Stefano De Servi

Intensive blood-pressure control in patients with type 2 diabetes

L’ipertensione arteriosa è il più frequente fattore di rischio nei pazienti diabetici. Benchè studi precedenti (in particolare lo studio ACCORD) avessero affrontato la problematica di una riduzione intensiva della pressione arteriosa (target PA sistolica <120 mm Hg rispetto a un trattamento standard, <140 mmHg) in questa popolazione, l’esito non fu conclusivo. . Lo studio BPROAD è stato condotto in 145 centri cinesi con lo scopo di verificare se...

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Colchicine in acute myocardial infarction

La persistenza di indici infiammatori elevati ha valore prognostico negativo nei pazienti con sindrome coronarica acuta . La colchicina, inibendo la produzione di citochine infiammatorie da parte dei neutrofili, ha favorevolmente migliorato la prognosi di pazienti con infarto miocardico e ha, in prevenzione secondaria, una raccomandazione di classe IIA nelle Linee Guida delle sindromi coronariche croniche…

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Tirzepatide for heart failure with preserved ejection fraction and obesity

Tirzepatide, un agonista ad azione prolungata del  polipeptide  insulinotropico  glucosio- dipendente (GIP) e del recettore del glucagon- like peptide-1 (GLP-1), causa una considerevole perdita di peso, ma non vi sono dati su una sua efficacia clinica su endpoint cardiovascolari. Lo scopo dello studio è stato quello di verificare se il farmaco, producendo una significativa perdita di peso, possa migliorare l’outcome di pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione conservata (HFpEF), patologia nella quale l’obesità gioco un ruolo patogenetico importante. Due trial, eseguiti con l’agonista dei recettori GLP-1 semaglutide, hanno osservato una riduzione di peso di circa il 9% in questi pazienti e una potenziale riduzione dei sintomi di scompenso cardiaco, anche se a un follow-up limitato a 1 anno((Kosiborod MN, Abildstrøm SZ, Borlaug BA, et al. Semaglutide in patients with heart failure with preserved ejection fraction and obesity. N Engl J Med 2023;389:1069-84.; Kosiborod MN, Petrie MC, Borlaug BA, et al. Semaglutide in patients with obesity-related heart failure and type 2 diabetes. N Engl J Med 2024;390:1394-407.) ). Lo studio SUMMIT, internazionale, multicentrico, randomizzato, sponsorizzato da Eli-Lilly,  ha arruolato 731 pazienti con HFpEF e obesità in 129 centri di 9 nazioni (prevalentemente USA, Argentina, Cina). L’età media era 65.2 anni, il 54% era composto da donne, il body-mass index (BMI) medio era 38.3. Era presente una classe NYHA II nel 72% dei casi, mentre il 28% era in classe III-IV, la EF media era 61%. Poco meno della metà dei partecipanti (48%) erano diabetici e un quarto era in fibrillazione atriale. I pazienti sono stati randomizzati a tirzepatide (364 pazienti con dosaggio iniziale 2.5 mg s.c., salendo progressivamente sino a 15 mg s.c. alla settimana) o a placebo (367 pazienti). A una mediana di follow-up di 104 settimane, tirzepatide ha ridotto il primary endpoint clinico (composito di morte cardiovascolare o peggioramento dello scompenso) da 15.3% nel gruppo placebo a 9.9% (hazard ratio, 0.62; 95% confidence interval [CI], 0.41 – 0.95; P=0.026, vedi Figura), una differenza trascinata da una riduzione deI peggioramento clinico dello scompenso (8.0% versus 14.2%, hazard ratio, 0.54; 95% CI, 0.34 – 0.85), mentre la mortalità cardiovascolare è stata del 2.2% con tirzepatide e 1.4% con placebo (hazard ratio, 1.58; 95% CI, 0.52 to 4.83). La riduzione di peso a 52 settimane è stata del 13.9% in tirzepatide versus −2.2% in placebo (P<0.001). L’aumento del 6-minute walking test in trattamento rispetto al basale è stato di 26.0 m versus 10.1 m (P<0.001) mentre la proteina C reattiva è diminuita del 38.8% con tirzepatide e del 5.9% con placebo (P<0.001). La qualità della vita, valutata in basale e a 52 settimane con il Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire (score da 0 a 100, con valori progressivamente più alti a denotare una migliore qualità di vita) è maggiormente migliorata nel gruppo tirzepatide (19.5±1.2 versus 12.7±1.3, P<0.001). Sono stati segnalati eventi avversi (soprattutto gastroin- testinali) con necessità di sospensione del farmaco nel 6.3% dei pazienti (versus 1.4% nel gruppo placebo). Gli Autori concludono che il trattamento con tirzepatide riduce il rischio di morte cardio- vascolare e peggioramento dello scompenso, migliorando la qualità di vita in pazienti obesi con HFpEF.

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Routine spironolactone in acute myocardial infarction

Studio condotto tra il febbraio 2018 e il novembre 2022 in 104 centri di 14 nazioni (con prevalenza di centri  canadesi  e  olandesi,  nessun  centro italiano coinvolto), con lo scopo di verificare se la somministrazione routinaria di spironolattone, dopo   infarto   miocardico,   possa   condurre   a beneficio   clinico,   così   come   dimostrato   nei pazienti con scompenso cardiaco[1]Pitt B, Zannad F, Remme WJ, et al. The effect of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure. N Engl J Med 1999;341:709-17.. Sono stati arruolati 7.062 pazienti con infarto miocardico trattato con PCI (età media 60.5 anni, 95% STEMI, 99% in Classe Killip I, diabete 18%, sede anteriore 39%). Essi sono stati randomizzati a spironolattone (25 mg, n = 3.537) o a placebo (n = 3.525). Lo studio aveva un disegno fattoriale 2 x 2 e prevedeva una doppia randomizzazione in doppio cieco a spironolattone e a colchicina. Inizialmente lo studio prevedeva un’incidenza del primary outcome (composito di mortalità cardio- vascolare e scompenso) del 15% nel gruppo placebo e una riduzione del 25% nel gruppo spironolattone. Poichè a una analisi ad interim gli eventi sono risultati inferiori, il campione è stato aumentato da 4.000 a 7.000 pazienti mantenedo invariata la riduzione relativa. Il tempo mediano intercorso tra l’infarto e la randomizzazione è stato di 26 ore. La durata mediana del follow-up è stata di 3 anni. Il primo primary  outcome  (morte  cardiovascolare e scompenso) è risultato dell’1.7 per 100 pazienti/ anno nel gruppo spironolattone e 2.1 per 100 pazienti/anno nel gruppo placebo (HR aggiustato per rischio competitivo di mortalità non cardio- vascolare 0.91; 95% CI 0.69-1.21; P=0.51)(Figura).  Il secondo primary outcome (composito di infarto miocardico, stroke, scompenso e morte cardiovascolare) è risultato del 7.9% nel gruppo spironolattone e dell’8.3% nel gruppo placebo (hazard ratio aggiustato per rischio competitivo 0.96; 95% CI, 0.81 – 1.13; P=0.60). Si è osservata iperkaliemia (>5.5 mmol per litro) con sospensione della terapia nell 1.1% dei pazienti in spironolattone e nello 0.6% dei pazienti in placebo. Vi è stata un’elevata incidenza di sospensione della terapia (spirono- lattone 28.0%; placebo 24.4%) verosimilmente per il concomitante utilizzo di colchicina. Questo dato potrebbe aver influenzato i risultati, perchè sono state osservate differenze più ampie tra i due gruppi di pazienti nell’analisi “as treated”. Gli Autori concludono che in pazienti con infarto recente trattato con PCI, lo spironolattone non ha ridotto sia un endpoint composto di morte cardiovascolare e scompenso sia un endpoint che includeva la morte cardiovascolare, l’infarto, lo stroke e lo scompenso. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Pitt B, Zannad F, Remme WJ, et al. The effect of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure. N Engl J Med 1999;341:709-17.

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Left atrial appendage closure after ablation for atrial fibrillation.

Lo studio OPTION è un trial multicentrico, randomizzato (sponsorizzato dalla Boston Scientific, produttrice del dispositivo WATCHMAN FLX) con lo scopo di verificare se l’impianto di un dispositivo di chiusura dell’auricola (LAAO), dopo un intervento di ablazione per fibrillazione atriale, possa garantire la stessa efficacia della terapia anticoagulante nel prevenire eventi tromboembolici, riducendo, peraltro, il bleeding associato a tale terapia. Le Linee Guida correnti raccomandano…

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Catheter ablation or antiarrhythmic drugs for ventricular tachycardia

Studio internazionale condotto in 22 centri (prevalentemente canadesi e statunitensi) su 416 pazienti seguiti per una mediana di 4.3 anni, volto a verificare se un intervento di ablazione transcatetere fosse più efficace della terapia medica nel trattamento iniziale di pazienti con tachicardia ventricolare (TV). Il ricorso all’ablazione in caso di fallimento della terapia medica con antiaritmici è raccomandato dalle Linee Guida…

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The influence of sex on left ventricular remodeling in patients with aortic dissection.

I pazienti con dissezione aortica presentano frequentemente alterazioni strutturali del ventricolo sinistro, inclusa l’ipertrofia ventricolare sinistra (LVH). Tuttavia, l’impatto del sesso maschile o femminile sul rimodellamento ventricolare sinistro rimane sconosciuto. In questo studio retrospettivo di 367 pazienti con dissezione aortica (30% donne; 66% con Stanford-A), gli autori hanno analizzato le caratteristiche cliniche e prognostiche nei pazienti con dissezione aortica. Uomini e donne presentavano caratteristiche cliniche comparabili, eccetto per l’età più avanzata (59.4 ± 13.4 vs 55.9 ± 11.6 anni; P=0.013) e un maggiore utilizzo di farmaci antipertensivi (1.4 ± 1.3 vs 1.1 ± 1.2; P=0.024) e diuretici (32 vs 19%; P=0.004) nelle donne rispetto agli uomini. Le donne presentavano una prevalenza maggiore di LVH (78 vs 65%; P=0.010) e meno frequentemente una geometria ventricolare sinistra normale (10 vs 20%; P=0.015) rispetto agli uomini. L’analisi di regressione multivariata Cox ha mostrato che le donne presentano un rischio di morte simile rispetto agli uomini un anno dopo la diagnosi di dissezione aortica (hazard ratio: 1.16; intervallo di confidenza al 95%: 0.77-1.75; P=0.49). In conclusione, le donne con dissezione aortica sono generalmente più anziane, utilizzano più frequentemente farmaci antipertensivi e mostrano una maggiore prevalenza di LVH rispetto agli uomini. Tuttavia, la mortalità a un anno dalla diagnosi di dissezione aortica non differisce tra uomini e donne.

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Percutaneous coronary intervention plus medical therapy versus medical therapy alone in chronic coronary syndrome: a propensity score-matched analysis from the Swedish Coronary Angiography and Angioplasty Registry.

Il beneficio della PCI nei confronti della terapia medica nei pazienti con sindrome coronarica cronica (CCS) è tuttora oggetto di discussione. Sono stati eseguiti cinque studi randomizzati (BARI-2D, COURAGE, ISCHEMIA, FAME-2 e REVIVED-BCIS) per risolvere questa problematica clinica senza raggiungere conclusioni definitive e convincenti. In questo studio osservazionale gli autori hanno selezionato dallo Swedish Coronary  Angiography  and  Angioplasty Registry (SCAAR) 32.289 pazienti con CCS sintomatica (in terapia con una statina e almeno un farmaco antianginoso tra betabloccanti, calcioantagonisti e nitrati) con una malattia coronarica  angiograficamente  documentata sottoposti a PCI associata a trattamento medico (MT) o a solo MT. Escludendo i pazienti più fragili, non suscettibili di rivascolarizzazione, sono stati selezionati 15.440 pazienti (7.720 in ciascun gruppo) bilanciati, in base al propensity score, per una serie di variabili cliniche e angiografiche. L’outcome primario, i NACE a 5 anni, è stato valutato…

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Doppia terapia antiaggregante prolungata come trattamento standard dopo impianto di stent medicato: è tempo di abbandonarla?

linee guida ribadiscono la necessità di trattare i pazienti sottoposti a impianto di stent medicato (DES) a doppia terapia antiaggregante (DAPT) per 6 mesi nelle sindromi coronariche croniche e a 12 mesi nelle sindromi coronariche acute . Tuttavia, una serie di studi ha dimostrato che un breve periodo di DAPT (1/3 mesi), seguito da monoterapia con inibitore del recettore P2Y12, non aumenta le complicanze ischemiche e diminuisce quelle emorragiche rispetto alla DAPT canonica di 1 anno…

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Efficacia dei sistemi di supporto cardiocircolatorio nello shock cardiogeno: è solo un problema di selezione dei pazienti?

Lo shock cardiogeno è una complicanza molto temibile dell’infarto miocardico, tuttora gravata da una mortalità del 40-50%. I sistemi di assistenza circolatoria, come l’ECMO, determinano un aumento del post-carico del ventricolo sinistro e non hanno mostrato sinora alcun beneficio clinico e un aumento delle complicanze, , mentre i sistemi di assistenza tramite pompa microassiale effettuano un “unloading” del ventricolo sinistro: il loro uso è stato associato a una riduzione della mortalità a 6 mesi rispetto alla terapia standard….

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