Lo studio in esame
L’aggiornamento della definizione universale di infarto miocardico nasce dalla esigenza di precisare alcuni aspetti, apparsi poco definiti nella 4a definizione, proposta 7 anni fa[1]Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. … Continua a leggere, soprattutto per quelle condizioni cliniche che non derivano da una causa acuta di natura aterotrombotica. Viene perciò proposta una nuova classificazione su base fisiopatologica, espressa nella Tabella.
Le novità riguardano l’inserimento nel “Primary Myocardial Infarction” di quelle condizioni che riducono acutamente il flusso, oltre a quelle di natura aterotrombotica. Quindi la dissezione coronarica, il vasospasmo, la ristenosi, la trombosi di stent tardiva sono tutte situazioni che rientrano entro questa nuova definizione, contrariamente alla precedente[2]Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. … Continua a leggere.
Per la diagnosi di Secondary Myocardial Infarction deve essere dimostrata un’ischemia miocardica acuta secondaria a una condizione (alternativa a quelle che danno origine al Primary Myocardial Infarction) che causi uno squilibrio tra apporto e domanda di ossigeno del miocardio, sia per una aumentata domanda (tachicardia, crisi ipertensiva) che per ridotto apporto (ipotensione, ipossia, anemia). La diagnosi è confermata o dalla presenza di una coronaropatia ostruttiva (che può determinare ischemia nelle condizioni sopra menzionate) oppure da una nuova alterazione di cinesi parietale o assenza di vitalità miocardica. Interessante è anche la nuova posizione sull’infarto procedurale, considerata una “working diagnosis”. Si inizia da una diagnosi di “possibile infarto procedurale” (che si verifichi sia immediatamente post-PCI o post intervento di bypass che entro 30 giorni dalle procedure/interventi), quando si sospetti una complicanza coronarica correlata alle procedure/interventi, sulla base di sintomi e alterazioni elettrocardiografiche confortate da un aumento significativo dei biomarker, in particolare troponina (>5 volte URL per la PCI, >35 volte URL per il bypass). La diagnosi, tuttavia, necessita di conferme quali la presenza di una potenziale causa all’imaging (dissezione coronarica, chiusura di un vaso anche secondario, trombosi di stent, lento flusso o assenza di flusso in ramo coronarico o in un graft etc.), ma soprattutto per l’evidenza di una alterazione nuova della cinesi parietale o assenza di vitalità. Senza questa ultima dimostrazione (che è essenziale per la diagnosi) la condizione deve essere definita “complicanza senza infarto miocardico”. La diagnosi di infarto procedurale è quindi molto più restrittiva di quanto non lo fosse con la precedente definizione.
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