Dalla letteratura internazionale

Proseguire la terapia anticoagulante anche dopo intervento di ablazione efficace?

Le linee guida raccomandano di proseguire con la terapia anticoagulante per prevenire gli eventi tromboembolici nei pazienti con fibrillazione atriale anche dopo un intervento di ablazione efficace[1]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Lo studio ALONE AF, presentato al congresso ESC 2025[2]Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54, ha iniziato a scalfire questo dogma. Tuttavia, sono necessarie ulteriori evidenze in proposito. Lo studio è stato intrapreso dall’Ottawa Heart Institute in collaborazione con 56 centri di 6 Paesi in 1.284 pazienti sottoposti con successo, almeno 1 anno prima, ad ablazione della fibrillazione atriale (AF). L’età media era 66 anni, più di 1 ablazione era stata eseguita nel 25% dei casi e AF era parossistica in due terzi dei pazienti. Il CHA2DS2VASc score medio era 2.2±1.1, con valori ≥3 nel 32% dei casi. Tutti i pazienti hanno effettuato una indagine di risonanza magnetica (MRI) cerebrale in basale e a 3 anni per individuare stroke embolici silenti (con dimensione di ≥15 mm alla MRI). I criteri di esclusione erano rappresentati da età >85 anni e clearance della creatinina <30 ml/ min, così come erano esclusi i pazienti portatori di valvola meccanica. I pazienti sono stati randomizzati in due gruppi: 641 hanno assunto rivaroxaban 15 mg, mentre 643 hanno assunto ASA (dosaggio variabile tra 80 e 120 mg). Lo studio aveva un disegno di superiorità per rivaroxaban (40% di riduzione dell’endpoint primario, ipotizzando una incidenza annuale nel gruppo ASA di 3.5% di stroke, sia manifesto che silente). L’endpoint primario di efficacia (stroke ischemico incluso quello silente ed embolismo arterioso) è stato raggiunto nello 0.31% per anno nel gruppo rivaroxaban e nello 0.66% per anno nel gruppo ASA (rischio relativo 0.56; 95% CI, 0.19-1.65; P= 0.28). Si sono verificati nuovi infarti cerebrali di ampiezza < 15 mm nel 3.9% del gruppo rivaroxaban e nel 4.4% del gruppo ASA (rischio relativo, 0.89; 95% CI, 0.51-1.55). L’endpoint primario di sicurezza (bleeding fatale e maggiore, secondo definizione ISTH) si è verificato nell’1.6% con rivaroxaban e nello 0.6% con ASA a 3 anni (hazard ratio, 2.51; 95% CI, 0.79 -7.95). Il bleeding minore è risultato invece significativamente più elevato nel gruppo rivaroxaban (HR 3.71,95% CI 2.29–6.01). Take home message Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace per fibrillazione atriale, un trattamento con rivaroxaban non ha ridotto significativamente lo stroke (anche silente) rispetto all’ASA. Anche il bleeding maggiore o fatale è apparso non differente tra i due gruppi. Interpretazione dei dati Il dato più rilevante (e inatteso) dello studio risiede nella bassa incidenza di eventi tromboembolici e stroke registrati nella popolazione studiata. Infatti, il composito annualizzato di stroke (incluso quello silente) ed embolismo sistemico è stato pari a 0.31 eventi per 100 pazienti/anno nel gruppo rivaroxaban e pari a 0.66 nel gruppo ASA. Invece, le incidenze osservate in una popolazione analoga (per valori di CHA2DS2-VASc) a quella arruolata nell’OCEAN, ma non sottoposta ad ablazione, risultano superiori (1.6% per la terapia anticoagulante e 3.7% per l’ASA)[3]Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17.. Gli eventi nel trial sono risultati inferiori anche a quelli rilevati nella fibrillazione atriale subclinica (0.85% con terapia anticoagulante, 0.97% per l’ASA)[4]Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. e simili a quelli riscontrati in pazienti con analogo CHA2DS2-VASc score ma senza storia di fibrillazione atriale[5]Kaplan RM, Koehler J, Ziegler PD, Sarkar S, Zweibel S, Passman RS. Stroke risk as a function of atrial fibrillation duration and CHA2DS2-VASc score. Circulation 2019;140:1639-46.. Secondo gli autori questi dati possono essere dovuti al fatto che l’ablazione riduce il burden della fibrillazione atriale e di conseguenza il rischio associato di stroke. È anche possibile che la causa risieda in un “bias di selezione”, in quanto la popolazione studiata era caratterizzata da una bassa prevalenza di stroke in anamnesi. In ogni caso, viste le percentuali riscontrate nei due gruppi, lo studio avrebbe dovuto avere una popolazione di circa 11.000 pazienti per dimostrare la superiorità di rivaroxaban su ASA. Lo studio OCEAN conferma e rafforza i dati dello studio ALONE AF(2), avendo studiato una popolazione più ampia, seguita per un follow-up più lungo (3 anni) e che includeva gli ictus clinicamente silenti grazie all’esecuzione di MRI sistematica. Nei pazienti sottoposti ad ablazione efficace della fibrillazione atriale sono quindi possibili quattro tipi diversi di terapia: anticoagulante, antiaggregante (ASA), nessun farmaco o l’impianto di un dispositivo di occlusione dell’auricola (testato con successo nello studio OPTION che peraltro includeva pazienti a rischio tromboembolico maggiore, essendo il CHA2DS2-VASc score mediano =>3)[6]Wazni OM, Saliba WI, Nair DG, et al. Left atrial appendage closure after ablation for atrial fibrillation. N Engl J Med 2025; 392:1277-87. Nei vari trial l’incidenza annuale di stroke ed embolismo sistemico è stata <1%, attualmente considerata la soglia per intraprendere una terapia anticoagulante[7]Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen … Continua a leggere. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1, ↑7 Tzeis S, Gerstenfeld EP, Kalman J, et al. 2024 European Heart Rhythm Association/ Heart Rhythm Society/Asia Pacific Heart Rhythm Society/Latin American Heart Rhythm Society expert consensus statemen on catheter and surgical ablation o atrial fibrillation. Europace 2024;26:euae043 ↑2 Kim D, Shim J, Choi E-K, et al. Longterm anticoagulation discontinuation after catheter ablation for atrial fibrillation: the ALONE-AF randomized clinical trial. JAMA 2025;334:1246-54 ↑3 Connolly SJ, Eikelboom J, Joyner C, et al. Apixaban in patients with atrial fibrillation.N Engl J Med 2011; 364: 806-17. ↑4 Lopes RD, Granger CB, Wojdyla DM, et al. Apixaban vs aspirin according to CHA2DS2-VASc score in subclinical atrial fibrillation: insights from ARTESiA. J Am Coll Cardiol 2024;84: 354-64. ↑5 Kaplan RM, Koehler J, Ziegler

LEGGI TUTTO »

Il PARTNER-3 trial a 7 anni di follow-up: c’è differenza nell’evoluzione clinica dei pazienti a basso rischio sottoposti a TAVI rispetto ai chirurgici?

molto anziani e inoperabili, ma attualmente eseguita anche in pazienti a rischio meno elevato, ha mostrato risultati sovrapponibili a quelli della cardiochirurgia tradizionale sino a 5 anni di follow-up. . Tuttavia, nei pazienti a basso rischio, che sono più giovani e hanno una maggiore attesa di vita, è importante prolungare il periodo di follow-up per confermare il buon funzionamento (o evidenziare il malfunzionamento) delle protesi utilizzate per la TAVI.

LEGGI TUTTO »

I betabloccanti sono utili nei pazienti con infarto miocardico e FE conservata?

I betabloccanti sono stati per molti anni un pilastro della terapia farmacologica dopo un infarto miocardico, sulla base di studi eseguiti in era precedente la riperfusione. Evidenze recenti hanno fornito risultati apparentemente contradditori . Una metaanalisi di questi studi, focalizzata sui pazienti con FE moderatamente depressa (40-49%) ha mostrato l’efficacia di questa terapia, per un endpoint composito di morte per ogni causa, nuovo infarto miocardico e scompenso cardiaco((Rossello X, Prescott EIB, Kristensen AMD, et al. β Blockers after myocardialinfarction with mildly reduced ejection fraction: an individual patient data metaanalysisof randomised controlled trials. Lancet 2025;406:1128-37.)). Tuttavia, non è noto se vi possa essere un beneficio da una terapia betabloccante nei pazienti con FE conservata (≥50%).

LEGGI TUTTO »

Un inibitore orale di PCSK9: l’enlicitide.

L’ipercolesterolemia familiare eterozigote (HFH) colpisce un individuo ogni 250 persone ed è caratterizzata dal precoce manifestarsi di malattie cardiovascolari. . La risposta ai farmaci ipolipemizzanti orali è modesta e solo gli inibitori di PCSK9 sono in grado di ridurre i valori di colesterolo LDL (LDL-C) entro termini accettabili riducendo il rischio di eventi. . Tuttavia, la loro formulazione iniettabile ne limita l’uso. L’enlicitide è un farmaco a formulazione orale che si lega al PCSK9 plasmatico e ne impedisce l’interazione con il recettore epatico delle LDL, conservandone quindi l’integrità ed evitandone la degradazione lisosomiale.

LEGGI TUTTO »

Costo-efficacia della digossina rispetto ai betabloccanti nel paziente scompensato in fibrillazione atriale permanente

Circa la metà dei pazienti in fibrillazione atriale (AF) che hanno una AF permanente, sono spesso anziani e hanno scompenso cardiaco. In tali pazienti, ci sono pochi studi recenti di confronto tra farmaci routinariamente utilizzati per il controllo della frequenza cardiaca, quali i betabloccanti e la digossina. Lo studio RAte control Therapy Evaluation in permanent Atrial Fibrillation (RATE-AF) ha paragonato la digossina a basso dosaggio con i betabloccanti, mostrando una riduzione degli eventi cardiaci, delle ospedalizzazioni e una migliore…

LEGGI TUTTO »

Rischio residuo dopo pci nei pazienti in terapia statinica: pesa di più il valore di proteina c reattiva o il colesterolo LDL?

Valori elevati di colesterolo LDL predispongono alla ricomparsa di eventi cardiovascolari in pazienti coronaropatici sottoposti a PCI e trattati con statine. Anche una infiammazione subclinica, espressa da livelli pur modicamente elevati di proteina C reattiva (PCR) ad alta sensibilità, si correla con un maggior rischio di eventi ricorrenti. .  I dati in letteratura non sono numerosi e non permettono di stabilire con certezza una correlazione indipendente tra valori di colesterolo LDL, marker di infiammazione e successive complicanze cliniche….

LEGGI TUTTO »

Il valore di alcuni biomarker può essere utile nell’indicare un intervento precoce nella stenosi aortica asintomatica?

L’indicazione a un trattamento interventistico/ chirurgico di sostituzione valvolare è raccomandato nei pazienti con stenosi aortica (AS) sintomatica. In assenza di sintomi l’indicazione è più sfumata e può tener conto del valore di alcuni biomarker correlati sia alla funzione miocardica come l’NTproBNP che a un eventuale danno strutturale iniziale evidenziato da valori patologici di troponina. Tuttavia, queste indicazioni non provengono da studi randomizzati.

LEGGI TUTTO »

Restrizione o libero consumo di liquidi per i pazienti scompensati: una iniziale risposta dallo studio fresh-up

Classicamente la restrizione idrica è stata applicata nei pazienti con scompenso cardiaco cronico al fine di limitare gli episodi di congestione e ridurre le ospedalizzazioni. Tuttavia, questa pratica si basa su studi di piccole dimensioni e con popolazioni eterogenee, comprendendo pazienti con scompenso cardiaco a diversa eziologia e gravità (andando da forme ambulatoriali fino a quadri avanzati). In questo contesto, il trial randomizzato FRESH-UP ha valutato l’effetto di un approccio liberale all’introito idrico in confronto alla restrizione idrica in termini di qualità di vita e sicurezza in una coorte di pazienti con scompenso cardiaco cronico. In questo trial randomizzato sono stati arruolati 504 pazienti in 6 Centri in classe NYHA II-III, con un’età media di 69 anni e una prevalenza maschile (70%). La maggior parte dei pazienti presentava un quadro di scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta (53%) o lievemente ridotta (24%), con eziologia non ischemica (57%). Le due coorti non differivano in modo significativo in termini di terapie per lo scompenso, ad eccezione…

LEGGI TUTTO »

Effetti di empaglifozin sul metabolismo del ferro nel paziente scompensato

Tra gli effetti benefici degli inbitori SGLT2 nei pazienti con scompenso cardiaco vi è un aumento dell’emoglobina, che permette di correggere una condizione di anemia .  Questa azione benefica è mediata da un aumento di eritropoietina e una riduzione di epcidina e ferritina, con il risultato di mobilizzare il ferro immagazzinato nel sistema reticolo endoteliale e nei macrofagi. Tale effetto potrebbe essere causato da un meccanismo anti-infiammatorio, oppure da una azione…

LEGGI TUTTO »

Rivascolarizzazione completa o della sola lesione “culprit” nei pazienti stemi multivasali.

I benefici di una rivascolarizzazione completa nei pazienti con infarto STEMI multivasali sono ben documentati e sono stati recepiti dalle Linee Guida con una raccomandazione di classe I A. . Tuttavia, rimangono ancora delle aree di incertezza, come le modalità di individuazione delle stenosi non culprit da trattare (guida angiografica o FFR) e la persistenza nel tempo degli effetti favorevoli della rivascolarizzazione completa. Lo studio danese…

LEGGI TUTTO »
Cerca un articolo
Gli articoli più letti
Rubriche
Leggi i tuoi articoli salvati
La tua lista è vuota