Stefano De Servi

Great debate: lipid-lowering therapies should be guided by vascular imaging rather than by circulating biomarkers

Le Linee Guida ESC sulla prevenzione utilizzano le tabelle SCORE2 per stimare il rischio di eventi cardiovascolari a 10 anni di follow-up. Tuttavia, l’applicazione al singolo individuo appare talora arduo, in quanto non risulta agevole individuare sempre i soggetti in cui iniziare una prevenzione primaria, soprattutto quelli giovani a rischio intermedio o basso. A tal fine, abbiamo bisogno di nuovi marker, siano essi biochimici (lipoproteina (a) [Lp(a)], troponina, PCR ad alta sensibilità, NTproBNP) o derivati dall’imaging (presenza ed estensione di calcificazioni alla TC coronarica) o quando questa non è fattibile, il burden di placca all’indagine doppler carotidea o femorale. L’utilizzo di questi marker potrebbe permettere di trattare precocemente con statine pazienti che altrimenti non lo sarebbero, ma anche di evitare un “overtreatment” di soggetti che non devono essere considerati a rischio elevato.

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Major cardiovascular events increase in long-term proprotein convertase subtilisin/kexin type 9 inhibitors therapy: the Tuscany cost-effective study.

L’utilizzo degli inibitori della proproteina convertasi subtilisina/kexina di tipo 9 (PCSK9i) rappresentano una svolta nel trattamento dell’ipercolesterolemia, sebbene il rapporto costo-efficacia del loro utilizzo rimanga incerto. Nel presente studio, sono stati inclusi 246 pazienti età media 61 ± 11 anni, maschi 73%) trattati con evolocumab o alirocumab. Sono stati analizzati il valore lipidico, gli eventi avversi (AE), gli eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE) e lo spessore dell’intimamedia. La terapia con PCSK9i ha determinato un miglioramento significativo del profilo lipidico dei pazienti (colesterolo totale -35%, P<0.001; trigliceridi −9%, P<0.05; colesterolo LDL −51%, P<0.001; livelli di Lp(a)−4%, P<0.05), risultati che sono rimasti consistenti durante il follow-up. Non sono state osservate variazioni significative nello spessore dell'intima-media.

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Prediction of mortality and heart failure hospitalisations in patients undergoing M-TEER: external validation of the COAPT risk score

Abstract Background: A risk score was recently derived from the Cardiovascular Outcomes Assessment of the MitraClip Percutaneous Therapy for Heart Failure Patients with Functional Mitral Regurgitation (COAPT) Trial. However, external validation of this score is still lacking. Methods: The Italian Society of Interventional Cardiology (GIse) Registry of Transcatheter Treatment of Mitral Valve RegurgitaTiOn (GIOTTO) population was stratified according to COAPT score quartiles. The performance of the COAPT score for 2-year all-cause death or heart failure (HF) hospitalisation was evaluated in the overall population and in patients with or without a COAPT-like profile. Results: Among the 1,659 patients included in the GIOTTO registry, 934 had SMR and complete data for a COAPT risk score calculation. The incidence of 2-year all-cause death or HF hospitalisation progressively increased through the COAPT score quartiles in the overall population (26.4% vs 44.5% vs 49.4% vs 59.7%; log-rank P<0.001) and COAPT-like patients (24.7% vs 32.4% vs 52.3% vs. 53.4%; log-rank P=0.004), but not in those with a non-COAPT-like profile. The COAPT risk score had poor discrimination and good calibration in the overall population, moderate discrimination and good calibration in COAPTlike patients and very poor discrimination and poor calibration in non-COAPT-like patients. Conclusions: The COAPT risk score has a poor performance in the prognostic stratification of real-world patients undergoing M-TEER. However, after application to patients with a COAPT-like profile, moderate discrimination and good calibration were observed. Intervista a Marianna Adamo Laboratorio di Cardiologia e Cateterizzazione Cardiaca, ASST Spedali Civili di Brescia, Dipartimento di Specialità Mediche e Chirurgiche, Scienze Radiologiche e Salute Pubblica, Università di Brescia Dottoressa Adamo, ci può illustrare i risultati principali del vostro studio? Lo studio aveva lo scopo di valutare la performance del COAPT score in una popolazione con insufficienza mitralica secondaria sottoposta a TEER. Abbiamo osservato che questo score funziona bene nel discriminare il rischio basso vs alto e nel predire gli eventi (morte e ospedalizzazione a 2 anni) dopo TEER solo in pazienti con un profilo COAPT, ciò con caratteristiche simili alla popolazione inclusa nello studio COAPT. Il risultato non è sorprendente, dato che il COAPT score è stato derivato proprio dalla popolazione COAPT. Tuttavia, il messaggio dello studio è importante e ha una rilevanza clinica e pratica: non tutti i pazienti con un profilo COAPT sono uguali; alcuni di questi hanno un rischio di eventi a 2 anni più aumentato di altri. Ci può evidenziare le differenze tra i due indici utilizzati nello studio (COAPT RISKscore e COAPT-like profile)? In particolare, quali possono essere le loro finalità pratiche?Il COAPT-like profile è definito dai criteri di inclusione dello studio COAPT: anatomia mitralica suscettibile di TEER, terapia medica per lo scompenso cardiaco ottimizzata (alla massima dose tollerata dal paziente), classe NYHA II-IV ambulatoriale, BNP aumentato o un’ospedalizzazione per scompenso cardiaco nell’anno precedente, frazione di eiezione del ventricolo sinistro 20-25%, diametro telesistolico ventricolare sinistro <70 mm, pressione polmonare <70 mmHg, assenza di disfunzione ventricolare destra moderata o severa, assenza di scompenso cardiaco avanzato e/o instabilità emodinamica. Questi criteri definiscono una popolazione che ha un beneficio prognostico dal TEER. Infatti, nelle Linee Guida, sia americane che europee, questi criteri vengono raccomandati per la selezione del paziente. Lo score COAPT, invece, è uno score derivato dalla popolazione COAPT. Esso permette quindi di sotto-stratificare i pazienti con un profilo COAPT identificando quei pazienti che a 2 anni hanno un rischio aumentato di morte e ospedalizzazione per scompenso cardiaco. È importante sottolineare che nello studio COAPT i pazienti avevano un beneficio prognostico con TEER rispetto alla sola terapia medica indipendentemente dal COAPT risk score. Quest’ultimo è quindi da considerare un parametro aggiuntivo che può aiutarci a identificare, all’interno di pazienti con un profilo COAPT, quelli con più comorbidità che potrebbero necessitare dopo TEER di un follow-up più stretto. Può sorprendere che nel COAPT risk score non si tenga conto della qualità del risultato ottenuto con l’impianto di MitraClip (in particolare l’entità della riduzione della insufficienza mitralica). Secondo lei è un limite di questo parametro? Questo è sicuramento un limite. Tuttavia, dobbiamo considerare che il 95% dei pazienti trattati con TEER di seconda generazione nel COAPT avevano un rigurgito residuo assente, lieve o moderato. Attualmente, utilizziamo device di quarta generazione e i dati osservazionali mostrano un successo procedurale vicino al 100%. Sicuramente, però, è noto che un risultato accettabile (rigurgito residuo moderato) rispetto a un risultato ottimale (rigurgito residuo assente o lieve) ha un impatto negativo sulla prognosi e questo dovrebbe sempre essere preso in considerazione in aggiunta al COAPT profile e al COAPT risk score per definire il rischio di eventi clinici al follow-up dei pazienti sottoposti a TEER. A questo proposito è interessante l’osservazione che una insufficienza mitralica residua lieve (1+) sia più frequentemente presente nei pazienti con basso COAPT score, mentre una insufficienza residua maggiore (2+ e 3+) si associ a un maggior profilo di rischio clinico/ecocardiografico. Ci può spiegare questa associazione? Questo può essere spiegato dal fatto che pazienti con COAPT score più alto potevano anche avere un ventricolo sinistro più dilatato e una FE più bassa e questo poteva rendere più difficile l’ottenimento di un risultato procedurale ottimale a causa di un eccessivo tethering dei lembi o eccessiva dilatazione dell’anello. Inoltre, essendo pazienti con maggiori comorbidità può essere che gli operatori abbiano adottato un atteggiamento meno aggressivo nella riduzione del rigurgito e che si siano accontentati quindi di un risultato accettabile senza ricercare un risultato ottimale.

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Valore clinico e prognostico della frazione di eiezione nei pazienti con scompenso cardiaco

Le più recenti Linee Guida suddividono la popolazione dei pazienti con scompenso cardiaco (HF) in base al valore della frazione di eiezione (EF) , anche se non vi sono molte evidenze a supporto di questa classificazione. Rimangono senza risposta, inoltre, alcune domande: se, ad esempio, sia giusto porre a 50% il limite superiore per la definizione di scompenso cardiaco a EF moderatamente ridotta (HFmrEF), se le soglie debbano essere simili per pazienti maschi o femmine, oltre alla necessità di caratterizzare meglio, dal punto di vista clinico e prognostico, i pazienti con HF a EF preservata (HFpEF).

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Pazienti a rischio molto alto di eventi cardiovascolari: quale terapia ipolipemizzante utilizzare?

Le Linee Guida recenti indicano la necessità di utilizzare statine ad alta intensità nei pazienti con esiti di malattia cardiovascolare (ASCVD), particolarmente in quelli a rischio molto elevato (VHR) definiti in base alla storia clinica con >1 evento cardiovascolare, oppure di malattia cardiovascolare associata a multiple comorbilità (vedi Tabella 1) nei quali farmaci addizionali (ezetimibe, inibitori PCSK9) debbono essere somministrati se il colesterolo LDL rimane >70 mg/dl. Tuttavia, nella pratica clinica, queste raccomandazioni non sono seguite e dati osservazionali mostrano come le statine ad alta intensità siano assunte da meno di un terzo dei pazienti con ASCVD. Lo studio RACING ha mostrato la non-inferiorità di una terapia con statine a media intensità (rosuvastatina 10 mg) associate a ezetimibe 10 mg rispetto a una terapia con statine ad alta intensità (rosuvastatina 20 mg) in pazienti con ASCVD. Tuttavia, non è chiaro se i pazienti VHR possano avere un vantaggio dai dosaggi più elevati di statine.

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Riduzione dell’obesità in pazienti con scompenso cardiaco a EF preservata: effetti della semaglutide

L’obesità è spesso presente nei pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione conservata, rappresentando anche una condizione di scarsa risposta alla terapia e prognosi peggiore . Tuttavia, non vi sono documentazioni che la riduzione dell’obesità, utilizzando farmaci specifici, possa migliorare i sintomi e la capacità funzionale in questi pazienti.

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Continued Treatment with Tirzepatide for Maintenance of Weight Reduction in Adults with Obesity. The SURMOUNT-4 Randomized Clinical Trial.

La tirzepatide è un farmaco doppio agonista dei recettori per le incretine GLP-1 (glucagonlike peptide 1) e GIP (glucose-dependent insulinotropic polypeptide) capaci di stimolare la secrezione di insulina in condizioni di iperglicemia e nel caso di GIP anche quella di glucagone in condizioni di euglicemia o ipoglicemia. È approvato negli Stati Uniti, Europa e Giappone per il trattamento del diabete di tipo II come prodotto settimanale iniettabile. Inoltre, la tirzepatide possiede una azione sulla riduzione di appetito e sulla funzione metabolica ed è capace di ottenere anche una diminuzione significativa del peso corporeo (oltre il 20%), motivo per cui è stata studiata (e approvata negli Stati Uniti) anche come trattamento dell’obesità sia in pazienti diabetici sia non diabetici . Tuttavia, studi precedenti hanno mostrato che quando vengono sospesi i farmaci assunti per l’obesità, il peso viene rapidamente riguadagnato. Lo scopo dello studio SURMOUNT-4 è stato quello di verificare gli effetti di un trattamento continuo con tirzepatide a dosaggio settimanale tollerato di 10/15 mg s.c. rispetto al placebo, sul mantenimento dell’iniziale riduzione di peso ottenuta con il farmaco, somministrato in aperto, in pazienti obesi o sovrappeso non diabetici. Nello studio, 670 partecipanti (età media 48 anni, peso medio 107 Kg) non diabetici con BMI ≥30 oppure ≥27 più un fattore di rischio (ipertensione, OSAS, esiti malattia cardiovascolare) hanno ricevuto in aperto per 36 settimane una dose settimanale di 10/15 mg di tirzepatide riducendo il loro peso mediamente del 20.9%.

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Smoking and cardiovascular disease in patients with type 2 diabetes: a prospective observational study

L’impatto del tabagismo sugli eventi avversi cardiovascolari maggiori (MACE) e sulla mortalità nei pazienti con diabete mellito tipo 2 (T2D) rimane oggetto di studio. Nella presente analisi, 761 pazienti con T2D di età compresa tra 55 e 66 anni sono stati seguiti nello studio prospettico osservazionale “CArdiovascolar Risk Factors in Patients with Diabetes – a Prospective study in Primary care (CARDIPP)”. I livelli di proteina C-reattiva, vitamina D, così come la percentuale di partecipanti trattati con antipertensivi, ASA, statine e farmaci antidiabetici, sono risultati simili tra pazienti fumatori e non fumatori. Il follow-up mediano è risultato pari a 11.9 anni. Il fumo è risultato associato a un aumentato rischio di mortalità per tutte le cause (hazard ratio: 2.24; intervallo di confidenza al 95%: 1.40-3.56, P<0.001), ma non di MACE (hazard ratio: 1.30; intervallo di confidenza al 95%: 0.77-2.18, P=0.328). In conclusione, nei pazienti con T2D, il fumo di sigaretta non è risultato associato a un aumentato rischio di MACE.

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Validation of a Contemporary Acute Kidney Injury Risk Score in Patients With Acute Coronary Syndrome

Background: A simple, contemporary risk score for the prediction of contrast-associated acute kidney injury (CA-AKI) after percutaneous coronary intervention (PCI) was recently updated, although its external validation is lacking.

Objectives: The aim of this study was to validate the updated CA-AKI risk score in a large cohort of acute coronary syndrome patients from the MATRIX (Minimizing Adverse Haemorrhagic Events by Transradial Access Site and Systemic Implementation of angioX) trial.

Methods: The risk score identifies 4 risk categories for CA-AKI. The primary endpoint was to appraise the receiver-operating characteristics of an 8-component and a 12-component CA-AKI model. Independent predictors of Kidney Disease Improving Global Outcomes-based acute kidney injury and the impact of CA-AKI on 1-year mortality and bleeding were also investigated.

Results: The MATRIX trial included 8,201 patients with complete creatinine values and no end-stage renal disease. CA-AKI occurred in 5.5% of the patients, with a stepwise increase of the 4 risk categories. The receiver-operating characteristic area under the curve was 0.67 (95% CI: 0.64-0.70) with model 1 and 0.71 (95% CI: 0.68-0.74) with model 2. CA-AKI risk was systematically overestimated with both models (Hosmer-Lemeshow goodness-offit test: P<0.05). The 1-year risks of all-cause mortality and bleeding were higher in CA-AKI patients (HR: 7.03 [95% CI: 5.47-9.05] and HR: 3.20 [95% CI: 2.56-3.99]; respectively). There was a gradual risk increase for mortality and bleeding as a function of the CA-AKI risk category for both models. Conclusions: The updated CA-AKI risk score identifies patients at incremental risks of acute kidney injury, bleeding, and mortality. (Minimizing Adverse Haemorrhagic Events by Transradial Access Site and Systemic Implementation of angioX [MATRIX]; NCT01433627).

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PCI delle lesioni ostiali dell’arteria circonflessa: un vero “challenge” per l’interventista!

Il trattamento interventistico delle stenosi ostiali è spesso problematico per i cardiologi emodinamisti. Queste lesioni, infatti, presentano spesso calcificazioni e sono più prone al recoil elastico, per cui sono gravate da un’incidenza di ristenosi più elevata rispetto alle lesioni non ostiali. Inoltre, i dati della letteratura sono scarsi, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti tecnici da considerare durante la procedura e l’outcome dei pazienti trattati per stenosi ostiale dell’arteria circonflessa (LCx).

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