Stefano De Servi

Pulmonary vein isolation with optimized linear ablation vs pulmonary vein isolation alone for persistent AF. The prompt-AF randomized clinical trial

L’isolamento delle vene polmonari (PVI) è il fondamento della terapia ablativa della fibrillazione atriale (AF), ma risulta meno efficace per le forme persistenti (soprattutto quelle di durata >3 mesi) rispetto alle forme parossistiche. Il beneficio incrementale dell’ablazione lineare in questi casi è discutibile, per la difficoltà di ottenere lesioni durevoli. In particolare, appare critica l’ablazione dell’istmo mitralico, sia per la difficoltà di ottenere lesioni durevoli, sia perchè il flutter perimitralico è l’aritmia più frequentemente osservata  dopo  ablazione lineare. L’infusione di etanolo nella vena di Marshall…

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Partial cardiac denervation to prevent postoperative atrial fibrillation after coronary artery bypass grafting. The PCAD-POAF randomized clinical trial

Il sistema nervoso  autonomo  cardiaco  è composto da gangli e nervi che si trovano nel tessuto adiposo epicardico, soprattutto a livello del solco interatriale di Waterston e nel “legamento di Marshall”, un ripiegamento del pericardio, descritto da John Marshall nel 1850, contenente la vena di Marshall che drena nel seno coronarico e filamenti nervosi avvolti nel grasso, e decorre sopra l’auricola lateralmente alle vene polmonari superiori. Queste strutture nervose possono essere l’origine di alcune aritmie atriali e possono giocare un ruolo patogenetico nella fibrillazione atriale…

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Intensive blood-pressure control in patients with type 2 diabetes

L’ipertensione arteriosa è il più frequente fattore di rischio nei pazienti diabetici. Benchè studi precedenti (in particolare lo studio ACCORD) avessero affrontato la problematica di una riduzione intensiva della pressione arteriosa (target PA sistolica <120 mm Hg rispetto a un trattamento standard, <140 mmHg) in questa popolazione, l’esito non fu conclusivo. . Lo studio BPROAD è stato condotto in 145 centri cinesi con lo scopo di verificare se...

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Colchicine in acute myocardial infarction

La persistenza di indici infiammatori elevati ha valore prognostico negativo nei pazienti con sindrome coronarica acuta . La colchicina, inibendo la produzione di citochine infiammatorie da parte dei neutrofili, ha favorevolmente migliorato la prognosi di pazienti con infarto miocardico e ha, in prevenzione secondaria, una raccomandazione di classe IIA nelle Linee Guida delle sindromi coronariche croniche…

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Tirzepatide for heart failure with preserved ejection fraction and obesity

Tirzepatide, un agonista ad azione prolungata del  polipeptide  insulinotropico  glucosio- dipendente (GIP) e del recettore del glucagon- like peptide-1 (GLP-1), causa una considerevole perdita di peso, ma non vi sono dati su una sua efficacia clinica su endpoint cardiovascolari. Lo scopo dello studio è stato quello di verificare se il farmaco, producendo una significativa perdita di peso, possa migliorare l’outcome di pazienti con scompenso cardiaco a frazione di eiezione conservata (HFpEF), patologia nella quale l’obesità gioco un ruolo patogenetico importante. Due trial, eseguiti con l’agonista dei recettori GLP-1 semaglutide, hanno osservato una riduzione di peso di circa il 9% in questi pazienti e una potenziale riduzione dei sintomi di scompenso cardiaco, anche se a un follow-up limitato a 1 anno((Kosiborod MN, Abildstrøm SZ, Borlaug BA, et al. Semaglutide in patients with heart failure with preserved ejection fraction and obesity. N Engl J Med 2023;389:1069-84.; Kosiborod MN, Petrie MC, Borlaug BA, et al. Semaglutide in patients with obesity-related heart failure and type 2 diabetes. N Engl J Med 2024;390:1394-407.) ). Lo studio SUMMIT, internazionale, multicentrico, randomizzato, sponsorizzato da Eli-Lilly,  ha arruolato 731 pazienti con HFpEF e obesità in 129 centri di 9 nazioni (prevalentemente USA, Argentina, Cina). L’età media era 65.2 anni, il 54% era composto da donne, il body-mass index (BMI) medio era 38.3. Era presente una classe NYHA II nel 72% dei casi, mentre il 28% era in classe III-IV, la EF media era 61%. Poco meno della metà dei partecipanti (48%) erano diabetici e un quarto era in fibrillazione atriale. I pazienti sono stati randomizzati a tirzepatide (364 pazienti con dosaggio iniziale 2.5 mg s.c., salendo progressivamente sino a 15 mg s.c. alla settimana) o a placebo (367 pazienti). A una mediana di follow-up di 104 settimane, tirzepatide ha ridotto il primary endpoint clinico (composito di morte cardiovascolare o peggioramento dello scompenso) da 15.3% nel gruppo placebo a 9.9% (hazard ratio, 0.62; 95% confidence interval [CI], 0.41 – 0.95; P=0.026, vedi Figura), una differenza trascinata da una riduzione deI peggioramento clinico dello scompenso (8.0% versus 14.2%, hazard ratio, 0.54; 95% CI, 0.34 – 0.85), mentre la mortalità cardiovascolare è stata del 2.2% con tirzepatide e 1.4% con placebo (hazard ratio, 1.58; 95% CI, 0.52 to 4.83). La riduzione di peso a 52 settimane è stata del 13.9% in tirzepatide versus −2.2% in placebo (P<0.001). L’aumento del 6-minute walking test in trattamento rispetto al basale è stato di 26.0 m versus 10.1 m (P<0.001) mentre la proteina C reattiva è diminuita del 38.8% con tirzepatide e del 5.9% con placebo (P<0.001). La qualità della vita, valutata in basale e a 52 settimane con il Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire (score da 0 a 100, con valori progressivamente più alti a denotare una migliore qualità di vita) è maggiormente migliorata nel gruppo tirzepatide (19.5±1.2 versus 12.7±1.3, P<0.001). Sono stati segnalati eventi avversi (soprattutto gastroin- testinali) con necessità di sospensione del farmaco nel 6.3% dei pazienti (versus 1.4% nel gruppo placebo). Gli Autori concludono che il trattamento con tirzepatide riduce il rischio di morte cardio- vascolare e peggioramento dello scompenso, migliorando la qualità di vita in pazienti obesi con HFpEF.

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Routine spironolactone in acute myocardial infarction

Studio condotto tra il febbraio 2018 e il novembre 2022 in 104 centri di 14 nazioni (con prevalenza di centri  canadesi  e  olandesi,  nessun  centro italiano coinvolto), con lo scopo di verificare se la somministrazione routinaria di spironolattone, dopo   infarto   miocardico,   possa   condurre   a beneficio   clinico,   così   come   dimostrato   nei pazienti con scompenso cardiaco[1]Pitt B, Zannad F, Remme WJ, et al. The effect of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure. N Engl J Med 1999;341:709-17.. Sono stati arruolati 7.062 pazienti con infarto miocardico trattato con PCI (età media 60.5 anni, 95% STEMI, 99% in Classe Killip I, diabete 18%, sede anteriore 39%). Essi sono stati randomizzati a spironolattone (25 mg, n = 3.537) o a placebo (n = 3.525). Lo studio aveva un disegno fattoriale 2 x 2 e prevedeva una doppia randomizzazione in doppio cieco a spironolattone e a colchicina. Inizialmente lo studio prevedeva un’incidenza del primary outcome (composito di mortalità cardio- vascolare e scompenso) del 15% nel gruppo placebo e una riduzione del 25% nel gruppo spironolattone. Poichè a una analisi ad interim gli eventi sono risultati inferiori, il campione è stato aumentato da 4.000 a 7.000 pazienti mantenedo invariata la riduzione relativa. Il tempo mediano intercorso tra l’infarto e la randomizzazione è stato di 26 ore. La durata mediana del follow-up è stata di 3 anni. Il primo primary  outcome  (morte  cardiovascolare e scompenso) è risultato dell’1.7 per 100 pazienti/ anno nel gruppo spironolattone e 2.1 per 100 pazienti/anno nel gruppo placebo (HR aggiustato per rischio competitivo di mortalità non cardio- vascolare 0.91; 95% CI 0.69-1.21; P=0.51)(Figura).  Il secondo primary outcome (composito di infarto miocardico, stroke, scompenso e morte cardiovascolare) è risultato del 7.9% nel gruppo spironolattone e dell’8.3% nel gruppo placebo (hazard ratio aggiustato per rischio competitivo 0.96; 95% CI, 0.81 – 1.13; P=0.60). Si è osservata iperkaliemia (>5.5 mmol per litro) con sospensione della terapia nell 1.1% dei pazienti in spironolattone e nello 0.6% dei pazienti in placebo. Vi è stata un’elevata incidenza di sospensione della terapia (spirono- lattone 28.0%; placebo 24.4%) verosimilmente per il concomitante utilizzo di colchicina. Questo dato potrebbe aver influenzato i risultati, perchè sono state osservate differenze più ampie tra i due gruppi di pazienti nell’analisi “as treated”. Gli Autori concludono che in pazienti con infarto recente trattato con PCI, lo spironolattone non ha ridotto sia un endpoint composto di morte cardiovascolare e scompenso sia un endpoint che includeva la morte cardiovascolare, l’infarto, lo stroke e lo scompenso. Bibliografia[+] Bibliografia ↑1 Pitt B, Zannad F, Remme WJ, et al. The effect of spironolactone on morbidity and mortality in patients with severe heart failure. N Engl J Med 1999;341:709-17.

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Left atrial appendage closure after ablation for atrial fibrillation.

Lo studio OPTION è un trial multicentrico, randomizzato (sponsorizzato dalla Boston Scientific, produttrice del dispositivo WATCHMAN FLX) con lo scopo di verificare se l’impianto di un dispositivo di chiusura dell’auricola (LAAO), dopo un intervento di ablazione per fibrillazione atriale, possa garantire la stessa efficacia della terapia anticoagulante nel prevenire eventi tromboembolici, riducendo, peraltro, il bleeding associato a tale terapia. Le Linee Guida correnti raccomandano…

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Catheter ablation or antiarrhythmic drugs for ventricular tachycardia

Studio internazionale condotto in 22 centri (prevalentemente canadesi e statunitensi) su 416 pazienti seguiti per una mediana di 4.3 anni, volto a verificare se un intervento di ablazione transcatetere fosse più efficace della terapia medica nel trattamento iniziale di pazienti con tachicardia ventricolare (TV). Il ricorso all’ablazione in caso di fallimento della terapia medica con antiaritmici è raccomandato dalle Linee Guida…

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