Novembre 3, 2026

Riparazione della valvola tricuspide severamente insufficiente in pazienti scompensati: soluzione vincente?

Inquadramento L’insufficienza tricuspidalica (TR) severa è associata a una mortalità aumentata[1]Topilsky Y, Maltais S, Medina Inojosa J, et al. Burden of tricuspid regurgitation in patients diagnosed in the community setting. JACC Cardiovasc Imaging 2019;12:433-42.. Tuttavia, gli interventi di riparazione percutanea non hanno mostrato un aumento di sopravvivenza o riduzione delle ospedalizzazioni a 1 anno di follow-up, probabilmente per l’inclusione nei trial di pazienti a rischio non elevato[2]Donal E, Dreyfus J, Leurent G, et al.Transcatheter edge-to-edge repair for severe isolated tricuspid regurgitation: theTri. Fr randomized clinical trial. JAMA 2025;333:124-32.; Sorajja P, Whisenant … Continua a leggere. Lo studio in esame Lo studio multicentrico randomizzato TRIC-I-HF-DZHK24 è stato condotto in 29 centri “Heart Valve” tedeschi con ampia esperienza (la media era di 176 interventi di riparazione tricuspidalica per ogni centro prima del trial). Per essere inseriti nello studio, i pazienti dovevano presentare una TR almeno severa e un ricovero per scompenso nell’anno precedente o una sindrome cardio-renale (GFR <60 ml/min/1.73 m2) o epatorenale (aumento indici di colestasi). Sono stati randomizzati 360 pazienti con rapporto 2:1 a intervento di riparazione percutanea (TTEER, n=237), oppure a terapia medica (n=123). L’età media era 80.3 anni e il 56.4% era rappresentato da donne. I tre quarti erano in classe NYHA III-IV e il 55% era stato ricoverato nell’anno precedente per scompenso. L’insufficienza tricuspidalica all’ecografia era giudicata moderata (5%) severa (51%), massiva (34%) e torrenziale (10%). Il TAPSE medio era 18.5 mm. Il device più ampiamente utilizzato per l’intervento è stato il sistema PASCAL (66%). Il calcolo del campione è stato effettuato sulla base di una potenza dell’85% e una attesa superiorità di TTEER nei confronti della terapia medica per un primo endpoint gerarchico di mortalità per ogni causa, ospedalizzazione per scompenso e qualità di vita a 12 mesi valutata con il Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire, utilizzando la tecnica statistica della “win ratio” ipotizzata pari a 1.818 (vittorie 0.4, sconfitte 0.22, pareggi 0.38). Per il secondo endpoint primario (morte per ogni causa e ospedalizzazione per scompenso a 12 mesi), le incidenze attese erano 45% nel gruppo in terapia medica e 30% nel gruppo TTEER e la significatività statistica veniva valutata confrontando le curve di Kaplan Meier e il modello di Cox a rischio proporzionale. Questo secondo endpoint primario sarebbe stato valutato statisticamente solo nel caso che il primo endpoint primario risultasse significativo. A 1 anno la TR è stata ridotta a lieve (o assente) nel 56.3% del gruppo TTEER e nel 19.2% del gruppo medico, mentre una classe NYHA I o II è stata riportata nel 73.8% del gruppo TTEER e nel 57.0% del gruppo medico. Ci sono stati 48 pazienti “cross-over” da terapia medica a TTEER, ma durante una ospedalizzazione per scompenso che veniva conteggiata nell’endpoint primario come evento. Nel gruppo TTEER si è verificato 1 decesso entro 1 mese dall’intervento per causa non cardiaca e 4 casi di attacco del device a un solo lembo. Per il primo endpoint primario la win ratio è stata 2.42 (95% confidence interval [CI], 1.76 3.33; P<0.001) significativamente a favore di TTEER, anche per tutte e tre le componenti individuali. Per il secondo endpoint primario il risultato è stato anch’esso a favore di TTEER: la sopravvivenza senza ospedalizzazione per scompenso a 1 anno è stata del 73.9% per TTEER versus 48.4% nel gruppo medico (HR 0.40; 95% CI, 0.29 – 0.55, P<0.001). L’NNT per prevenire una morte o una ospedalizzazione a 1 anno è stata = 4. Come mostra la Figura, la sopravvivenza a 3 anni è stata 72.3% nel gruppo TTEER e 53.9% nel gruppo medico (HR 0.62; 95% CI, 0.40 – 0.96,) mentre è stata ancora più ampia la differenza di sopravvivenza senza ospedalizzazioni per scompenso (62.4% e 31.0% a 3 anni, HR 0.35; 95% CI, 0.25 t- 0.51). Figura, modificata da Hausleiter J et al., https://doi.org/10.1056/NEJMoa2606934. Take home message Nei pazienti con insufficienza tricuspidalica almeno severa e sintomatica, l’intervento percutaneo di riparazione tricuspidalica è risultato superiore rispetto alla sola terapia medica per un endpoint gerarchico a 1 anno (morte per ogni causa, ospedalizzazione per scompenso, qualità di vita) e per un endpoint di morte per ogni causa e ospedalizzazione per scompenso a 36 mesi. Interpretazione dei dati I risultati del trial TRIC-I HF sono davvero sorprendenti, perché mostrano una notevole efficacia della procedura di riparazione percutanea della tricuspide con un significativo miglioramento della sopravvivenza a tre anni di follow-up, rispetto a una terapia medica ottimale, in pazienti sintomatici con insufficienza almeno severa della valvola. Gli studi precedenti non avevano infatti ottenuto risultati così eclatanti[3]Donal E, Dreyfus J, Leurent G, et al.Transcatheter edge-to-edge repair for severe isolated tricuspid regurgitation: theTri. Fr randomized clinical trial. JAMA 2025;333:124-32.; Sorajja P, Whisenant … Continua a leggere. In particolare lo studio TRILUMINATE[4]Sorajja P, Whisenant B, Hamid N, et al. Transcatheter repair for patients with tricuspid regurgitation. N Engl J Med 2023;388:1833-42. aveva mostrato – a 1 anno – un miglioramento della qualità di vita con l’intervento, ma altri endpoint più “hard” non erano risultati differenti tra i due gruppi testati e solo nel secondo anno di follow-up si era evidenziata una significativa riduzione delle ospedalizzazioni per scompenso a favore dell’intervento[5]Kar S, Makkar RR, Whisenant BK, et al. Two-year outcomes of transcatheter edge-to-edge repair for severe tricuspid regurgitation: the TRILUMINATE Pivotal randomized controlled trial. Circulation … Continua a leggere. Le casistiche dei due studi differiscono per una età lievemente maggiore nello studio tedesco (80 anni verso 78 nello studio TRILUMINATE), così come per una maggiore percentuale di pazienti in classe NYHA III-IV alla randomizzazione (73.8% versus 59%). Questo dato può spiegare la mortalità più elevata a 1 anno nel gruppo controllo dello studio TRIC-I HF rispetto a quello osservato nel TRILUMINATE (17.5% versus 8.7%). È sorprendente anche il vantaggio clinico in termini di aumento della distanza percorsa nel 6-min. walking test (40 metri nello studio TRIC-I-HF per i pazienti sottoposti a riparazione tricuspidale versus 0 nell’analogo gruppo del TRILUMINATE), pur essendo uguale la distanza che era stata percorsa in condizioni basali (240 m per entrambi gli studi). Questo dato fa supporre un miglior risultato

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Una nuova possibilità terapeutica per l’ipertensione polmonare associata a scompenso del cuore sinistro

Inquadramento L’ipertensione polmonare, secondaria a una patologia del cuore sinistro, è un fattore prognostico importante nella storia clinica del paziente scompensato[1]Humbert M, Kovacs G, Hoeper MM, et al. 2022 ESC/ERS guidelines for the diagnosis and treatment of pulmonary hypertension. Eur Heart J 2022;43:3618-731.. Essa può essere distinta in una forma post-capillare isolata (presente quando la pressione media polmonare è >20 mmHg e la media capillare >15 mmHg con una resistenza vascolare polmonare ≤2 unità Wood) e una forma mista pre-capillare e post-capillare (pressione polmonare media >20 mmHg, pressione media capillare >15 mmHg e resistenza vascolare polmonare >2 unità Wood). Questa seconda forma comporta la prognosi peggiore[2]Chen S-L, Zhang F-F, Xu J, et al. Pulmonary artery denervation to treat pulmonary arterial hypertension: the single-center, prospective, first-in-man PADN-1 study (first-in-man pulmonary artery … Continua a leggere. Non vi sono terapie farmacologiche mirate al trattamento di queste forme cliniche. Lo studio in esame Lo studio randomizzato in aperto PADN-HF-PH, condotto in 25 centri cinesi tra l’agosto 2023 e il febbraio 2025, ha inteso verificare l’efficacia e la sicurezza di una procedura di denervazione dell’arteria polmonare (PADN) in pazienti con ipertensione polmonare secondaria a una patologia cardiaca (pressione media polmonare >20 mmHg e pressione media capillare >15 mmHg) con qualunque valore di FE, in classe NYHA II-IV e con un episodio di scompenso nei tre mesi precedenti l’arruolamento. L’età media dei pazienti (di cui 134 randomizzati a PADN e 130 a terapia medica ottimale) era 66 anni, la metà rappresentata da donne, il 47% in classe NYHA III-IV. Nei pazienti randomizzati a PADN, dopo il cateterismo cardiaco è stato avanzato un catetere tipo Pig-tail con 10 elettrodi e un diametro di circa 1.1/1.2 volte quello del tronco dell’arteria polmonare. L’ablazione con radiofrequenza è stata effettuata per 150 secondi a temperatura controllata (50°) in 3 sedi situate nel tratto distale del tronco e alla biforcazione con il ramo sinistro. Lo studio si basava su una ipotesi di superiorità della PADN versus la terapia medica ottimale, prevedendo un peggioramento clinico (outcome primario dello studio: composito di mortalità, trapianto cardiaco o di polmone, ospedalizzazione per scompenso, necessità per un paziente ambulatoriale di terapia endovenosa, diminuzione del 10% della distanza al 6-min walking test) atteso al 24% nel gruppo controllo e all’11% nel gruppo trattato medicalmente, con una potenza dell’87% e un livello di significatività alfa a due code <5%. A una mediana di follow-up di 338 giorni, si è verificato un peggioramento clinico in 25 pazienti sottoposti a PADN e 42 in terapia medica ottimale (incidenza Kaplan–Meier a 2 anni 25.7% vs 51.5%, HR 0.49, 95% CI, 0.30 – 0.82; P=0.006). Gli eventi per le varie componenti dell’outcome primario sono mostrati nella Tabella. Ulteriori dati a favore di PADN sono stati: un aumento, rispetto al gruppo controllo, della distanza percorsa al 6-min. walking test (+16 metri), un aumento del punteggio del Kansas City Questionnaire sulla qualità di vita (+ 4 punti) e una riduzione di NTproBNP (- 92 pg/ml). Take home message Nei pazienti con ipertensione polmonare associata a patologia e scompenso del cuore sinistro, la denervazione dell’arteria polmonare ha ridotto gli eventi correlati a un deterioramento clinico rispetto alla terapia medica ottimale. Interpretazione dei dati Lo studio PADN-HF-PH è il primo trial randomizzato, condotto su un numero relativamente ampio di pazienti, a proporre una nuova strategia di trattamento per una patologia (ipertensione polmonare post-capillare o mista pre e post-capillare) sinora orfana di terapie farmacologiche specifiche. Infatti i farmaci approvati per il trattamento dell’ipertensione polmonare del gruppo 1 secondo la classificazione WHO, non hanno dato risultati confortanti nelle forme post-capillari o miste. Nello studio cinese, i risultati ottenuti con la denervazione sono stati brillanti, avendo indotto una riduzione degli eventi correlati a un deterioramento clinico del 35%, con un NNT=3.9 pazienti da trattare per prevenire un episodio di scompenso cardiaco. Una aumentata attività simpatica contribuisce alla vasocostrizione e al rimodellamento delle arteriole polmonari, condizionando l’”uncoupling” tra arteria polmonare e ventricolo destro e la progressiva disfunzione ventricolare destra. Il meccanismo alla base del miglioramento clinico consiste verosimilmente non solo in una riduzione dell’afterload del ventricolo destro, ma anche grazie alla facilitazione del filling ventricolare sinistro e dell’interazione tra i ventricoli, riducendo così le pressioni di riempimento, come dimostrato da studi ecocardiografici seriati[3]Berthelot E, Bauer F, Eicher J-C, et al. Pulmonary hypertension in chronic heart failure: definitions, advances, and unanswered issues. ESC Heart Fail 2018;5:755-63.. Diventa interessante anche l’analisi presentata per sottogruppi che mostrerebbe ampie differenze nell’efficacia della procedura (anche se non supportate da indagine statistica per policy del New England Journal of Medicine) con risultati più favorevoli alla denervazione nella popolazione femminile, nei pazienti con scompenso a FE conservata e nella ipertensione polmonare post-capillare (Figura). La modesta efficacia nei pazienti con ipertensione polmonare mista (sia post-capillare che pre-capillare, CpcPH nella Figura) appare piuttosto singolare visto che l’intervento dovrebbe ridurre le resistenze polmonari e teoricamente favorire un miglioramento proprio in questa tipologia di ipertensione polmonare. Appare chiaro che questi dati debbano essere confermati e approfonditi da ulteriori studi che valutino efficacia e sicurezza di questa nuova tecnica. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Humbert M, Kovacs G, Hoeper MM, et al. 2022 ESC/ERS guidelines for the diagnosis and treatment of pulmonary hypertension. Eur Heart J 2022;43:3618-731. ↑2 Chen S-L, Zhang F-F, Xu J, et al. Pulmonary artery denervation to treat pulmonary arterial hypertension: the single-center, prospective, first-in-man PADN-1 study (first-in-man pulmonary artery denervation for treatment of pulmonary artery hypertension). J Am Coll Cardiol 2013;62:1092-100. ↑3 Berthelot E, Bauer F, Eicher J-C, et al. Pulmonary hypertension in chronic heart failure: definitions, advances, and unanswered issues. ESC Heart Fail 2018;5:755-63.

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L’embolia a rischio intermedio-alto è da trattare in sala di emodinamica?

Inquadramento L’embolia polmonare a rischio intermedio alto (definita dalla presenza di stabilità emodinamica, ma in presenza di disfunzione ventricolare destra associata ad aumento di troponina e/o di peptide natriuretico) è una condizione che può condurre a deterioramento clinico nonostante la terapia anticoagulante standard[1]Hagiya H, Harada K, Nishimura Y, et al. Global trends in mortality related to pulmonary embolism: an epidemiological analysis of data from the World Health Organization mortality database from 2001 … Continua a leggere. Le Linee Guida non raccomandano l’uso della fibrinolisi per il rischio emorragico associato, che può comportare anche emorragia cerebrale[2]Meyer G, Vicaut E, Danays T, et al. Fibrinolysis for patients with intermediate risk pulmonary embolism. N Engl J Med 2014;370:1402-11.. In questa patologia non vi sono ancora sufficienti dati per indicare l’utilizzo di una terapia trombolitica diretta effettuata con catetere. Lo studio in esame Lo studio (PRAGUE 26) randomizzato in aperto, non sponsorizzato da industrie, è stato condotto in 11 centri della Repubblica Ceca. Sono stati randomizzati 558 pazienti con embolia polmonare a rischio intermedio-alto (valore mediano dell’indice Pulmonary Embolism Severity = 93, corrispondente a una popolazione a rischio intermedio) a una trombolisi diretta con alteplase a bassa dose effettuata da catetere (“catheter-directed thrombolysis” – gruppo CDT, n=280), associata a terapia anticoagulante o a “standard care” (sola terapia anticoagulante n=278). I pazienti di età > 80 anni venivano esclusi. L’età mediana era 64 anni, il 41% era rappresentato da donne e il 49.5% trasportato da altri ospedali. L’embolia era bilaterale nella quasi totalità dei casi (98.2%) e il rapporto ventricolo destro/ ventricolo sinistro = 1.13. Il tempo mediano tra randomizzazione e inizio della CDT è stato di 76 minuti. Alteplase veniva iniettato nel catetere a un dosaggio 1 mg/ora sino a una dose totale di 20 mg (10 mg per ciascun ramo principale dell’arteria polmonare interessato dall’embolia). La terapia anticoagulante era effettuata con eparina non frazionata o a basso peso molecolare con eventuale passaggio dopo 24 ore ad anticoagulante orale a discrezione del curante. La numerosità di campione è stata determinata sulla base di una potenza dell’80% e su una ipotesi di superiorità di CDT versus standard care (riduzione assoluta di 4.5 percentuali, da 6% a 1.5%, dell’outcome primario, rappresentato da un composito di morte per ogni causa, recidiva embolica, scompenso cardio-respiratorio o collasso (definito per presenza di arresto cardiaco, shock, necessità di ECMO, intubazione del paziente o necessità di ventilazione meccanica non-invasiva e un valore di National Early Warning Score ≥9 confermato da 2 misure consecutive distanziate di 15 minuti). L’Early Warning Score è un punteggio basato su frequenza respiratoria, saturazione 02, pressione arteriosa, frequenza cardiaca, temperatura corporea. L’outcome primario si è verificato in 2 pazienti del gruppo CDT (0.7%) e in 19 pazienti (6.8%) del gruppo standard care (relative risk, 0.10; 95% CI 0.02 – 0.44; P<0.001). La differenza era dipendente soprattutto da una minore incidenza di scompenso o collasso cardio-respiratorio, come dettagliato nella Tabella. Il rapporto ecocardiografico ventricolo destro/ventricolo sinistro è sceso a 0.94 nel gruppo CDT e a 1.07 nel gruppo standard care. Si è osservato un bleeding clinicamente rilevante nel 4.6% dei pazienti del gruppo CDT e nel 5.0% dei pazienti “standard care”. Non è stata osservata alcuna differenza tra i due gruppi per quanto riguardava i bleeding maggiori (criterio ISTH 1.8% versus 2.5%) ma vi sono state due emorragie cerebrali nel gruppo CDT. Peraltro, la mortalità è stata di 1 solo paziente a 30 giorni nel gruppo CDT versus 4 nel gruppo standard care nei primi 7 giorni. Take home message Nei pazienti con embolia polmonare a rischio intermedio-alto, la trombolisi con alteplase, effettuata tramite catetere e associata ad anticoagulazione, ha ridotto un outcome primario a 7 giorni rappresentato dalla mortalità per ogni causa, embolia polmonare ricorrente, scompenso o collasso cardio-respiratorio rispetto alla sola terapia anticoagulante. Interpretazione dei dati Commentando i dati dello studio, gli autori osservano come la differenza tra i due gruppi, a favore della trombolisi effettuata con catetere, sia dipesa soprattutto dalla riduzione del deterioramento clinico del paziente, mentre la mortalità è stata piuttosto bassa. Quest’ultimo dato sarebbe dipeso dall’aver eseguito lo studio in un contesto di centri di terzo livello, nei quali il monitoraggio dei pazienti è più costante e permette di ricorrere eventualmente, in caso di insuccesso della terapia anticoagulante, a una strategia interventistica di riperfusione “rescue” (11 pazienti randomizzati a “standard care” nello studio presente furono trattati infatti nel corso della degenza con trombolisi da catetere). Gli autori notano, tuttavia, che la maggior parte dei pazienti con embolia polmonare viene trattata in ospedali piccoli, dove il ricorso a terapie invasive di riperfusione non è possibile. Essi sostengono che, alla luce dei recenti dati della letteratura e del trial presentato, sarebbe necessario istituire percorsi di “hub-spoke” per questa patologia acuta, simili a quelli già collaudati per l’infarto STEMI. Diventa inevitabile il confronto tra lo studio PRAGUE 26 e il precedente studio HI-PEITHO, che aveva invece dimostrato la superiorità di una trombolisi effettuata da catetere e facilitata dagli ultrasuoni, rispetto alla standard care[3]Rosenfield K, Klok FA, Piazza G, et al. Ultrasound-facilitated, catheter-directed fibrinolysis for acute pulmonary embolism. N Engl J Med 2026;394:197-199.. Infatti al congresso ESC, Irene Lang di Vienna ha basato il suo commento alla presentazione in “Hotline session” del trial ceco sottolineando soprattutto analogie e differenze tra i due studi. Entrambi sono risultati favorevoli alle tecniche interventistiche di riperfusione, con dati molto simili e sostanzialmente derivati dalla prevenzione del deterioramento clinico nella prima settimana dopo l’evento acuto. Tuttavia, HI-PEITHO aveva arruolato una popolazione a rischio maggiore: basti confrontare il rapporto tra ventricolo destro e sinistro che in quello studio era superiore a 1.50, mentre in PRAGUE 26 era decisamente minore (valore medio 1.14). Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Hagiya H, Harada K, Nishimura Y, et al. Global trends in mortality related to pulmonary embolism: an epidemiological analysis of data from the World Health Organization mortality database from 2001 to 2023. eClinicalMedicine 2025; 86: 103389. ↑2 Meyer G, Vicaut E, Danays T, et al. Fibrinolysis for patients with intermediate risk pulmonary embolism. N Engl J Med

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Dobbiamo trattare con anticoagulanti anche i pazienti con fibrillazione atriale a rischio intermedio di eventi tromboembolici?

Inquadramento Le Linee Guida raccomandano l’utilizzo di anticoagulanti nei pazienti in fibrillazione atriale (AF) con CHA2DS2-VASc score di 2 per gli uomini e 3 per le donne, essendo considerati a rischio elevato[1]Van Gelder IC, Rienstra M, Bunting KV, et al. 2024 ESC guidelines for the management of atrial fibrillation developed in collaboration with the European Association for Cardio-Thoracic Surgery … Continua a leggere. Per i pazienti a rischio intermedio (con valori dello score = 1 per gli uomini e 2 per le donne) la raccomandazione a favore degli anticoagulanti è meno decisa (IIa secondo le Linee Guida ESC), poiché l’evidenza è meno netta (livello di evidenza C). Lo studio in esame Lo studio randomizzato in aperto SINGLE AF, condotto in 18 centri coreani, ha coinvolto 1.803 pazienti con AF (prevalentemente parossistica, 70%) a rischio intermedio con CHA2DS2-VASc = 1 per gli uomini (n=1.376, 76%) e 2 per le donne (n=527, 24%) con età media di 60 anni. Erano esclusi i pazienti con clearance della creatinina < 30 ml/min. I pazienti sono stati randomizzati a ricevere anticoagulante diretto (gruppo DOAC n=902, con apixaban 5 mg x 2 utilizzato nel 67% dei casi, rivaroxaban 20 mg/15 mg utilizzato nel 28% dei casi), oppure a nessun trattamento (gruppo “no treatment”, n=901). I più frequenti fattori di rischio erano l’ipertensione (51% dei casi) e l’età ≥65 anni (32% dei casi). Il CHA2DS2-VASc score mediano era = 1. Il rischio emorragico era molto basso nella popolazione arruolata (HAS BLED medio 0.5). Da notare che il 37% dei pazienti randomizzati al “no treatment” assumeva farmaci antipiastrinici. Lo studio era disegnato per avere una potenza dell’80% per dimostrare una superiorità dei DOAC rispetto al “no treatment” (riduzione dell’endpoint primario, un composito di stroke, tromboembolismo sistemico, morte per ogni causa e bleeding maggiore) con incidenze a 24 mesi rispettivamente del 2% e del 4.5%. A 24 mesi l’endpoint primario si è verificato nello 0.5% dei pazienti in DOAC e nell’1.5% dei pazienti nel gruppo “no treatment” (differenza −1.0%; 95% CI, da −2.0 a −0.1; P=0.03; HR 0.31; 95% CI, 0.10 – 0.94, vedi Figura). Si è verificato uno stroke in 3 pazienti (0.3%) del gruppo DOAC e in 10 (1.1%) del gruppo “no treatment” (HR 0.30, 95% CI 0.08-1.08). Non si sono verificati decessi per causa cardiovascolare nei due gruppi. Il bleeding maggiore (incluso nell’endpoint primario) si è verificato nello 0.3% dei pazienti in DOAC e nello 0.5% di quelli in “no treatment” (HR 0.75; 95% CI, 0.17 – 3.35), mentre il bleeding non maggiore ma clinicamente rilevante è stato riscontrato nel 2.5% del gruppo DOAC e nell’1.6% del “no treatment” (HR 1.58; 95% CI, 0.81 to 3.08). Figura modificata da Kim D et al., https://doi.org/10.1056/NEJMoa2607978. Take home message Nei pazienti con fibrillazione atriale a rischio intermedio di stroke, la terapia con DOAC ha ridotto significativamente un endpoint primario composto da stroke, tromboembolismo sistemico, morte per ogni causa e bleeding maggiore, rispetto all’assenza di trattamento anticoagulante. Interpretazione dei dati Sottolineando i dati rilevanti dello studio (riduzione da parte della terapia con DOAC rispetto al “no treatment” di un endpoint composito che includeva eventi tromboembolici ed emorragici maggiori), gli autori osservano che tali risultati debbono essere considerati con cautela, in quanto il numero di eventi osservati è stato molto inferiore (di circa il 50%) rispetto a quelli attesi. È necessario quindi che le conclusioni riguardanti la necessità di trattamento con DOAC dei pazienti con fibrillazione atriale a rischio intermedio debbano essere confermate da ulteriori studi. Altre criticità del trial SINGLE AF sono state illustrate da Isabelle van Gelder di Groningen nel suo commento alla presentazione del trial coreano al congresso ESC di Monaco. Una criticità è rappresentata dalla applicabilità dei risultati ottenuti in SINGLE AF all’ampia popolazione di pazienti a rischio tromboembolico intermedio in cui insorga una fibrillazione atriale. Infatti i pazienti arruolati nel trial coreano erano prevalentemente di sesso maschile, con età inferiore a 65 anni, creando incertezza sul fatto che i dati rilevati da SINGLE AF possano essere validi anche per soggetti più anziani e di sesso femminile. Inoltre, sembrerebbe che la popolazione coreana sana, senza precedenti di fibrillazione atriale, sia più incline ad avere ictus, una volta insorta l’aritmia, rispetto a popolazioni caucasiche. Non va dimenticato, poi, che gli ictus invalidanti sono occorsi in numero esiguo (2 nel gruppo DOAC e 1 nel gruppo “no treatment”) e che si sono verificate 2 emorragie cerebrali, entrambe nel gruppo DOAC. Infine, sulla mancata differenza di bleeding dei due gruppi, può aver pesato il fatto che oltre un terzo dei pazienti randomizzati a “no treatment” con DOAC assumessero (la stragrande maggioranza senza necessità) un antiaggregante piastrinico. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Van Gelder IC, Rienstra M, Bunting KV, et al. 2024 ESC guidelines for the management of atrial fibrillation developed in collaboration with the European Association for Cardio-Thoracic Surgery (EACTS). Eur Heart J 2024;45:3314-414.

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Timing della pci nei pazienti candidati a tavi: meglio prima o dopo la sostituzione valvolare?

Inquadramento Circa la metà dei pazienti sottoposti a TAVI presenta una coronaropatia e circa il 20% viene trattato con PCI[1]Mack MJ, Leon MB, Thourani VH, et al. Transcatheter aortic-valve replacement with a balloon-expandable valve in low-risk patients. N Engl J Med 2019;380:1695-705.. Tuttavia, non è chiaro il timing della procedura di rivascolarizzazione: generalmente viene effettuata prima della TAVI (secondo le Linee Guida se le stenosi severe sono su tratti prossimali dei vasi principali)[2]Praz F, Borger MA, Lanz J, et al. 2025 ESC/EACTS guidelines for the management of valvular heart disease. Eur Heart J 2025;46:4635-736., ma una strategia post-TAVI ha i suoi fautori in quanto la PCI verrebbe eseguita in un paziente emodinamicamente stabile, non in doppia terapia antiaggregante, anche se vi sono perplessità riguardo alla difficoltà di accesso agli osti coronarici. Lo studio in esame Lo studio, internazionale, randomizzato, in aperto è stato condotto in 48 centri europei (quattro centri italiani). I 986 pazienti arruolati con stenosi aortica severa, candidati a TAVI e con una coronaropatia suscettibile di trattamento interventistico, sono stati assegnati o a una PCI prima della sostituzione valvolare percutanea (PCI pre-TAVI, n= 488) o a una PCI eseguita dopo la sostituzione valvolare (n= 498, PCI post-TAVI). L’età mediana dei pazienti era 82 anni, il 34% rappresentato da donne e oltre la metà in classe NYHA III-IV. Il Syntax score mediano era 10 e la coronaropatia trattata era prevalentemente monovasale (66%) e il vaso più frequentemente dilatato era la discendente anteriore (63%). Le protesi impiantate erano per il 95% di tipo “balloon-expandable”. La numerosità di campione è stata calcolata ipotizzando una non-inferiorità di PCI post-TAVI versus PCI pre-TAVI, sulla base di una incidenza a 1 anno di eventi inclusi nell’endpoint primario (morte per ogni causa, infarto non fatale, rivascolarizzazione su base ischemica, riospedalizzazione correlata alla valvulopatia, alla rivascolarizzazione e allo scompenso, bleeding invalidante, minaccioso o maggiore) pari al 15% in entrambi i gruppi, con un margine di non-inferiorità del 6.6% (limite superiore dell’intervallo di confidenza al 95%). Nel gruppo PCI post-TAVI il tempo mediano tra randomizzazione e TAVI è stato di 8 giorni, mentre la successiva PCI è stata eseguita a una mediana di 27 giorni dopo la TAVI; nel gruppo PCI pre-TAVI la PCI è stata effettuata a una mediana di 2 giorni dopo la randomizzazione, mentre la successiva TAVI è stata eseguita dopo 13 giorni. A 1 anno di follow-up l’endpoint primario è occorso nel 22.2% del gruppo PCI post-TAVI e nel 24.2% del gruppo PCI pre-TAVI (differenza di rischio −2.0%, 95% CI da −7.4% a + 3.4%; P<0.001 per non-inferiorità). Gli eventi corrispondenti alle singole componenti dell’endpoint primario sono mostrati nella Tabella. Take home message Nei pazienti con stenosi aortica severa e presenza di coronaropatia da rivascolarizzare percutaneamente, una strategia di PCI post-TAVI si è dimostrata non inferiore rispetto a una strategia di PCI pre-TAVI per un endpoint composito a 1 anno che comprendeva mortalità, eventi ischemici ed emorragici e nuove ospedalizzazioni. Interpretazione dei dati Il timing della PCI nei pazienti candidati a TAVI ha una sua indubbia rilevanza pratica. Nella maggior parte dei centri la PCI viene eseguita prima della sostituzione valvolare, sia perché l’accesso agli osti coronarici non è ostacolato dalla presenza della protesi, sia per evitare l’ischemia miocardica che altrimenti sarebbe provocata dal pacing ventricolare rapido eseguito durante la procedura di TAVI. Tuttavia anche la scelta di effettuare la PCI dopo la TAVI offre potenziali vantaggi, perché vi è una maggiore stabilità clinica del paziente e un minor rischio emorragico in quanto i pazienti non sono in doppia, ma in singola terapia antiaggregante. Inoltre, come dimostrato nello studio FAITAVI[3]Ribichini FL, Scarsini R, Pesarini G, et al. Physiology vs angiography-guided percutaneous coronary intervention in transcatheter aortic valve implantation: the FAITAVI trial. Eur Heart J … Continua a leggere, se si utilizza l’FFR per indagare la significatività delle stenosi prima dell’intervento, il risultato potrebbe portare a una sottostima delle lesioni in quanto la rimozione dell’ostacolo rappresentato dalla valvola stenotica comporta un aumento della gittata cardiaca e, di conseguenza, del flusso iperemico indotto dall’adenosina. Vi è da osservare che lo studio è stato eseguito in una popolazione anziana (82 anni l’età mediana) una caratteristica che giustificherebbe l’incidenza di eventi decisamente più elevata di quella attesa (da 7 a 9 punti percentuali in più rispetto alla incidenza ipotizzata per il calcolo della numerosità di campione), così come un bleeding che ha sfiorato il 10% nel gruppo PCI pre-TAVI, la variabile che ha permesso di raggiungere la significatività statistica di non-inferiorità tra i due gruppi. Da notare infine che la TAVI è stata eseguita utilizzando protesi valvolari “balloon expandable”, un dispositivo che consente un raggiungimento più agevole degli osti coronarici rispetto alla protesi “self expanding”. Una problematica a monte di quella al centro dello studio TAVI PCI è se sia effettivamente necessario trattare con PCI le stenosi coronariche, anche se significative, nel paziente sottoposto a TAVI. A questo interrogativo risponderà lo studio COMPLETE TAVR, tuttora in corso, che in oltre 4.000 pazienti confronterà una strategia di rivascolarizzazione completa con PCI delle lesioni coronariche significative versus la terapia medica ottimale. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Mack MJ, Leon MB, Thourani VH, et al. Transcatheter aortic-valve replacement with a balloon-expandable valve in low-risk patients. N Engl J Med 2019;380:1695-705. ↑2 Praz F, Borger MA, Lanz J, et al. 2025 ESC/EACTS guidelines for the management of valvular heart disease. Eur Heart J 2025;46:4635-736. ↑3 Ribichini FL, Scarsini R, Pesarini G, et al. Physiology vs angiography-guided percutaneous coronary intervention in transcatheter aortic valve implantation: the FAITAVI trial. Eur Heart J 2026;47:3257-3266.

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Complete Revascularization Guided by Functional Coronary Angiography in STEMI

Lo studio in esame AIR-STEMI è un interessante trial randomizzato, internazionale (21 tra centri italiani e pakistani), coordinato dall’Ospedale Universitario di Ferrara, il cui scopo è stato quello di verificare se in pazienti STEMI multivasali, trattati con PCI primaria efficace sulla lesione culprit e con stenosi 50%-99% su vasi non culprit, una rivascolarizzazione guidata dalla fisiologia (valutata con l’uso di un software per FFR basato sulle immagini angiografiche) fosse superiore rispetto a una PCI basata sul solo giudizio visivo del dato angiografico. Globalmente, sono stati inclusi 1.823 pazienti, di cui 913 randomizzati alla guida fisiologica e 910 alla guida angiografica tradizionale. L’età mediana era di 66 anni e il 24% erano donne. Nel gruppo a guida fisiologica, la PCI dei vasi non culprit è stata eseguita in 596 vasi (51.9% di quelli indagati) in 419 procedure eseguite a una mediana di 3 giorni dalla PCI primaria, mentre nel gruppo a guida angiografica, la PCI è stata eseguita in 1.128 vasi (94.9% dei vasi considerati) in 680 procedure effettuate a una mediana di 2 giorni dalla PCI primaria. L’utilizzo di imaging intravascolare è stato molto basso (9.7% nelle procedure “staged” a guida angiografica) A un follow-up mediano di 17.9 mesi, l’endpoint primario (un composito di morte per ogni causa, infarto miocardico, stroke, TIA, rivascolarizzazione per ischemia) si è verificato nell’8.9% dei pazienti rivascolarizzati sulla base della fisiologia e nel 13.7% dei pazienti rivascolarizzati sulla base dell’angiografia tradizionale (hazard ratio, 0.62; 95% CI 0.47-0.83; P<0.001, vedi Figura). La differenza più ampia ha riguardato l’infarto miocardico (hazard ratio, 0.47; 95% CI, 0.31 to 0.70), con ampie differenze a vantaggio della PCI guidata dalla fisiologia soprattutto per l’infarto procedurale (– 2%), per l’infarto da trombosi di stent (- 0.6%) e da ristenosi (-0.9%). Non è stata osservata alcuna differenza per quanto riguardava la mortalità sia per ogni causa che cardiovascolare. L’endpoint di safety (che includeva la nefropatia da contrasto e il bleeding maggiore) si è verificato nel 4.6% del gruppo guidato dalla fisiologia e nel 7.1% del gruppo guidato dall’angiografia (hazard ratio, 0.63; 95% CI, 0.43 to 0.93; P=0.02). Questi risultati sono in contrasto con quelli dello studio FLOWER-MI[1]Puymirat E, Cayla G, Simon T, et al. Multivessel PCI guided by FFR or angiography for myocardial infarction. N Engl J Med 2021;385:297-308., che in analoga popolazione non ha mostrato alcun vantaggio clinico offerto dalla analisi fisiopatologica delle stenosi non culprit rispetto alla sola guida angiografica. Una risposta, verosimilmente definitiva, verrà dallo studio COMPLETE 2 (NCT05701358), che sta arruolando 5.100 pazienti STEMI e NSTEMI multivasali, confrontando, per il trattamento delle lesioni non culprit, l’outcome di una strategia guidata dalla angiografia versus una guidata dalla fisiologia utilizzando l’angio-FFR. Figura modificata da Biscaglia S et al., https://doi.org/10.1056/NEJMoa2605373. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Puymirat E, Cayla G, Simon T, et al. Multivessel PCI guided by FFR or angiography for myocardial infarction. N Engl J Med 2021;385:297-308.

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LDL Cholesterol Lowering With Evolocumab Before Percutaneous Coronary Intervention for Acute Myocardial Infarction. The AMUNDSEN Randomized Clinical Trial

Lo studio in esame I livelli plasmatici di PCSK9 aumentano durante la fase acuta dell’infarto miocardico (AMI), favorendo l’aggregazione piastrinica, attivando il sistema coagulativo e promuovendo l’infiammazione della placca, in parte anche per l’utilizzo contestuale di statine ad alta intensità che incrementano la concentrazione ematica di PCSK9[1]Ferri N, Ruscica M, Lupo MG, Vicenzi M, Sirtori CR, Corsini A. Pharmacological rationale for the very early treatment of acute coronary syndrome with monoclonal antibodies anti-PCSK9. Pharmacol … Continua a leggere. Vi è perciò un forte razionale per l’utilizzo immediato degli inibitori di PCSK9, per ridurre drasticamente, già dalle fasi iniziali di AMI, i valori di colesterolemia. Inoltre, questi farmaci avrebbero ipotetici effetti pleiotropici, invocati soprattutto per comprendere la riduzione, da essi operata, del volume e della vulnerabilità delle placche coronariche[2]Ferri N, Ruscica M, Lupo MG, Vicenzi M, Sirtori CR, Corsini A. Pharmacological rationale for the very early treatment of acute coronary syndrome with monoclonal antibodies anti-PCSK9. Pharmacol … Continua a leggere. Tuttavia, se queste azioni si traducano in un beneficio clinico non è provato da studi randomizzati sufficientemente ampi. Lo studio (internazionale, randomizzato, in aperto, condotto in 48 centri di 6 Paesi tra cui 4 centri italiani) ha arruolato 2.161 pazienti tra STEMI (di età >55 anni, n=1.261) e NSTEMI con almeno 1 caratteristica di alto rischio (n=900), con indicazione a PCI (eseguita nel 96% dei casi) randomizzandoli al confronto tra un trattamento iniziale con evolocumab (140 mg s.c. ogni 2 settimane per 1 anno, n=1.087 pazienti) versus “standard care” (terapia antilipidica orale con aggiunta di evolocumab secondo indicazioni di Linee Guida, n=1.074 pazienti). L’età media era 67 anni, il 79% erano maschi, il colesterolo LDL all’ingresso era 116mg/dL e il 24% erano diabetici. L’outcome primario era il raggiungimento di un valore di colesterolo LDL <55mg/dL con una riduzione del valore basale di almeno il 50%, raggiunto nell’82% del gruppo evolocumab [versus 40% dello standard care, OR aggiustato 5.54 (95% CI, 4.50-6.82), P<.001]. L’endpoint clinico principale (morte per ogni causa, ospedalizzazione non pianificata per causa cardiovascolare) si è verificato nel 14.6% dei pazienti in evolocumab vs 15.4% dei pazienti in standard care (OR aggiustato 0.94 [95%CI, 0.73-1.19]; P=.59, vedi Figura). Questi risultati, che non mostrano un beneficio clinico a 1 anno di follow-up da una benché ampia riduzione di colesterolo LDL nel braccio evolocumab, contrasta con i risultati dello studio VESALIUS-PCI[3]Bergmark B, Bohula EA, Marston NA, et al. Evolocumab in patients with prior percutaneous coronary intervention and no priormyocardial infarction: results from the VESALIUS-CV trial. Circulation. … Continua a leggere, che ha invece mostrato una riduzione di eventi già a 6 mesi dopo una procedura di PCI. È verosimile che la discrepanza risieda nella differente popolazione studiata (popolazione AMI in AMUNDSEN, pazienti stabili in VESALIUS-PCI) e soprattutto nella maggiore aggressività terapeutica che è stata adottata nello standard care dei pazienti del trial AMUNDSEN (la mediana del colesterolo LDL a 1 anno era 54 mg/dl versus 109 a 48 settimane nello studio VESALIUS). È da osservare, tuttavia, che in VESALIUS-PCI il beneficio tendeva ad amplificarsi con l’estendersi del follow-up, circostanza ancora da verificare per lo studio AMUNDSEN. Figura modificata da Montalescot G et al., https://doi.org/10.1001/jama.2026.17302. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1, ↑2 Ferri N, Ruscica M, Lupo MG, Vicenzi M, Sirtori CR, Corsini A. Pharmacological rationale for the very early treatment of acute coronary syndrome with monoclonal antibodies anti-PCSK9. Pharmacol Res.2022;184:106439. https://doi.org/10.1016/j.phrs.2022.106439. ↑3 Bergmark B, Bohula EA, Marston NA, et al. Evolocumab in patients with prior percutaneous coronary intervention and no priormyocardial infarction: results from the VESALIUS-CV trial. Circulation. 2026;154:28-36. https://doi.org/10.1161/CIRCULATIONAHA.126.080616.

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Causal Endotype-Based Classification of Myocardial Infarction

Lo studio in esame La 4a definizione di infarto miocardico[1]Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. … Continua a leggere ha proposto una suddivisione tra Type 1 MI, caratterizzato da una placca coronarica che complicandosi ha dato origine a una trombosi coronarica (la cui diagnosi e cura è ben stabilita) e un Type 2 MI, che costituisce una diagnosi più sfumata, perché coinvolge meccanismi differenti che causano uno squilibrio tra domanda e offerta di O2 al miocardio, con differente patogenesi e prognosi. È stata perciò proposta una classificazione alternativa, episodio di scompenso basata su endotipi causali dell’infarto[2]Chapman AR, Taggart C, Boeddinghaus J, Mills NL, Fox KAA. Type 2 myocardial infarction:challenges in diagnosis and treatment. Eur Heart J.2025;46:504-517. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehae803.. Il presente studio si basa su una ampia casistica prospettica di 6.282 pazienti con diagnosi di infarto miocardico Type 1 e Type 2 secondo la definizione universale disponibile, con follow-up di 1 anno, inclusi nel registro AMIPE (Acute Myocardial Infarction, Prognostic and Therapeutic Evaluation) condotto in Emilia Romagna tra il gennaio 2017 e il 2023. I pazienti (età media 69.8 anni, 32% donne, 43% con presentazione STEMI) sono stati suddivisi in 4 endotipi fisiopatologici: A 1 anno (Figura) l’incidenza di mortalità per ogni causa è risultata 9.8% nell’infarto per causa cardiaca/coronarica, 15.9% nell’infarto per causa cardiaca/non coronarica, 25.8% nell’infarto da causa sistemica e 1.4% nell’infarto da causa indeterminata. Nei pazienti con endotipo di infarto 2 e 3 (come sopra definiti) la mortalità è stata prevalentemente non cardiovascolare. Lo studio dimostra che una classificazione dell’infarto miocardico, basata su endotipi fisiopatologici, identifica meccanismi precisi e profili clinici conseguenti, non ben definiti nella 4a definizione universale di infarto miocardico. Figura modificata da Armillotta M et al., https://doi.org/10.1001/jamacardio.2026.3794. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehy462. ↑2 Chapman AR, Taggart C, Boeddinghaus J, Mills NL, Fox KAA. Type 2 myocardial infarction:challenges in diagnosis and treatment. Eur Heart J.2025;46:504-517. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehae803.

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Fifth Universal Definition of Myocardial Infarction

Lo studio in esame L’aggiornamento della definizione universale di infarto miocardico nasce dalla esigenza di precisare alcuni aspetti, apparsi poco definiti nella 4a definizione, proposta 7 anni fa[1]Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. … Continua a leggere, soprattutto per quelle condizioni cliniche che non derivano da una causa acuta di natura aterotrombotica. Viene perciò proposta una nuova classificazione su base fisiopatologica, espressa nella Tabella. Le novità riguardano l’inserimento nel “Primary Myocardial Infarction” di quelle condizioni che riducono acutamente il flusso, oltre a quelle di natura aterotrombotica. Quindi la dissezione coronarica, il vasospasmo, la ristenosi, la trombosi di stent tardiva sono tutte situazioni che rientrano entro questa nuova definizione, contrariamente alla precedente[2]Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. … Continua a leggere. Per la diagnosi di Secondary Myocardial Infarction deve essere dimostrata un’ischemia miocardica acuta secondaria a una condizione (alternativa a quelle che danno origine al Primary Myocardial Infarction) che causi uno squilibrio tra apporto e domanda di ossigeno del miocardio, sia per una aumentata domanda (tachicardia, crisi ipertensiva) che per ridotto apporto (ipotensione, ipossia, anemia). La diagnosi è confermata o dalla presenza di una coronaropatia ostruttiva (che può determinare ischemia nelle condizioni sopra menzionate) oppure da una nuova alterazione di cinesi parietale o assenza di vitalità miocardica. Interessante è anche la nuova posizione sull’infarto procedurale, considerata una “working diagnosis”. Si inizia da una diagnosi di “possibile infarto procedurale” (che si verifichi sia immediatamente post-PCI o post intervento di bypass che entro 30 giorni dalle procedure/interventi), quando si sospetti una complicanza coronarica correlata alle procedure/interventi, sulla base di sintomi e alterazioni elettrocardiografiche confortate da un aumento significativo dei biomarker, in particolare troponina (>5 volte URL per la PCI, >35 volte URL per il bypass). La diagnosi, tuttavia, necessita di conferme quali la presenza di una potenziale causa all’imaging (dissezione coronarica, chiusura di un vaso anche secondario, trombosi di stent, lento flusso o assenza di flusso in ramo coronarico o in un graft etc.), ma soprattutto per l’evidenza di una alterazione nuova della cinesi parietale o assenza di vitalità. Senza questa ultima dimostrazione (che è essenziale per la diagnosi) la condizione deve essere definita “complicanza senza infarto miocardico”. La diagnosi di infarto procedurale è quindi molto più restrittiva di quanto non lo fosse con la precedente definizione. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1, ↑2 Thygesen K, Alpert JS, Jaffe AS, et al. ESC Scientific Document Group. Fourth universal definition of myocardial infarction (2018). Eur Heart J. 2019;40:237-269. https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehy462.

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