati con PCI in epoche diverse) per individuare i progressi compiuti in quell’ambito, ma non debbono mai essere applicati per confrontare metodologie differenti di trattamento. Ad esempio, dal presente studio risulterebbe, all’analisi “propensity-matched”, che la mortalità per ogni causa sarebbe stata significativamente minore nei pazienti trattati con PCI nello studio più recente (REVIVE BCIS2) rispetto a quella osservata con bypass aortocoronarico nello studio STICHES. Non esistono studi di confronto tra le due tecniche di rivascolarizzazione che abbiano mai mostrato un dato simile. Una delle conseguenze dello studio, sottolineano gli Autori, riguarda la problematicità di applicare nella pratica routinaria attuale i risultati dello studio STICHES, visto che i progressi della terapia medica (che costituiva il gruppo di confronto rispetto alla rivascolarizzazione con bypass) hanno consentito di migliorare notevolmente la prognosi dei pazienti con cardiomiopatia ischemica. Tuttavia, questa obiezione potrebbe valere per tutti gli studi che necessitino di tempi prolungati sia per l’arruolamento che per il follow-up. Inoltre, anche i pazienti operati possono giovarsi dei progressi della terapia medica senza contare i potenziali miglioramenti della tecnica chirurgica (si pensi ad esempio a un maggior utilizzo dei condotti arteriosi e un ricorso più frequente a procedure intraoperatorie di ablazione in pazienti affetti da fibrillazione atriale). Editoriale: “Terapia medica associata o meno a rivascolarizzazione coronarica nella disfunzione ventricolare sinistra ischemica: la metanalisi dei dati a livello individuale degli studi REVIVED-BCIS2 e STICHES” A cura di: Marcello Galvani – Fondazione Cardiologica Myriam Zito Sacco, Forlì La disfunzione ischemica del ventricolo sinistro

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Resincronizzazione cardiaca: risultati a lungo termine

Inquadramento La resincronizzazione cardiaca, associata a defibrillatore, ha una raccomandazione di classe I[1]Heidenreich PA, Bozkurt B, Aguilar D, et al. 2022 AHA/ACC/HFSA guideline for the management of heart failure: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee … Continua a leggere in pazienti con scompenso cardiaco in classe NYHA II o superiore nonostante una terapia ottimale, FE ≤35%, presenza di blocco di branca sinistra e durata del QRS ≥150 msec indipendentemente dalla eziologia della cardiomiopatia (ischemica o non-ischemica). Le analisi a lungo termine dello studio MADITCRT[2]Goldenberg I, Kutyifa V, Klein HU, et al. Survival with cardiac-resynchronization therapy in mild heart failure. N Engl J Med. 2014;370(18):1694–1701 hanno mostrato un beneficio analogo per i pazienti con origine ischemica e anche nonischemica della cardiomiopatia, ma gli studi con follow-up sino a 10 anni sono pochi. Lo studio in esame Analisi retrospettiva di pazienti sottoposti a resincronizzazione cardiaca e a simultaneo impianto di defibrillatore, secondo le indicazioni delle Linee Guida, presso la Mayo Clinic tra il 2001 e 2022. In base alla eziologia della cardiomiopatia, i 729 pazienti sono stati divisi in due gruppi: L’età media e le comorbilità, inclusa la presenza di fibrillazione atriale, erano più frequenti tra i pazienti con ICM. È stato effettuato un doppio “propensity matching” utilizzando una serie di variabili (età, sesso, FE, eziologia della cardiomiopatia, durata QRS, tipo di blocco BBS vs non-BBS) e comorbilità associate (ipertensione, diabete, nefropatia cronica di almeno stadio 3), seguito da una analisi multivariata. Sono stati così confrontati 305 pazienti per ciascun gruppo. Erano tuttavia presenti differenze significative nei due gruppi “matchati” (per i pazienti ICM età maggiore, fibrillazione atriale più frequente, sesso femminile meno rappresentato). Le curve di sopravvivenza di Kaplan-Meier mostrano una sopravvivenza superiore per NICM rispetto a ICM (log-rank P<0.0001, Figura), con una sopravvivenza media di 16.1 anni per NICM e 9.1 anni per ICM. All’analisi multivariata, i predittori di sopravvivenza sono risultati essere un’età più giovane, FE più alta, sesso femminile, morfologia del QRS tipo BBS (ma non la durata del QRS), l’assenza di fibrillazione atriale, diabete, nefropatia cronica. Take home message Nei pazienti sottoposti a resincronizzazione cardiaca con impianto di defibrillatore, la sopravvivenza a lunga distanza è migliore per quelli che non hanno una eziologia ischemica. I predittori di sopravvivenza sono una morfologia dell’ECG a tipo BBS, una età minore all’impianto e il sesso femminile, l’assenza di fibrillazione atriale e di comorbilità. Interpretazione dei dati L’ originalità del lavoro risiede nell’aver riportato dati di sopravvivenza a lungo termine in una popolazione (cardiomiopatie sottoposte a resincronizzazione cardiaca e impianto di defibrillatore) per la quale i dati disponibili in letteratura si riferiscono a follow-up di più breve durata. Peraltro, l’analisi della casistica della Mayo Clinic conferma un maggior rischio per la popolazione con cardiomiopatia ischemica, già evidenziato, per follow-up di durata compresa tra 6 e 48 mesi, da una meta-analisi di oltre 12.000 pazienti seguiti per periodi variabili tra 6 e 48 mesi[3]Chen JS, Niu XW, Chen FM, Yao YL. Etiologic impact on difference on clinical outcomes of patients with heart failure after cardiac resynchronization therapy: a systematic review and meta-analysis. … Continua a leggere. Secondo gli Autori, la mortalità più alta nei pazienti con cadiomiopatia ischemica potrebbe dipendere da un più alto rischio di base di questi pazienti che, pur derivando lo stesso beneficio relativo dalla resincronizzazione rispetto ai pazienti con cardiomiopatia non ischemica, avrebbero una sopravvivenza comunque inferiore. Un’altra conferma, che viene dallo studio presente, è il miglior risultato clinico che si ottiene con la resincronizzazione nei pazienti con blocco di branca sinistra rispetto a quelli con blocchi di altro tipo (blocco di branca destra, blocchi intraventricolari). Una meta-analisi[4]       Bilchick KC, Kamath S, DiMarco JP,Stukenborg GJ. Bundle-branch block morphology and other predictors of outcome after cardiac resynchronization therapy in medicare patients.Circulation. … Continua a leggere precedente aveva già mostrato questo dato, pur se osservato a un follow-up piu breve (40 mesi). Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Heidenreich PA, Bozkurt B, Aguilar D, et al. 2022 AHA/ACC/HFSA guideline for the management of heart failure: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Joint Committee on clinical practice guidelines. J Am Coll Cardiol. 2022;79(17):e263–e421 ↑2 Goldenberg I, Kutyifa V, Klein HU, et al. Survival with cardiac-resynchronization therapy in mild heart failure. N Engl J Med. 2014;370(18):1694–1701 ↑3 Chen JS, Niu XW, Chen FM, Yao YL. Etiologic impact on difference on clinical outcomes of patients with heart failure after cardiac resynchronization therapy: a systematic review and meta-analysis. Medicine (Baltimore). 2018;97(52):e13725 ↑4        Bilchick KC, Kamath S, DiMarco JP,Stukenborg GJ. Bundle-branch block morphology and other predictors of outcome after cardiac resynchronization therapy in medicare patients.Circulation. 2010;122(20):2022–2030

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The year in cardiovascular medicine 2024: the top 10 papers in interventional cardiology

1. Vrints C, Andreotti F, Koskinas KC et al. 2024 ESC Guidelines for the management of chronic coronary syndromes. Eur Heart J 2024;45: 3415–537.  Chronic Coronary Syndromes are a range of clinical presentations or syndromes that arise due to structural and/or functional alterations related to chronic diseases of the coronary arteries and/or microcirculation. These alterations can lead to transient, reversible, myocardial demand vs blood supply mismatch resulting in hypoperfusion (ischaemia), usually (but not always) provoked by exertion, emotion or other stress, and may manifest as angina, other chest discomfort, or dyspnoea, or be asymptomatic. Although stable for long periods, chronic coronary diseases are frequently progressive and may destabilize at any moment with the development of an ACS.  2. Gao XF, Ge Z, Kong XQ, et al. Intravascular ultrasound vs angiography-guided drugcoated balloon angioplasty: the ULTIMATE III trial. JACC Cardiovasc Interv 2024; 17: 1519–28.  This study demonstrated that IVUS-guided drug-coated balloon angioplasty is associated with a lower late lumen loss in patients with a de novo coronary lesion compared with angiography guidance. 3. Gao X, Tian N, Kan J, et al. Drug-coated balloon angioplasty of the side branch during provisional stenting: the multicenter randomized DCB-BIF trial. J Am Coll Cardiol 2025;85:1–15. In patients with simple and true coronary bifurcation lesions undergoing provisional stenting, main vessel stenting with a drugcoated balloon for the compromised side branch resulted in a lower 1-year rate of the composite outcome compared with an non-coated balloon intervention for the side branch. The high rates of periprocedural myocardial infarction, which occurred early and did not lead to revascularization, are of unclear clinical significance. 4. Park SJ, Ahn JM, Kang DY, et al. Preventive percutaneous coronary intervention versus optimal medical therapy alone for the treatment of vulnerable atherosclerotic coronary plaques (PREVENT): a multicentre, open-label, andomized controlled trial. Lancet 2024;403:1753–65. In patients with non-flow-limiting vulnerable coronary plaques, preventive percutaneous coronary intervention reduced major adverse cardiac events arising from high-risk vulnerable plaques, compared with optimal medical therapy alone. Given that PREVENT is the first large trial to show the potential effect of the focal treatment for vulnerable plaques, these findings support consideration to expand indications for percutaneous coronary intervention to include non-flowlimiting, high-risk vulnerable plaques. 5. Møller JE, Engstrøm T, Jensen LO, et al. Microaxial flow pump or standard care in infarct-related cardiogenic shock. N Engl J Med 2024;390: 1382–93. The routine use of a microaxial flow pump with standard care in the treatment of patients with STEMI-related cardiogenic shock led to a lower risk of death from any cause at 180 days than standard care alone. The incidence of a composite of adverse events was higher with the use of the microaxial flow pump. 6. Jørgensen TH, Thyregod HGH, Savontaus M, et al. Transcatheter aortic valve implantation in low-risk tricuspid or bicuspid aortic stenosis: the NOTION-2 trial. Eur Heart J 2024;45:3804–14.  Among low-risk patients aged ≤75 years with severe symptomatic aortic stenosis, the rate of the composite of death, stroke, or rehospitalization at 1 year was similar between TAVI and surgery. Transcatheter aortic valve implantation outcomes in young bicuspid AS patients warrant caution and should be further investigated. 7. Lønborg J, Jabbari R, Sabbah M, et al. PCI in patients undergoing transcatheter aortic-valve implantation. N Engl J Med 2025;392:217–27. Among patients with coronary artery disease who were undergoing TAVI, PCI was associated with a lower risk of a composite of death from any cause, myocardial infarction, or urgent revascularization at a median follow-up of 2 years than conservative treatment. 8. Généreux P, Schwartz A, Oldemeyer JB, et al. Transcatheter aortic-valve replacement (TAVR) for asymptomatic severe aortic stenosis. N Engl J Med 2025;392:217–27.   Among patients with asymptomatic severe aortic stenosis, a strategy of early TAVR was superior to clinical surveillance in reducing the incidence of death, stroke, or unplanned hospitalization for cardiovascular causes. 9. Baldus S, Doenst T, Pfister R, et al. Transcatheter repair versus mitral-valve surgery for secondary mitral regurgitation. N Engl J Med 2024; 391:1787–98. Among patients with heart failure and secondary mitral regurgitation, transcatheter edge-to-edge repair was noninferior to mitralvalve surgery with respect to a composite of death, rehospitalization for heart failure, stroke, reintervention, or implantation of an assist device in the left ventricle at 1 year. 10. Jaber WA, Gonsalves CF, Stortecky S, et al. Large-bore mechanical thrombectomy versus catheter-directed thrombolysis I n the management of intermediate-risk pulmonary embolism: primary results of the PEERLESS randomized controlled trial. Circulation 2025;151:260–73. PEERLESS met its primary end point in favor of large-bore mechanical thrombectomy Windows compared with catheter-directed thrombolysis in treatment of intermediaterisk pulmonary embolism. Large-bore mechanical thrombectomy had lower rates of clinical deterioration and/or bailout and postprocedural intensive care unit use compared with catheter-directed thrombolysisT, with no difference in mortality or bleeding.

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Anticoagulation or Antiplatelet Therapy for Device-Detected Atrial Fibrillation

Una signora di 75 anni, con storia di ipertensione e malattia coronarica (eseguita PCI qualche anno prima) riceve in dono uno smart watch e attiva la funzione di elettrocardiogramma. La risposta indica la presenza di fibrillazione atriale. La signora, asintomatica e in buone condizioni generali (un ecocardiogramma effettuato 6 mesi prima mostra buona cinesi ventricolare in assenza di valvulopatie significative) si reca dal suo medico che esegue un elettrocardiogramma e riscontra un ritmo sinusale. È in terapia con Ramipril, Atorvastatina e ASA a bassa dose. Viene perciò richiesta una registrazione ECG con patch della durata di 1 mese: l’indagine mostra ritmo sinusale, con un solo parossismo breve (5 minuti) di fibrillazione atriale. Il CHADS-VAsc è 5 (età 2 punti, ipertensione, storia di malattia coronarica, sesso femminile). Quale terapia consigliereste alla signora? Un anticoagulante o la prosecuzione della terapia antiaggregante? OPZIONE 1 – Terapia anticoagulante orale Jeff S. Healey – Population Health Research Institute, Hamilton Health Sciences, Hamilton, ON, Canada; Division of Cardiology, McMaster University, Hamilton, ON, Canada Il rischio di stroke è inferiore nella fibrillazione atriale subclinica (come quella individuata nella signora), rispetto a quella clinicamente manifesta[1]Healey JS, Connolly SJ, Gold MR, et al. Subclinical atrial fibrillation and the risk of stroke. N Engl J Med 2012; 366: 120-9..  Per questo motivo, nei pazienti in cui l’aritmia era riconosciuta solo da dispositivi indossabili o impiantabili, sono stati eseguiti due studi, il NOAH-AFNET 6 e l’ARTESiA che hanno confrontato rispettivamente edoxaban versus placebo e apixaban versus ASA. Una analisi di sottogruppo del secondo studio[2]Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64 ha mostrato un beneficio dell’anticoagulazione quando il CHADS-VAsc score era >4, con una incidenza di eventi tromboembolici del 2.25% all’anno nei pazienti in ASA che si riducevano del 56% nel gruppo apixaban con un number needed to treat =25. Tuttavia, questi effetti erano associati a un aumento del bleeding maggiore nei pazienti  anticoagulati, anche se il number needed to harm risultava più elevato (n=59). Le Linee Guida Nord Americane raccomandano l’anticoagulazione per un rischio tromboembolico annuo di almeno il 2% (e lo suggeriscono quando è tra 1% e 2%); quindi, nella paziente in esame vi è una indicazione all’anticoagulante secondo Linee Guida. Inoltre, il maggior rischio emorragico, associato all’utilizzo dell’anticoagulante, risulta più attenuato nella paziente in esame rispetto a pazienti non trattati con farmaci antitrombotici, in quanto essa già assumeva ASA, da sospendere dopo l’avvio dell’anticoagulante. Inoltre non va dimenticata l’attitudine dei pazienti a dare la priorità a una prevenzione dello stroke rispetto al rischio di bleeding[3]Lahaye S, Regpala S, Lacombe S, et al. Evaluation of patients’ attitudes towards stroke prevention and bleeding risk in atrial fibrillation. Thromb Haemost 2014; 111: 465-73. OPZIONE 2 – Meglio proseguire con l’antiaggregante piastrinico Paulus Kirchhof – Department of Cardiology, University Heart and Vascular Center Hamburg, University Medical Center Hamburg-Eppendorf, Hamburg, Germany La terapia anticoagulante non appare indicata in quanto il rischio di stroke per la paziente, che ha una fibrillazione atriale subclinica, è di circa l’1% all’anno in base allo studio LOOP[4]Svendsen JH, Diederichsen SZ, Højberg S, et al. Implantable loop recorder detection of atrial fibrillation to prevent stroke (the LOOP study): a randomised controlled trial. Lancet 2021;398: 1507-16. (nota: il calcolo è diverso rispetto al precedente perchè basato su un riferimento differente della letteratura). Inoltre, il burden aritmico è molto basso (5 minuti di fibrillazione individuata in 1 mese di registrazione = 0.012%), osservazione che rende ancora meno probabile un evento tromboembolico e quindi meno efficace una profilassi con anticoagulante[5]Becher N, Metzner A, Toennis T, Kirchhof P, Schnabel RB. Atrial fibrillation burden: a new outcome predictor and therapeutic target. Eur Heart J 2024; 45: 2824-38. A fronte di questa altamente verisimile mancanza di efficacia, il rischio di bleeding risulterebbe comunque più elevato se fosse instaurata una terapia anticoagulante rispetto alla continuazione della terapia antiaggregante. Tuttavia, anche se la decisione iniziale non appare in favore di una terapia anticoagulante, un monitoraggio nel tempo sembra necessario perchè il burden aritmico potrebbe aumentare e con esso il rischio tromboembolico spostando l’ago della bilancia verso una decisione contraria a quella iniziale. Considerazioni conclusive Il caso è controverso, la letteratura di riferimento modesta con risultati talora contrastanti. Il rischio tromboembolico dipende essenzialmente da due fattori nei pazienti con fibrillazione atriale subclinica: il punteggio del CHADS-VAsc score e il burden aritmico. Nella paziente qui presentata il CHADS-VAsc era elevato, ma il burden aritmico molto modesto, il che rende ogni decisione ancora più difficile e opinabile. Una recente meta-analisi degli studi NOAHAFNET 6 e ARTESiA[6]Schnabel RB, Juan Benezet-Mazuecos J, Nina Becher N, et al. Anticoagulation in device-detected atrial fibrillation with or without vascular disease: a combined analysis of the NOAH-AFNET 6 and … Continua a leggere ha mostrato un beneficio dell’anticoagulazione (vedi Journal Map n. 109) quando è presente una storia di malattia cardiovascolare (come nel caso in esame). Si tratta comunque di una analisi post-hoc che genera ipotesi, non certezze. In mancanza di evidenze solide, qualunque decisione terapeutica possa il clinico assumere, in casi simili può essere accettata, purchè ben descritta e motivata. La rivalutazione nel tempo appare essenziale. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Healey JS, Connolly SJ, Gold MR, et al. Subclinical atrial fibrillation and the risk of stroke. N Engl J Med 2012; 366: 120-9. ↑2 Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64 ↑3 Lahaye S, Regpala S, Lacombe S, et al. Evaluation of patients’ attitudes towards stroke prevention and bleeding risk in atrial fibrillation. Thromb Haemost 2014; 111: 465-73 ↑4 Svendsen JH, Diederichsen SZ, Højberg S, et al. Implantable loop recorder detection of atrial fibrillation to prevent stroke (the LOOP study): a randomised controlled trial. Lancet 2021;398: 1507-16. ↑5 Becher N, Metzner A, Toennis T, Kirchhof P, Schnabel RB. Atrial fibrillation burden: a new outcome predictor and therapeutic target. Eur Heart J 2024; 45: 2824-38 ↑6

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Oral Semaglutide and Cardiovascular Outcomes in People with Type 2 Diabetes, According to SGLT2i Use: Prespecified Analyses of the SOUL Randomized Trial.

I risultati di alcuni trial hanno dimostrato gli effetti benefici degli agonisti del recettore GLP-1 (glucagon-like peptide-1) e degli inibitori di SGLT2 (sodium-glucose cotransporter-2) a livello cardiovascolare in pazienti con diabete di tipo 2 o con nefropatia cronica. Per questo motivo le Linee Guida raccomandano l’uso di questi farmaci nei pazienti con diabete di tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare, indipendentemente dai livelli di glicemia[1]Marx N, Federici M, Schütt K, et al. 2023 ESC guidelines for the management of cardiovascular disease n patients with diabetes. Eur Heart J. 2023;44:4043–4140. doi:10.1093/eurheartj/ehad19214,15..  Nonostante queste raccomandazioni, tali farmaci sono tuttavia raramente usati contemporaneamente, anche perchè l’associazione non è stata valutata in molti studi. Nel trial SOUL (Semaglutide Cardiovascular Outcomes Trial), che ha randomizzato 9.650 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia cardiovascolare e/o nefropatia a semaglutide o placebo, il 27% dei pazienti (n=2.596) era già in terapia con inibitori SGLT2, mentre i restanti 7.054 non lo erano. L’outcome primario (MACE nella Figura) era rappresentato da un composito di morte cardiovascolare, infarto e stroke non fatali. Globalmente esso è stato osservato, a un follow-up medio di 47.5 mesi, in un minor numero di pazienti randomizzati a semaglutide rispetto al placebo (hazard ratio -HR- 0.86; 95% CI, 0.77–0.96). Come mostra la Figura, nei pazienti già in terapia con inibitori di SGLT2, gli eventi si sono osservati nell’11% dei pazienti randomizzati a semaglutide e nel 12.2% di quelli nel gruppo placebo (HR, 0.89; 95% CI, 0.71–1.11). In coloro che non avevano in terapia basale gli inibitori di SGLT2, il divario nella percentuale degli eventi è stato maggiore (12.4% versus 14.5%, HR 0.84; 95% CI, 0.74– 0.95) anche se la P di interazione non è risultata significativa (P=0.66). Gli eventi avversi segnalati non sono risultati aumentati nei pazienti che associavano i due tipi di farmaci rispetto alla sola semaglutide associata al placebo. Gli Autori concludono che la semaglutide orale reduce i MACE indipendentemente dall’uso concomitante di inibitori di SGLT2 e che tale combinazione appare sicura. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Marx N, Federici M, Schütt K, et al. 2023 ESC guidelines for the management of cardiovascular disease n patients with diabetes. Eur Heart J. 2023;44:4043–4140. doi:10.1093/eurheartj/ehad19214,15.

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Effetti di evolocumab in pazienti ad alto rischio cardiovascolare

È noto che nei pazienti in prevenzione secondaria, l’abbassamento dei livelli di colesterolo LDL – ottenuto con inibitori di PCSK9 riduce la probabilità di eventi successivi. È meno noto, invece, se i pazienti che non abbiano già avuto un evento, ma che abbiano un alto rischio cardiovascolare (diabetici, pazienti con riscontro di patologia aterosclerotica) possano giovarsi dall’uso di questi farmaci che riducono drasticamente i valori di colesterolo LDL.

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Terapia antitrombotica dopo impianto di stent coronarico in pazienti con fibrillazione atriale.

Le linee guida raccomandano per i pazienti in fibrillazione atriale già anticoagulati sottoposti ad impianto di stent coronarico, dopo la sospensione precoce dell’ASA alla dimissione, una doppia terapia antitrombotica (anticoagulante, inibitore del recettore P2Y12)(1) da continuare per 6 mesi/1 anno. Una monoterapia con anticoagulante (senza antipiastrinico) è invece raccomandata dopo il primo anno.

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Proseguire la terapia anticoagulante anche dopo intervento di ablazione efficace?

Le linee guida raccomandano di proseguire con la terapia anticoagulante per prevenire gli eventi tromboembolici nei pazienti con fibrillazione atriale anche dopo un intervento di ablazione efficace[1]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Lo studio ALONE AF, presentato al congresso ESC 2025[2]Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54, ha iniziato a scalfire questo dogma. Tuttavia, sono necessarie ulteriori evidenze in proposito. Lo studio è stato intrapreso dall’Ottawa Heart Institute in collaborazione con 56 centri di 6 Paesi in 1.284 pazienti sottoposti con successo, almeno 1 anno prima, ad ablazione della fibrillazione atriale (AF). L’età media era 66 anni, più di 1 ablazione era stata eseguita nel 25% dei casi e AF era parossistica in due terzi dei pazienti. Il CHA2DS2VASc score medio era 2.2±1.1, con valori ≥3 nel 32% dei casi. Tutti i pazienti hanno effettuato una indagine di risonanza magnetica (MRI) cerebrale in basale e a 3 anni per individuare stroke embolici silenti (con dimensione di ≥15 mm alla MRI). I criteri di esclusione erano rappresentati da età >85 anni e clearance della creatinina <30 ml/ min, così come erano esclusi i pazienti portatori di valvola meccanica. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: 641 hanno assunto rivaroxaban 15 mg, mentre 643 hanno assunto ASA (dosaggio variabile tra 80 e 120 mg). Lo studio aveva un disegno di superiorità per rivaroxaban (40% di riduzione dell’endpoint primario, ipotizzando una incidenza annuale nel gruppo ASA di 3.5% di stroke, sia manifesto che silente). L’endpoint primario di efficacia (stroke ischemico incluso quello silente ed embolismo arterioso) è stato raggiunto nello 0.31% per anno nel gruppo rivaroxaban e nello 0.66% per anno nel gruppo ASA (rischio relativo 0.56; 95% CI, 0.19-1.65; P= 0.28). Si sono verificati nuovi infarti cerebrali di ampiezza < 15 mm nel 3.9% del gruppo rivaroxaban e nel 4.4% del gruppo ASA (rischio relativo, 0.89; 95% CI, 0.51-1.55). L’endpoint primario di sicurezza (bleeding fatale e maggiore, secondo definizione ISTH) si è verificato nell’1.6% con rivaroxaban e nello 0.6% con ASA a 3 anni (hazard ratio, 2.51; 95% CI, 0.79 -7.95). Il bleeding minore è risultato invece significativamente più elevato nel gruppo rivaroxaban (HR 3.71,95% CI 2.29–6.01). Take home message Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace per fibrillazione atriale, un trattamento con rivaroxaban non ha ridotto significativamente lo stroke (anche silente) rispetto all’ASA. Anche il bleeding maggiore o fatale è apparso non differente tra i due gruppi. Interpretazione dei dati Il dato più rilevante (e inatteso) dello studio risiede nella bassa incidenza di eventi tromboembolici e stroke registrati nella popolazione studiata. Infatti, il composito annualizzato di stroke (incluso quello silente) ed embolismo sistemico è stato pari a 0.31 eventi per 100 pazienti/anno nel gruppo rivaroxaban e pari a 0.66 nel gruppo ASA. Invece, le incidenze osservate in una popolazione analoga (per valori di CHA2DS2-VASc) a quella arruolata nell’OCEAN, ma non sottoposta ad ablazione, risultano superiori (1.6% per la terapia anticoagulante e 3.7% per l’ASA)[3]Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17.. Gli eventi nel trial sono risultati inferiori anche a quelli rilevati nella fibrillazione atriale subclinica (0.85% con terapia anticoagulante, 0.97% per l’ASA)[4]Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. e simili a quelli riscontrati in pazienti con analogo CHA2DS2-VASc score ma senza storia di fibrillazione atriale[5]Kaplan RM, Koehler J, Ziegler PD, Sarkar S, Zweibel S, Passman RS. Stroke risk as a function of atrial fibrillation duration and CHA2DS2-VASc score. Circulation 2019;140:1639-46.. Secondo gli autori questi dati possono essere dovuti al fatto che l’ablazione riduce il burden della fibrillazione atriale e di conseguenza il rischio associato di stroke. È anche possibile che la causa risieda in un “bias di selezione”, in quanto la popolazione studiata era caratterizzata da una bassa prevalenza di stroke in anamnesi. In ogni caso, viste le percentuali riscontrate nei due gruppi, lo studio avrebbe dovuto avere una popolazione di circa 11.000 pazienti per dimostrare la superiorità di rivaroxaban su ASA. Lo studio OCEAN conferma e rafforza i dati dello studio ALONE AF(2), avendo studiato una popolazione più ampia, seguita per un follow-up più lungo (3 anni) e che includeva gli ictus clinicamente silenti grazie all’esecuzione di MRI sistematica. Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace della fibrillazione atriale sono quindi possibili quattro tipi diversi di terapia: anticoagulante, antiaggregante (ASA), nessun farmaco o l’impianto di un dispositivo di occlusione dell’auricola (testato con successo nello studio OPTION che peraltro includeva pazienti a rischio tromboembolico maggiore, essendo il CHA2DS2-VASc score mediano =>3)[6]Wazni OM, Saliba WI, Nair DG, et al. Left atrial appendage closure after ablation for atrial fibrillation. N Engl J Med 2025; 392:1277-87. Nei vari trial l’incidenza annuale di stroke ed embolismo sistemico è stata <1%, attualmente considerata la soglia per intraprendere una terapia anticoagulante[7]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1, ↑7 Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen on catheter and surgical ablation o atrial fibrillation. Europace 2024;26:euae043 ↑2 Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54 ↑3 Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17. ↑4 Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. ↑5 Kaplan RM, Koehler J, Ziegler

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Il PARTNER-3 trial a 7 anni di follow-up: c’è differenza nell’evoluzione clinica dei pazienti a basso rischio sottoposti a TAVI rispetto ai chirurgici?

molto anziani e inoperabili, ma attualmente eseguita anche in pazienti a rischio meno elevato, ha mostrato risultati sovrapponibili a quelli della cardiochirurgia tradizionale sino a 5 anni di follow-up. . Tuttavia, nei pazienti a basso rischio, che sono più giovani e hanno una maggiore attesa di vita, è importante prolungare il periodo di follow-up per confermare il buon funzionamento (o evidenziare il malfunzionamento) delle protesi utilizzate per la TAVI.

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I betabloccanti sono utili nei pazienti con infarto miocardico e FE conservata?

I betabloccanti sono stati per molti anni un pilastro della terapia farmacologica dopo un infarto miocardico, sulla base di studi eseguiti in era precedente la riperfusione. Evidenze recenti hanno fornito risultati apparentemente contradditori . Una metaanalisi di questi studi, focalizzata sui pazienti con FE moderatamente depressa (40-49%) ha mostrato l’efficacia di questa terapia, per un endpoint composito di morte per ogni causa, nuovo infarto miocardico e scompenso cardiaco((Rossello X, Prescott EIB, Kristensen AMD, et al. β Blockers after myocardialinfarction with mildly reduced ejection fraction: an individual patient data metaanalysisof randomised controlled trials. Lancet 2025;406:1128-37.)). Tuttavia, non è noto se vi possa essere un beneficio da una terapia betabloccante nei pazienti con FE conservata (≥50%).

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