
Poco tempo fa, ci ha lasciato Eugene Braunwald, un faro che ha illuminato il percorso della Cardiologia moderna. Nato a Vienna nel 1929, nel 1936 dopo l’annessione nazista, essendo di famiglia ebrea, emigrò negli Stati Uniti, trasferendosi a New York. Nel 1955 iniziò a lavorare al National Institute of Health dove, nel 1958, divenne responsabile della Cardiologia del gruppo chirurgico. Dopo una parentesi di lavoro a San Diego, nel 1972 ottenne la cattedra di Medicina al Peter Bent Brigham Hospital ad Harvard, posizione tenuta per 24 anni. Dal 1996 al 2003 è stato Chief Academic Officer del Mass General Brigham ed è successivamente rimasto come Professore Emerito alla Brigham and Harvard Medical School sino alla sua morte.
Il suo nome è legato a una serie di studi fondamentali che, in un lungo percorso di circa 60 anni, hanno guidato il cammino delle conoscenze in numerosi ambiti della Cardiologia. Negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo, Braunwald con i suoi collaboratori ha osservato che, con una azione rapida di riapertura di una arteria coronarica occlusa, il muscolo cardiaco poteva recuperare la sua funzione contrattile. Tali studi hanno permesso di correlare il recupero di funzione a una riduzione di mortalità per infarto acuto e hanno indirizzato la ricerca clinica verso strategie di preservazione e di riperfusione del tessuto miocardico acutamente ischemico, sottolineando l’importanza di una riapertura il più precoce possibile dell’arteria occlusa. Ha posto così le basi per una serie di conquiste cliniche che hanno ridotto drasticamente la mortalità degli eventi coronarici acuti, contribuendo significativamente ai successi della Cardiologia moderna.
Inoltre, le sue ricerche, condotte grazie anche all’aiuto di valenti collaboratori, hanno aiutato a chiarire le componenti del consumo miocardico di ossigeno, a indicare parametri, tuttora utilizzati, per valutare la funzione cardiaca, a comprendere la storia naturale della stenosi aortica, a sottolineare l’importanza dell’attivazione neuro-ormonale nello scompenso cardiaco e della riduzione dei valori basali di colesterolo (anche quelli considerati allora nei limiti della normalità) per diminuire la mortalità dopo un infarto miocardico, a comprendere l’emodinamica della cardiomiopatia ipertrofica. Come ha osservato Peter Libby, Mallinckrodt Professor of Medicine all’Harvard Medical School e che aveva svolto il suo training sul finire degli anni ’60 con Braunwald, “a qualunque argomento si dedicasse, le sue osservazioni erano fondamentali per trasformare la ricerca in quell’ambito”. Nel 1984 ha fondato il “Thrombolysis in Myocardial Infarction” (TIMI) group, una confederazione di medici-studiosi di altissimo profilo scientifico che ha continuato a crescere e a proporre trial (condotti in oltre 50 nazioni e 5.000 ospedali del mondo) che hanno scandito il progresso delle conoscenze in Cardiologia.
Braunwald è stato un punto di riferimento e un maestro per generazioni di cardiologi, sia per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di collaborare con lui in alcuni studi, sia per tutti quanti hanno consultato il suo monumentale testo “Braunwald’s Heart Disease”, autentica “Bibbia” professionale, riferimento di studio, anche oggi, per moltissimi di noi.
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